Vorrei vivere in un paese con la p minuscola. 13


Marx ha detto pochissimo su come avrebbe dovuto essere la società comunista dopo la dittatura del proletariato. E quel poco, talvolta, non è neppure farina del suo sacco. Come quando scrive, su “Critica del programma di Gotha”:
In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro … dopo che …, dopo che …, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!
Una cosa che ha ispirato milioni di simpatizzanti, probabilmente ignari che fosse stata presa dagli “Atti degli apostoli” (4:32-4:33-4:35)
La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
La sinistra delle convergenze parallele viene da lontano e l’idea di una nuova società a cui tendere viene ancora da più lontano ed è auspicabile che non venga mai meno, perché è il lievito senza del quale una società smette di crescere.
Poi però ci sono i problemi di tutti i giorni e anche quelli vanno affrontati. È lì che le costruzioni astratte spesso mostrano la corda.
Ci sta che il presidente del consiglio abbia in testa un suo modello sociale, purché sia cosciente che non è lì per disegnare un nuovo inizio a prescindere ma per affrontare i problemi sul tappeto, per cercare soluzioni, sciogliere vincoli, superare ostacoli, valutare per ogni decisione presa i costi e i benefici. Certo, due presidenti diversamente orientati ordineranno e affronteranno i problemi in modo diverso, ma i problemi quelli sono e quelli restano. Uno metterà prima la disoccupazione l’altro i migranti, uno le coppie di fatto l’altro la difesa personale, uno le pmi l’altro gli indigenti; alla fine resteranno solamente le realizzazioni, delle buone intenzioni non si ricorderà nessuno. Ma per realizzare qualcosa bisogna saperci fare, in politica come in tutto il resto è indispensabile la tèchne. Chi occupa cariche istituzionali deve possedere le conoscenze indispensabili a esercitare efficacemente il proprio mandato, altrimenti sarà una Virginia Raggi qualsiasi.
È una visione riduttiva della politica a cui di solito si arriva dopo aver ascoltato cento volte le meraviglie della Città del Sole, ricavandone meno di bruscolini. Sulle persone comuni il tempo lascia i suoi segni e, forse, quelli che non li recano sono vissuti inutilmente.
Dunque se tornassi giovane, col senno di poi, vorrei frequentare una scuola dove il punto di riferimento non è il professore di lettere e filosofia; e se dopo la scuola mi ritrovassi disoccupato vorrei avere a disposizione dei centri per l’impiego che l’impiego me lo trovano davvero, o mi formano per farmelo trovare. Se fossi una donna mi piacerebbe vivere in una società dove nessuno si sente autorizzato a toccarmi il culo. Mi piacerebbe vivere in un paese dove i carabinieri non allargano le braccia davanti a uno che gli denuncia un’effrazione e dove la Giustizia non impiega dieci anni per rendergli giustizia, perché caro mio la Giustizia ha i suoi tempi che non sono i tuoi. Se fossi un vecchio, quale sono, vorrei che i locali di accettazione delle ASSL fossero decenti, possibilmente condizionati, dotati di posti a sedere in numero sufficiente, con tempi d’attesa ragionevoli ed impiegate gentili dietro il vetro.
Vorrei vivere in un paese dove politica si scrive con la minuscola, al pari di giustizia e cultura; in un paese che può contare su una razionale Amministrazione delle risorse comuni, qualsiasi sia il modello sociale perseguito; dove le scelte sono orientate da un onesto rapporto costo/beneficio che ognuno può verificare; dove persone preparate lavorano quotidianamente per mantenere l’Amministrazione adeguata alle necessità dei tempi. In un paese dove si sa per certo che il treno, qualunque sia il governo, comunque arriverà in orario.
Peccato che un paese simile abbia bisogno di un gran numero di persone preparate e peccato che la preparazione delle persone sia un portato di lungo periodo, di un iter organizzativo oltre che culturale. Peccato, perché se la qualità delle persone cambiasse con il risultato elettorale sarebbe tutto più facile.


13 commenti su “Vorrei vivere in un paese con la p minuscola.

  • barbara

    Dove prenotando a metà aprile 2018 un’ecografia per controllare il malloppo che ha preso dimora nel mio fegato, non mi venga detto che la prima data disponibile è a gennaio 2020.

    • fma

      … e se ci fossero dubbi, a stretto giro di posta, un’agobiopsia ecoguidata.
      Il nostro, con tutti i limiti detti, è però un paese non omogeneo. Ci sono regioni in cui i tempi di attesa sono biblici e altre in cui non lo sono. L’alternativa è costituita dalle strutture private, dove l’eco te la fanno nel giro di tre giorni. E qui si scopre quanto questo paese abbia bisogno d’essere migliorato, intervenendo non sui massimi sistemi ma sul funzionamento delle strutture. E’ quando ti serve che scopri quanto vale un paese.

      • barbara

        Adesso sappiamo che l’aggeggio è benigno e di una razza che non degenera, ma quando mi è stato trovato nel corso di un’ecografia che avevo fatto per tutt’altro motivo, e c’era bisogno della risonanza per stabilirne la natura, che appariva “ambigua”, nonostante la riconosciuta massima urgenza non c’erano date disponibili prima di due mesi. Ovviamente l’ho fatta a pagamento, ma anche così ho dovuto aspettare un intero mese – e non ti dico in che stato d’animo, sapendo benissimo che con un tumore al fegato non hai scampo. Qui visite ed esami a pagamento si fanno nelle stesse strutture, coi medici che anziché arrotondare lavorando nelle strutture private, fanno gli straordinari qui. Come giustamente osservava un amico medico, quelli sono macchinari che costano milioni di euro, non è ammissibile farli lavorare cinque ore al giorno, per poi, dopo qualche anno, mandarli comunque in pensione perché superati, dopo averli fatti lavorare per sì e no un quinto della loro capacità. Andrebbero fatti funzionare ventiquattr’ore su ventiquattro: se tu per fare un esame alle dieci di mattina o alle quattro del pomeriggio devi perdere mezza giornata di lavoro, sarai sicuramente felicissimo di farlo alle dieci di sera, e chi come me soffre di insonnia, non avrebbe alcun problema ad andare alle due di notte. Come ci sono medici e infermieri che fanno i turni di notte in reparto e al pronto soccorso, si farebbero fare anche per la diagnostica, con liste d’attesa di giorni e non di anni. Prima vivevo in Alto Adige, e lì andava decisamente meglio, però anche lì la tendenza era all’allungamento. Quattro anni e mezzo fa per esempio sono stata investita sulle righe e fra le numerose gravi conseguenze ne ho riportato drammatici problemi neurologici, e per una visita ho dovuto aspettare più di due mesi.

  • Dario Ultracrepi

    Completamente d’accordo con l’Autore. E tutto quanto descritto non è né di destra né di sinistra, finalmente. E neanche di centro. Difficilmente un modo di operare come descritto potrebbe andare a detrimento di qualcuno, come si favoleggia invece nella stanca divisione di dx e sin. Ed è persino chiaro che sarebbe possibile perché pare che unico requisito sia la volontà. Forse, correggimi se sbaglio, mi pare una attitudine più orientale che occidentale… forse noi abbiamo esagerato in individualismo. E non abbiamo una etica sottostante sincera e comune.

    • fma

      La volontà è sicuramente indispensabile, così come il senso delle responsabilità connesse al ruolo: sono un medico e ho degli obblighi, ma anche sono un infermiere…. o un’addetta agli sportelli…o un impiegato del comune. Poi però bisogna anche saperci fare, bisogna essere capaci di fare. Bisogna fare.
      Sarò un fissato della preparazione professionale e dell’organizzazione, ma ogni volta mi scontro con qualcosa che mi rafforza nell’idea. Ti racconto l’ultima, sperando di non annoiarti.
      L’altro ieri sono venuto casualmente a conoscenza che l’Aifa aveva ritirato dal commercio un diffusissimo farmaco contro l’ipertensione.
      https://www.corriere.it/salute/18_luglio_06/impurita-potenzialmente-cancerogena-l-aifa-ritira-farmaci-base-valsartan-f45c3d70-80eb-11e8-98a9-8f8934803a67.shtml
      Siccome assumo proprio quel farmaco, controllo se i medicinali che ho in casa appartengono ai lotti incriminati. Sì, appartengono ai lotti incriminati.
      In un paese che funziona, secondo te, cosa sarebbe dovuto succedere?
      Secondo me, il medico di base, che per ruolo è a conoscenza delle mie dipendenze farmacologiche, note e digitalizzate, avrebbe dovuto mandarmi un messaggino e dirmi: o pirla, non prendere più quei farmaci, ma quest’altri. Eccoti la prescrizione.
      Invece cos’è successo ? Niente.
      Ho telefonato io al medico di base, sapeva della cosa, ma non sapeva che pesci prendere. Era in attesa di ordini superiore. Spiacente.
      Allora ho telefonato a un amico cardiologo. Era informato, in ospedale avevano già provveduto a togliere dalla circolazione tutti i lotti inquinati. In commercio c’erano dei lotti non inquinati. Bastava acquistare dei nuovi farmaci, stessa molecola, non inquinata.
      Ho preso le mie confezioni intonse, potenzialmente cancerogene, e sono andato dal farmacista che me le aveva vendute. Sì sapeva qualcosa, ma non sapeva che farsene delle mie confezioni, perché prive di fustella. O ciula, ma la fustella l’hai staccata tu quando me le hai vendute! Eh lo so, aspetto che mi dicano cosa devo fare! Seguito dalla solita apertura di braccia per dire: siamo in Italia!
      Morale, siccome ci conosciamo da vent’anni mi ha venduto una confezione sana, senza prescrizione medica, gliel’ho paga e lunedì dirò al medico di base cosa deve fare. L’abbiamo medicata all’italiana.
      E’ questo modo di interpretare il proprio ruolo che bisogna cambiare.

      • Dario Ultracrepi

        Concordo con te su preparazione ed organizzazione. Per la vicenda in questione il sottotitolo diceva… prodotti in Cina… ecco a che punto siamo ridotti. Peraltro per lustri si è andato distruggendo il senso stesso del saper fare (nel senso nobile sia manuale che concettuale), sembravamo arrivati alla fine della storia evolutiva… basta i schei… Fortunatamente in molti l’amore (freddo o caldo) per il sapere è rimasto ed abbiamo ancora passione e competenze in questo paese, ma come dici tu a culo dove abiti…
        Io resto del parere che la maggioranza delle persone può imparare bene a fare qualcosa, nei vari gradi delle attitudini e capacità. Lo dimostra il passato: bravi muratori, bravi ingegneri, bravi agricoltori, bravi insegnanti e via dicendo, e ognuno lo faceva senza enfasi perché sapeva che ci campava. E’ vero che non tutti devono laurearsi ma questo non significa dare la stura al pressapochismo altrove. Freddo o caldo… sia amore per il sapere e sia amore per la ricchezza economica derivante d un dotto sapere, non faccio più scale morali…

        • Dario Ultracrepi

          … aggiungo, un tempo si favoleggiava di “controllo democratico”… poi qualcosa è successo, non mi è ben chiaro cosa…

          • fma L'autore dell'articolo

            Secondo me qualcosa che non va comincia quando si crede, ma soprattutto si lascia credere, che qualsiasi decisione assunta democraticamente sia legittimata e per il meglio. Mentre in realtà non c’è alcuna garanzia che il parere della maggioranza non possa essere per il peggio, vedi Barabba.
            Il guaio è che solo il popolo paga poi le conseguenze delle scelte sbagliate, anche delle proprie, perché non è nella posizione di potersi scansare.
            Chi può incassa e se ne va.
            Ci vorrebbe una mente critica, 🙂 che purtroppo pare non appartenga agli organismi di massa

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