Voto: Il suo Esercizio è Dovere Civico 7


l voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

 

Art. 48 comma 2 della Costituzione della Repubblica Italiana.

C’è sempre un misto di trepidazione, concitazione ed esitazione nel giorno delle elezioni. O meglio, nel giorno prima delle elezioni, quello del doveroso e tassativo silenzio. Per riflettere sopra le proposte, dice la legge. Il dott. Meroni è uno di quelli che, a urne semi-aperte, si chiude in casa e si lascia avvolgere dall’abbraccio asfissiante dei maître à penser e della loro carta stampata.

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Naturalmente il dott. Meroni si fida poco delle complicate ed inestricabili sciarade della politica: è quella sfiducia assoluta e radicata, la negazione preventiva di un’opportunità; sfiducia classicamente italiana, insomma. Eppure sente il voto non solo come un diritto, ma come un dovere, come può essere un dovere offrire una cena ad una signora oppure, ogni tanto, far scivolare dalla mano qualche spicciolo ingombrante, che cadendo tintinna su cappelli lerci malamente posati su polverosi viali urbani lastricati di buone intenzioni.

Certo, qualche volte non è materialmente possibile andare a votare: ci mancherebbe altro. I referendum, ad esempio, questi curiosi strumenti previsti dalla costituzione: quelli il dott. Meroni non li ha mai capiti, non ha mai compreso appieno il significato di quel gesto: da dove nasce un referendum? Chi lo decide, chi è che lo concepisce, chi lo porta in grembo accudendolo, cullandolo e nutrendolo finché questi non decide di venire alla luce, di condizionare il libero e ristretto pensiero degli elettori, di suscitare scalpore o meraviglia, sgomento o cautela, di tentare la modificazione del composto e composito panorama della vita pubblica?

Non c’era, semplicemente, la risposta. Non sono mica un giurista, pensava il dottore. Li accettava come si sopporta un collega insopportabilmente zelante e piacione, ai limiti della pedanteria: con l’indifferenza.

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C’erano tutti, il giorno del silenzio, i maggiori quotidiani: il Corriere della Sera, il Giornale, la Repubblica, la Stampa, il Messaggero, il Mattino e persino il Sole 24 Ore, che il dott. Meroni aveva sempre osservato di soppiatto e con diffidenza, in edicola, intimorito dall’ingombrante autorevolezza e dall’inafferrabilità dei temi economici-finanziari. La settimana antecedente alle elezioni la casa era stata invasa dal flusso ininterrotto dell’emorragia informativa puttata dal televisore, un continuo zampillare di tribune politiche, notiziari allnews e onnicomprensivi dibattiti da salotto catodico.

Il dott. Meroni si era eretto a vigile del traffico delle opinioni, aveva alzato la paletta, aveva deciso lui la recisione di questa o di quell’arteria informativa. Aveva fatto un ragionamento che a lui pareva inoppugnabilmente logico: abbuffarsi di informazioni, accatastare conoscenza, accrescere sommariamente la consapevolezza. Bastava quel quid, nemmeno troppo oneroso o impegnativo – dato che il dott. Meroni, oltre ad essere nel suo campo professionale un quasi luminare, era anche una persona che si informava regolarmente (ogni quattro giorni, il novantasette per cento attraverso la televisione) – ad inquadrare la giusta contingenza istituzionale e sociale e focalizzare i temi sensibili. Dopotutto, non serve avere né una laurea né un titolo accademico per infilare una tessera colorata, accuratamente ripiegata, in una scatola di cartone con la fessura nella parte superiore ed il bollo dello stato.

Eppure, la volta scorsa, nel 2001, il dott. Meroni non era riuscito a votare. Era entrato nella cabina e ne era uscito dopo dieci minuti – senza aver deciso alcunché. Se ne vergognava terribilmente. Cercava di mettere il pensiero ai margini della sua mente, di rimuovere l’omissione, di occultare la prova della negligenza. Ma quel riquadro bianco della tessera elettorale era sempre lì a ricordarglielo: tu, cinque anni fa, non hai votato. Nulla di grave, percarità, ma guai a dirlo in giro, lui che si fregiava dell’accurata preparazione, di facciata beninteso, finalizzata più che al soddisfacimento di un intimo anelito di conoscenza all’umiliazione o alla sottoposizione compiaciuta dell’interlocutore di turno. “Non si può vivere senza sapere cosa fanno i nostri dipendenti”, era il suo mantra (e nel pronunciare la frase, caricava con particolare enfasi la parola dipendenti). La lettura frettolosa dei titoli e l’ascolto distratto e distaccato dei servizi telegiornalistici erano il modo di ottemperare alla norma della sua legge.

I nodi erano venuti al pettine nell’ossequiosa solitudine della cabina elettorale. Due, o erano tre?, schede diversamente colorate, due colonne, simboli, nomi, stemmi, loghi, cognomi, tabelle. La matita tremolante – con quel “ministero dell’Interno” inciso sul cilindro legnoso a mo’ di leviatano. E anche la matita, quella matita, era dopotutto un’articolazione dello stato.

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Il pensiero politico c’era, tiene sempre a precisare a sé stesso il dott. Meroni: mancava la sua esplicazione, ecco tutto. Aveva perso il suo candidato, gli era sfuggito il partito, insinuatosi nei meandri pieghettati della carta colorata. Aveva sbavato la tabella, mancato la coincidenza all’appuntamento con il dovere civico. Era uscito boccheggiando, strappando di mano i suoi documenti ai malcapitati scrutatori, osservato curiosamente dall’agente di polizia appostato all’ingresso del collegio elettorale, colmo di chiazze rossastre e ricurvo su stesso, il passo incedente ed al contempo vagamente strascicato.

Ma questa volta la musica sarebbe cambiata. Una voce fidata gli aveva assicurato che la legge elettorale era cambiata: “si, è un’altra roba, è più facile persino, basta fare una croce”. Ed, effettivamente, gli spot televisivi pagati dai cittadini rassicuravano in tal senso: basta fare un segno sul simbolo del partito. La stessa voce fidata gli aveva detto: “se vuoi, puoi controllare sul sito della camera, è tutto spiegato là”. E il dottore c’era andato, sul sito. Aveva visitato il sito istituzionale perché era un distinto signore, sinceramente votato alla causa di un vivere civile e democratico che fosse veramente informato e consapevole. Ci aveva messo quaranta minuti, d’accordo, ma alla fine aveva trovato la sezione e aveva addirittura individuato la legge. E lì, inevitabilmente, si era nuovamente arenato. “T.U. Delle leggi elettorali…D.P.R. 30 marzo 1957, n° 361 e successive modifiche” e così via.

Fra esse, in particolare, quelle introdotte dalla legge del 21 dicembre 2005, n. 270, che ha innovato il sistema per la elezione dei deputati riformulando numerosi articoli del testo originario e dal decreto-legge 8 marzo 2006, n. 75, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 marzo 2006, n. 121”.

No, non era possibile. TUDPR19572005? Numero 121? Cosa vogliono dire queste sigle, questi numeri, questi maledetti acronimi?

Il dottore non si era dato per vinto, incrollabile nella sua ferrea convinzione di asservito democratico. E aveva continuato a navigare, ad affrontare i flutti legislativi, ad armeggiare con le ancore telematiche, a veleggiare sulle increspature linguistiche. Aveva trovato la spiegazione, la soluzione dell’arcano – forse. “La legge 21 dicembre 2005, n. 270 ha introdotto un sistema per l’elezione della Camera dei deputati di tipo interamente proporzionale, con l’eventuale attribuzione di un premio di maggioranza in ambito nazionale, che sostituisce quello misto precedentemente in vigore”.

Proporzionale? Calma: vuol dire che è equo, che è misurato, proporzionato appunto. Quello “precedentemente in vigore” era misto, quindi un ibrido, raffazzonato. Perciò hanno riformato in meglio questa volta. All’improvviso, il naufragio: “I seggi sono ripartiti proporzionalmente in ambito nazionale tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento previste dalla legge. Sono ammesse alle ripartizione dei seggi soltanto le coalizioni che abbiano raggiunto almeno il 10% del totale dei voti validi e, al loro interno, le liste che abbiano ottenuto il 2% dei voti, le liste rappresentative di minoranze linguistiche con almeno il 20% dei voti della circoscrizione e la lista che abbia conquistato più voti tra quelle che non hanno conseguito il 2% dei voti. Partecipano inoltre alla ripartizione dei seggi le liste che non fanno parte di alcuna coalizione, a condizione che abbiano avuto almeno il 4% dei voti a livello nazionale”. Aramaico, per il dott. Meroni.

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Eppure, in televisione, dicono che sia facile votare. Basta una croce, no? I suoi dipendenti hanno assicurato la facilità del procedimento, la maggiore democraticità, lo spirito ulteriormente pluralista e sommessamente liberal-progressista. Non avevano parlato di soglie di sbarramento, di percentuali, di coalizioni, di DPR e di TU e di leggi e leggine.

Dal computer alla televisione il passo è breve. Non ci sono le tribune, però, e non si può fare campagna elettorale: oddio. Nessuno ora può spiegarmi il sistema, non c’è la chiave per risolvere il rompicapo. Nessuno mi indicherà la luce, si angustiava annichilendosi il dottor Meroni. Dopo due ore, il primo spot. Finalmente. La scheda, quella per il Senato e quella per la Camera, la matita digitalizzata e statica, la croce che si materializzava sullo schermo. “Bisogna votare qua, facendo un segno con la matita” sentenziavano gli altoparlanti del televisore. La voce della ragionevolezza, calda, vibrante, accomodante. Allora è tutto semplice, si rassicurava il dottore. È tutto soffice, visto attraverso le lenti della televisione di Stato. Però c’era ancora qualcosa che non tornava.

Ad esempio: cosa centrano le coalizioni e le soglie di sbarramento? Non è che mi fregano anche questa volta? Perché è già successo, la volta scorsa mi hanno fregato. La volta scorsa non mi hanno fatto votare, i notabili burocrati a cui noi onesti e rispettabili professionisti diamo il pane. E il 4%, e il 10%, e il 603% cosa ci stanno a fare in una legge, che è fatta di parole? I dubbi laceravano il dottore, lo stavano portando sull’orlo di una crisi di nervi, appannavano la lucidità, atrofizzavano il regolare funzionamento delle usuali operazioni intellettuali. Il sonno veniva sempre meno, l’incertezza regnava, ormai incontrastata ed impietosa despota, sovrana.

La processione di fronte alla scuola elementare adibita a collegio aveva un che di mistico, di religioso. La scuola poteva essere una chiesa, gli scrutatori i chierichetti, il presidente del collegio – o il poliziotto/carabiniere – il sacerdote.

“In nome del padre…”

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Il dottore faceva di tutto per non pensare alla banalità del gesto che di lì a poco avrebbe dovuto compiere. Provava un senso di smarrimento nel ricordare di come lui selvaggiamente scherniva, con voce ostentatamente stizzosa e gracchiante, chi si asteneva: “Cosa ci vorrà mai, per andare a votare!”. Già, l’astensione: ora come ora, la più saggia, morigerata e sensata nel ventaglio delle opzioni disponibili. Il corridoio pareva cortissimo, tappezzato com’era da poster 3 metri per 1 tempestati di nomi e simboli, loghi e cognomi. E le croci sugli stemmi di partito, ovunque: una chiesa, sono entrato in chiesa e nessuno mi ha detto di farmi il segno della croce, ripeteva tra sé e sé il dottor Meroni, ridotto ormai ad un fascio di nervi ed irresolutezza.

Gli scrutatori lo attendevano al varco, le mani protese in avanti per ricevere la carta d’identità, la tua impronta nello Stato, e la tessera elettorale, pronti a loro volta a ripagarti con l’agognata scheda di voto: la patente della democrazia, come amava definirla lui. La banalità di un gesto, la meccanica ovvietà del tracciare una croce su pezzo di carta si tramutavano in montagne insormontabili, in stretti cunicoli soffocanti ed in maledetti sterrati dissestati nella mente del dottore, non appena questi collegava la fatidica “X” da apporre su un simbolo – ormai non importava più su quale – alle percentuali, al proporzionale, all’equità presunta o alla bontà di una riforma o magari alla giustezza dell’intero sistema legislativo, a questo punto. “È solo un voto, diamine, un semplicissimo voto da dare a chi ci governerà per i prossimi anni…” pensò accingendosi a calarsi nella cabina elettorale e


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7 commenti su “Voto: Il suo Esercizio è Dovere Civico

  • Alfonso

    Complimenti JP, un gran bel racconto. Mi piace in particolare come sono incastonati, in un pezzo tutto sommato breve, vari aspetti della vita italiana (non solo quello politico ma anche in ambiti di certezze personali, amor proprio, luoghi dell'informazione…).

  • Franco

    Pezzo eccezionale. Ci siamo identificati un pò tutti nella figura del dottore.

    Io recentemente mi sono scervellato per cercare di capire l'ennesima rettifica ai bandi da ricercatore ( http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0015Atti… ). Ormai di queste note né escono una al mese, e secondo me neanche chi le scrive sa che vogliono dire. Tutt'ora l'ufficio concorsi della mia università non ha capito se i concorsi banditi alla fine del 2007 sono annullati oppure validi.

    Sui simboli, secondo me andrebbero aboliti assieme ai nomi di partiti/coalizioni, e sostituiti da un numero o dal nome del segretario di partito o del candidato premier. Almeno la gente sarebbe costretta a votare in base a qualcosa di più concreto che uno slogan o un disegnino raffigurante asinelli, quercie, ulivi, fiamme tricolore, croci e quant'altro.

    Se guardate questa la pagina http://politiche.interno.it/liste2006/simboli.htm , sembra un album di figurine panini.

  • danio

    “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

    Art. 51 della Costituzione della Repubblica Italiana”

    L’articolo è il 48 comma 2

  • JP

    !!!!!

    Vado subito a flagellarmi. E si che diritto costituzionale è pure una delle mie materie preferite. Mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa.

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