Zio T. 136


Delle Fragili Cose

Per quanto delle volte mi risulti impossibile crederlo, anche io, un tempo, sono stato un bambino.
I ricordi di allora si fondono spesso con i sogni e, talvolta, mi è difficile distinguere ciò che accadde da ciò che ho solo immaginato o temuto.
Zio T era il marito della sorella di mia madre. Allora mi appariva altissimo e magro come uno stecco. Con gli anni la sua altezza ha smesso di farmi impressione, ma la sua magrezza nervosa l’ha conservata fino ad oggi.
Faceva l’elettricista. In un mondo dove i computer erano ancora grandi come bastimenti e i telefoni non si portavano addosso, ma si avvitavano al muro, il suo era un mestiere “tecnologico” dove il colore dei fili seguiva un codice misterioso, i cacciavite avevano il manico luminoso e “positivo”, “massa” e “terra” raccontavano la storia di una forza potente, brutale e severa.

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Fu negli anni della ultima infanzia che mia madre si ammalò gravemente e mio padre fu costretto a portarla a Roma perché il piccolo ospedale della mia città non era in grado di eseguire un’operazione così complessa. Fu allora che io e mia sorella andammo a vivere per qualche tempo dalla sorella di mia madre, la moglie di Zio T.
Zio T mi era sempre piaciuto. A differenza di mio padre, uomo dal quale ho ereditato severità e consapevole mestizia, Zio T era sempre allegro e ci faceva ridere.
Sapendo che mia madre correva il rischio di morire, dovette avere una grandissima pena per me e mia sorella e, indipendentemente dai legami di sangue, la sua fu un’adozione totale.
Giocavano a carte insieme quasi ogni sera e mi portava a vedere la partita con lui in un piccolo stadio pieno di gente e di bandiere di un colore che mi apparve un rosso scurissimo e che, allora, imparai che si chiamava “granata”.
Per arrivare presto allo stadio non mangiavamo a tavola. Mia Zia ci preparava delle enormi merende avvolte in una carta scura e spessa che ora non si usa più. Ogni tanto Zio T mi dava cinquecento lire e, molte volte, andavamo insieme al cinema come due vecchi amici.
Da allora sono passati quarant’anni, ma io lo ricordo ancora e sono sicuro che non si tratti di sogni.

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Zio T è stato un uomo molto buono con tutti. Quando è nato il suo primo nipote, distrutto dall’ipossia indotta da un parto di malasanità che non ha avuto nemmeno gli onori della cronaca, ha preso questo nipote con se e lo ha “cresciuto” di persona. Era uno spettacolo stranissimo: lui così alto e secco che portava in braccio mio cugino, un’anima perennemente innocente che, anche oggi che ha 20 anni, richiede le cure di un neonato. Zio T l’ha fatto con naturalezza e senza mai farlo pesare, perché lui è un uomo di quella generazione dove la famiglia e i bambini vengono prima di se stessi e nessun canale televisivo aveva ancora dettato il costume degenere con il quale abbiamo sostituito la atavica tradizione di solidarietà della nostra gente.

Forse è perché Zio T non era perfetto. Come molti uomini della sua generazione aveva imparato a fumare da piccolo. Ha continuato per tanti anni fino a prendersi un tumore ai polmoni che ora si è impossessato del suo corpo ed in meno di un mese lo ucciderà. Io stasera vado a trovarlo e io, l’uomo che ha visto mille città, che ha conosciuto tanta gente, l’uomo che ha letto migliaia di libri, che discute di formazione dell’universo e struttura intima della materia, io. Io non so che dirgli.

Comandante Nebbia

Ma questo è un problema mio. Parliamo invece di qualche altro aspetto, quello sui quali riflettere insieme a voi. Che il fumo di sigaretta uccida è risultanza scientifica accettata. Eppure il nostro Paese continua a vendere tabacco ai propri cittadini che, incredibilmente, continuano a fumarlo.

E’ vero. Molte cose fanno male o possono uccidere. Mangiare troppa carne, non fare sport, guidare in maniera imprudente o lavorare troppo, ma c’è una differenza sostanziale con il fumo. Si tratta di comportamenti puramente individuali sui quali lo Stato deve dosare il suo intervento per non compromettere le libertà di scelta dei singoli. Nel caso del fumo, invece, svolge un ruolo attivo nella tolleranza e nella diffusione di una sporca abitudine che uccide. Uccide. Uccide.

Qualcuno potrebbe dire che vietare tout court il fumo creerebbe un mercato parallelo ed illegale che finanzierebbe la criminalità organizzata. Ragionamento impeccabile.

A questo punto mi chiedo perché lo stesso criterio di valutazione non sia applicato per marijuana e hascisc. C’è qualche studio scientifico che dimostra che fanno più male del tabacco? Qualche scienziato ha dimostrato che l’incidenza delle malattie cardiovascolari e del cancro è più alta nei consumatori di queste sostanze?

Non lo so, ma ho il sospetto che non sia questo il motivo per il quale lo stato spacci tabacco e persegua il consumo di queste altre sostanze.

Un discorso analogo si può fare con l’alcol, altra sostanza stupefacente del quale lo stato detiene lo spaccio esclusivo.

L’alcol uccide in maniera più subdola del fumo, ma uccide lo stesso. Le patologie derivate dall’abuso di alcol uccidono tra 36.000 e 42.000 italiani l’anno, il fumo se ne porta via 90.000 ogni anno. L’AIDS, il mostro orribile per sconfiggere il quale si promuovono campagne milionarie, nel 2011 ha ucciso 121 persone, sempre troppe, ma meno di quelle che fa fuori un banalissimo ponte vacanziero con il suo contorno di incidenti automobilistici.

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Per carità, questo non vuole essere un invito a comportamenti sessuali imprudenti, ma solo la dimostrazione che non è la salute che lo stato cerca di tutelare. In realtà l’obiettivo è perseguire certi stili di vita e le abitudini che qualcuno pensa siano ad essi correlati.

Se si volesse preservare veramente la salute e non badare agli affari, sarebbe necessario disporre un controllo severo sulla vendita degli alcolici, vietare tutte quelle ridicole pubblicità a base di gocce afferrate al volo, aeroplani che portano soccorso, veterinari alcolizzati e mandare in pensione definitivamente Michele l’Intenditore che ormai avrà la cirrosi epatica.

Il fumo andrebbe scoraggiato aumentando il costo dei prodotti dannosi fino a cifre che ne rendano un vero e proprio lusso il consumo, autorizzando il fumo solo agli ambienti domestici, aumentando i ticket sanitari per i tabagisti, perseguendo il contrabbando di tabacco con la stessa energia con la quale si persegue lo spaccio di droga, spendendo in campagne dissuasive almeno quanto si spende per l’AIDS, imponendo ai pacchetti di sigarette una confezione neutra, possibilmente di colore sgradevole e attribuendo, culturalmente, alla sigaretta un’immagine deteriore e volgare.

Ma prima che lo Stato si decida a proteggerci, vorrei rivolgermi direttamente a coloro che leggono. Per fare questo sono costretto a rientrare di nuovo nell’ambito del personale.

Sono stato anche io un fumatore. Ho fumato a lungo, troppo. Ho smesso appena pochi anni fa. Se non morirò per colpa del fumo sarà solo fortuna, non ne avrò alcun merito.

Mi sono fatto giocare da questo sistema che mi convinto che fumare era bello e virile. Poi mi ha tolto l’equivalente di 60.000 euro che nel corso di 30 anni ho speso per comprare almeno un pacchetto di sigarette al giorno. 60.000 euro che ho dovuto sudare facendo, ogni giorno, un lavoro che mi toglie tempo e vita.

E poi, come sta accadendo adesso a Zio T, tutto quello che rimane è un letto dove morire. Perché nel nostro Paese, dove ci si preoccupa solo marginalmente della dignità della vita, non c’è nessun interesse per la dignità della morte. Quando un uomo è nelle condizioni di Zio T, viene abbandonato dalla sanità pubblica che limita la sua assistenza a qualche micragnoso cerotto alla morfina per attenuare le terrificanti sofferenze che la malattia induce.

Nessun conforto psicologico, nessun aiuto alla famiglia, nessuna terapia palliativa.

Aids se lo conosci lo eviti (121 morti nel 2011 in Italia)

Il Carciofone e la sua genuina simpatia italiana (42.000 morti per alcol ogni anno in Italia)

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Valentino Rossi e gli sponsor nello sport: Le sigarette uccidono 90.000 italiani ogni anno

Delle Fragili Cose

Ed ecco che stasera, quando entrerò in casa di Zio T, quella casa che ora mi appare piccolissima, saremo soli, io e lui, di fronte alla paura del dolore e della morte. Sarà difficile superare la consapevolezza di essere stati stupidi ad aver abboccato e di aver delegato il nostro destino ad uomini senza volto che ci hanno classificato “consumatori” e che sulla nostra carne hanno costruito le loro fortune, come se fossimo dei maiali o delle vacche. Ma questo, come ho detto prima, rimane un problema mio.

Se sei arrivato fin qui, sai tutto quello che devi sapere. Guarda i bambini che hai intorno a te e fai in modo che nessuno, un giorno, debba scrivere per te qualcosa di simile a questo che hai appena letto. Fai la scelta giusta.

Se ti può essere utile, io ho iniziato da qui. Non è stato affatto difficile.

Leggi anche:
Chi non vuole farti smettere di fumare?
Come ti riciclo il farmaco sporco – Il caso del Bupropione

N.d.A: Il pezzo l’ho scritto il 5 marzo del 2008 (ho aggiornato i dati AIDS in netta discesa, Quelli per alcol e fumo sono ancora validi). Non ho più ripeso a fumare.

Mio zio è morto pochi giorni dopo l’uscita di questo scritto. Oggi mi manca più di allora.


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