Voglio fare il presidente della Repubblica 38


Partiamo da alcune cose non vere che di questi tempi circolano in maniera piuttosto insistente.

  • Con il voto del 24 febbraio l’Italia si è spaccata in tre.

Approccio ridicolo ad una situazione assolutamente normale: gli italiani hanno votato e hanno scelto. E ognuno ha scelto dal suo punto di vista ciò che riteneva più giusto e opportuno. Che cosa significa la lamentela su questa ipotetica spaccatura? Che dovevamo votare tutti nello stesso modo? Qualcuno pensa davvero che la democrazia ne avrebbe guadagnato?

Si dice che in questa situazione risulta quasi impossibile la nascita di un governo politicamente forte. Vero, ma questo dipende da una pessima legge elettorale, non da come hanno votato gli italiani.

  • L’Italia è un paese ingovernabile.

I fatti dimostrano esattamente il contrario. A novembre del 2011 qualcuno (certo non gli italiani) ha deciso che Berlusconi non andava più bene e l’ha cacciato, mettendo al suo posto un governo prono ai voleri dei potentati finanziari, prevalentemente stranieri. Qualcuno ha visto il popolo scendere in piazza in modo massiccio per protestare contro questo golpe? Non mi pare proprio.

Oggi il presidente della Repubblica nomina una commissione di presunti saggi, da cui esclude a priori la seconda forza politica del paese, per decidere quali debbano essere le priorità da affrontare per il prossimo governo, scavalcando il Parlamento e prolungando in questo modo l’esistenza di un governo privo di legittimazione. Qualcuno ha visto cortei di persone imbufalite mettere a ferro e fuoco le città? No? Strano…

Questo solo per stare ai fatti più recenti, ma se andiamo indietro nel tempo la situazione non migliora: la verità è che governare gli italiani è fin troppo semplice. Forse è il caso che cominciamo a renderlo un po’ più difficile.

  • Siamo senza un governo, ed è urgente nominare un governo dotato di pieni poteri.

Assolutamente falso. Il governo Monti è tuttora in carica, anche se dimissionario, e non è mai stato sfiduciato dal Parlamento. Anche l’incarico dato a Bersani per formare un nuovo governo ha dimostrato la volontà di mantenere in sella l’attuale governo; un pre-incarico, cioè una formula che non mettesse in discussione il governo attuale.

Si dice però che dovrebbe gestire solo l’ordinaria amministrazione, definizione per altro non regolamentata ma legata esclusivamente alla prassi. L’aver scatenato un incidente diplomatico con l’India rifiutando la restituzione dei due marinai è ordinaria amministrazione? L’aver poi cambiato idea, abbandonando quindi i due disgraziati al loro destino è ordinaria amministrazione? L’aver approvato una strategia energetica nazionale è ordinaria amministrazione? I prossimi provvedimenti, preannunciati da Napolitano, che prenderà d’intesa con le istituzioni europee sono ordinaria amministrazione?

Il governo c’è e, purtroppo, opera con pieni poteri. L’urgenza di mandarlo a casa invece è vera, ma solo se si riesce a sostituirlo con qualcosa di completamente diverso; cosa che non sembra di vedere all’orizzonte.

  • Il presidente della Repubblica non ha poteri.

Certo, in teoria. I fatti dicono una cosa ben diversa. Il presidente della Repubblica fa e disfa i governi con una certa disinvoltura, decide quali forze politiche sono titolate a parlare dei problemi del paese, stabilisce quali sono le priorità da affrontare. Senza contare le pesanti interferenze esercitate sulla magistratura per alcuni processi particolarmente delicati.

Come hanno scritto persone ben più qualificate di me, il ruolo di presidente della Repubblica viene “interpretato” e dipende dal protagonista decidere il taglio e i limiti di questa interpretazione.

  • Il movimento 5 stelle è l’unico che può cambiare il destino del paese.

Che il movimento di Grillo sia il sintomo di un cambiamento in atto non c’è dubbio; che possa di per sé produrre cambiamenti significativi nel paese e nelle sue istituzioni ce ne corre. I fatti dicono che non può esprimere autonomamente un governo perché non ha i numeri, né può partecipare ad un governo di coalizione perché tradirebbe la sua natura e scomparirebbe in tre mesi. Il suo ruolo è quindi inevitabilmente quello di forza di opposizione, chiamata a lavorare in Parlamento su singoli provvedimenti; un ruolo importante da cui possono venir fuori delle buone cose, non certo qualcosa che cambierà il destino del paese. Qualsiasi intenzione che vada oltre questo ruolo è velleitaria.

Del resto, per incidere in modo significativo sul nostro futuro, occorre intervenire pesantemente sulle questioni economiche, dalla gestione della moneta al mercato del lavoro, dal sostegno alle imprese alla politica fiscale e di bilancio; e per poter fare questi interventi è necessario rimettere in discussione tutti gli accordi europei (e non solo) che ci vincolano in vario modo impedendo la realizzazione di autonome politiche fiscali, economiche, industriali, ecc.

Ma se un tale approccio non esiste (al di là della propaganda elettorale) nelle proposte dei partiti presenti in Parlamento, tutti allineati ai voleri dei poteri europei, al movimento 5 stelle, che pure è giustamente critico su questi aspetti, manca una visione generale che lo metta in condizione di presentare una proposta organica. Anche la proposta di un referendum sull‘Euro, risulta poco più che un pio desiderio: è un’operazione tecnicamente complessa, richiede tempi lunghi non compatibili con la situazione, necessita di un’informazione diffusa e approfondita su temi non alla portata di tutti, cosa che non è pensabile nello stato attuale; oltre a questo resta il fatto che dovrebbe deciderla un Parlamento in cui il movimento è minoranza.

Questo è il quadro della situazione e non sembra lasciare molti margini di manovra; il prossimo governo, quale che sia, proseguirà l’opera di quello attuale, e le nostre speranze di liberarci dal giogo della finanza europeista restano affidate ad un evento esterno, forse proveniente dalla Francia, o da Zoroastro, oppure dagli UFO.

A meno che…

A meno che non si abbia il coraggio di percorrere la strada più difficile ma, per certi versi, più ovvia. Siamo in guerra, una guerra le cui armi operano in borsa, ma che non per questo fanno meno danni o meno vittime. Il punto di partenza quindi non può essere altro che il riconoscimento della situazione e l’individuazione degli strumenti necessari per affrontarla, strumenti di cui oggi non disponiamo.

 

Tra poche settimane scade il mandato del presidente della Repubblica. Avendo maturato da poco i requisiti stabiliti dalla Costituzione, mi candido come nuovo presidente della Repubblica.

E lo faccio con un programma ben preciso. Sì, lo so che solitamente i programmi li presentano i partiti alle elezioni e i governi quando devono ottenere la fiducia dal Parlamento, ma la situazione è straordinaria e richiede azioni altrettanto straordinarie.

  1. Costituzione di un governo di emergenza. Un ristretto gruppo di persone competenti (realmente competenti, non come quelli di adesso), capace di elaborare i diversi provvedimenti nel dettaglio e di andare a discutere alla pari con i partner stranieri.
  2. Dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Sarebbe più indicata la dichiarazione di guerra, niente di più che la constatazione di una situazione che esiste già nei fatti, ma questa richiede un passaggio parlamentare difficile da immaginare. Questa dichiarazione rende possibile ogni altra iniziativa di carattere straordinario.
  3. Sospensione dei trattati europei. E’ attraverso questi trattati che la guerra in corso viene portata avanti, quindi la prima cosa da fare è disarmarli.
  4. Chiusura delle borse. Il luogo in cui avvengono alcuni dei più terribili delitti economici va bloccato; allo stesso tempo vanno sospese le quotazioni di tutti i titoli italiani nelle borse del resto del mondo.
  5. Invio di una delegazione presso le istituzioni europee e gli altri paesi europei. Il compito di questa delegazione sarà quello di trattare una ridefinizione radicale dei rapporti economici e finanziari, a cominciare dalla moneta unica che, così come è oggi, non può in alcun modo sopravvivere.

Se questa missione avrà successo, assisteremo ad una rinascita dell’Europa, previa smantellamento di molte delle sue infrastrutture, come progetto di collaborazione e di progresso per tutti i popoli europei. Se invece questa strada si dimostrerà non percorribile, l’Italia procederà autonomamente a ridefinire la propria politica economica, monetaria, fiscale e industriale, senza dimenticare il mercato del lavoro e la politica dei redditi; l’obiettivo è il ripristino di una situazione in cui la ricchezza, le capacità e la produzione nazionale siano valorizzate come meritano, e il benessere dei cittadini non sia più limitato da vincoli di alcun tipo.

E’ facile immaginare che, in questo secondo caso, altri paesi già colpiti duramente dalla crisi, si accoderanno alle scelte italiane, dando così maggiore forza alle posizioni prese e aumentandone quindi le probabilità di successo.

 

Non è fantapolitica, si può fare. Si tratta, anche in questo caso, di una interpretazione un po’ estesa del ruolo di capo dello Stato ma, visti i precedenti, nulla di veramente eccessivo. Serve il coraggio di guardare i problemi in faccia e prendere le decisioni necessarie a risolverli; naturalmente avendo come obiettivo il benessere dei cittadini e della nazione, cosa che non sono sicuro sia condivisa dai politici di oggi.

L’alternativa è una crisi che continuerà ad aggravarsi senza che alcuno tra i nostri politici decida di cambiare strada; loro anzi insistono a dire che il peggio è passato e che si vede la luce in fondo al tunnel. Quello che non dicono è che usciti dal tunnel c’è il burrone.


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