Vivere nel Modo Giusto

 

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“Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star…”

(Fight Club)

I cantanti sono stupendi. Fanno politica e denuncia sociale, cambiano i costumi e trattano qualsiasi tematica il tutto attraverso slogan e frasi tagliate con l’accetta. Non c’è argomento che li spaventi, dai misteri dell’animo umano ai temi economici più complessi (liquidati con un bel “cancella il debito”); visto il trend, mi aspetto prima o poi una hit riguardo alla congettura di Poincaré.

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Per citare qualche esempio che ci risulterà funzionale come il cacio sui maccheroni, “Vivi davvero” canta Giorgia nell’omonima canzone; “Per vivere davvero ogni momento…come se fosse l’ultimo” canta Vasco in Sally e “Vivere vivere ma vivere davvero” canta Pierangelo Bertoli in Voglio Vivere. Vivere nel modo giusto, insomma.

Ma come si fa a sapere come “vivere nel modo giusto”?

Un tempo l’unico sistema per rispondere a questo interrogativo era il proprio intorno, ovvero la famiglia ed il gruppo sociale che circondava l’individuo. Il bambino imparava direttamente nella vita di tutti i giorni “come si vive” da parte della sua famiglia, in special modo per osservazione. Con l’avvento dei mass media qualcosa è cambiato: se da un lato le persone sono più aperte all’esterno ed imparano molte più cose sul mondo, dall’altro vengono a contatto anche con modelli di vita differenti. Con la nascita del mass media più potente, la televisione, è cambiata la definizione del “vivere nel modo giusto”.

Più che attraverso certi programmi del tipo Uomini e Donne (che presentano situazioni fasulle e slegate da qualsiasi realtà umana), questa definizione è mutata a causa della pubblicità. Lenta ma costante, la pubblicità ha creato un immaginario collettivo fatto di persone bellissime, ricche, felici e cool. La pubblicità non conosce limiti fisici/economici/morali perché è finta. Il montaggio e le luci permettono di presentare tutto cool, e la musica di sottofondo guarnisce il sogno lucido alla perfezione.

Ora, se consideriamo la scarsa conoscenza che una persona ha generalmente degli esseri umani, degli usi di vita di altri popoli e sommando il numero di spot con cui la stessa persona viene a contatto negli anni (specialmente quelli infantili ed adolescenziali, fondamentali per la creazione della personalità), è facile capire quanta influenza possa avere l’advertising nei sogni, nelle aspettative e nelle aspirazioni delle persone. Nella mente di tutti noi si insinua pian piano l’idea che quella way of life possa esistere, e che sia la “vita vera”, degna di essere vissuta, una sorta di “vivere inimitabile” D’annunziano ad uso e consumo delle masse. Diventa allora ovvio lavorare sempre di più per acquistare oggetti, cercare di diventare simili ai bellissimi corpi della pubblicità e vivere secondo certi schemi che da parte di tutta la società (sottoposta esattamente agli stessi spot) sono considerati come “vivere nel modo giusto”.

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La pubblicità crea il mito dell’uomo qualunque diventato ricco e famoso per il solo fatto di essere conosciuto da tutti pur non avendo alcuna capacità (boyband, veline, ecc). Lo scopo di ognuno diventa essere conosciuto a qualsiasi costo, perché, secondo l’educazione mediatica ricevuta, lo stare sul palco con la folla che grida il tuo nome è la vita migliore che si possa avere. Visto il carattere necessario di forte sproporzionalità tra famosi e non famosi, i molti che assistono all’immotivata fama e ricchezza di pochi uguali a loro (e non sono avveduti dell’assurdità della faccenda) sperimentano un senso di frustrazione dovuto all’ingiustizia di non essere riusciti a vincere la partita pur avendo in mano le stesse carte. E sono milioni.

Per alcuni questo senso di non essere riusciti a “vivere davvero” si traduce in una chiusa infelicità, per altri invece si esterna nella violenza e nell’insoddisfazione che si tramuta in rabbia: anche i recentissimi episodi di violenza urbana tradiscono un’insoddisfazione esistenziale di livello profondo, di cui questa frustrazione è causa concorrente.

Complice la crisi delle ideologie politiche e dei valori tradizionali, oramai la pubblicità è rimasta l’unica dispensatrice di certezze per le nuove generazioni, che hanno spesso famiglie assenti o distrutte che non ricoprono più il ruolo di esempio che avevano un tempo. Il bisogno di una guida nelle scelte è così fondamentale nella maggioranza del genere umano che per esso a livello pratico non cambia affatto l’essere sotto una dittatura o in democrazia: c’è sempre una strada tracciata da seguire, prima dal potere, poi dalla pubblicità.

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Tutti noi siamo continuamente alla ricerca di sapere come vivere “nel modo giusto”. Abbiamo tutti una grande paura di “perderci qualcosa” di quello che sta succedendo attorno, e di non vivere “completamente”.Cosa significa vivere nel modo giusto? Significa avere una vita che risponde a certi canoni di approvazione sociale e culturale che ci permettono di considerarci persone riuscite all’interno della società in cui viviamo. Significa cercare di avere il meglio che noi riteniamo possibile per le nostre capacità, senza accontentarci di un posto più in basso sul piano lavorativo, affettivo e sociale. Significa essere consapevoli di aver effettuato una scelta di vita fruttuosa, che ha forti ripercussioni anche sulla nostra autostima. E non è una questione di conformismo: anche gli outsider, ossia quelli che tendono a situarsi fuori dal sistema sociale in corso, sono convinti della bontà del loro sistema di vita, contrapposto a quello “sbagliato” proposto dalla cultura dominante.

Dobbiamo imparare ad ascoltare gli insegnamenti dei grandi uomini, perché è grazie all’esperienza condensata nei libri che il genere umano si è evoluto; come scriveva Italo Calvino, si devono leggere i classici per capire l’animo umano, e mai fuggire la riflessione personale. Una signora di mezza età che conosco, sempre indaffarata, mi ha detto che lei non pensa mai altrimenti le viene una grande confusione in testa. Le ho risposto che se non pensa lei, ci sarà qualcuno che penserà anche per lei. E non è detto che lo faccia nel migliore dei modi.

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Valerio Callegaro Stampa questo Articolo Stampa questo Articolo
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Condivido pienamente l’opinione di Valerio e sono felice ce ad esprimerla sia un giovane della sua età.

Personalmente ho sempre pensato che alcuni uomini con la loro vita e con il loro pensiero abbiano tracciato delle rotte grazie alle quali è possibile viaggiare più agevolmente.

Il reso, spesso, è solo abietto tentativo di usare le nostre vite come forma di arricchimento per altri e va ignorato o, forse, combattuto.

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Ma come si fa a sapere come “vivere nel modo giusto”?

Probabilmente anche Adamo ed Eva se lo sono chiesto di fronte alla scelta di mangiare o meno il frutto dell’albero del bene e del male.
Alla fine ne mangiano, convinti che sia un “bene” per loro…

L’autore valuta la scelta osservandola nelle sue conseguenze (nefaste per Adamo ed Eva).

Guardando, oggi, alle conseguenze del nostro vivere, chi può dire di aver fatto scelte giuste?

E’ sorprendente la nostra “incapacità” di guardare alle conseguenze del nostro vivere:
Volgarità, bruttezza, stupidità, avidità, disumanità..
Riflettere su di esse, prenderne le distanze, provare ad intraprendere un cammino diverso, magari seguendo le “rotte tracciate da alcuni uomini grazie ai quali potremmo viaggiare più agevolmente”, come scrive MC..
Leggere i classici, come suggeriva Calvino, per “riappropriarci” dell’animo umano…
Ascoltare l’insegnamento dei grandi uomini, come scrive Valerio.

Uno a caso?

Io suggerirei di “rivalutare” gli insegnamenti di Gesù Cristo. :)

Luna

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p.s.

@MC:….usare le nostre vite come forma di arricchimento per altri…

Nel 1962 Moravia scrive dell’alienazione della coscienza.
“Secondo Marx, l’alienazione è il processo per cui l’uomo diventa estraneo a sè stesso fino al punto di non riconoscere se stesso. L’operaio è alienato prima di tutto perché il prodotto del proprio lavoro non gli appartiene, poi perché egli non si esprime attraverso il lavoro in quanto il lavoro non lo riguarda in alcun modo. In termini generali potremmo dire che c’è alienazione ogni volta che l’uomo è adoperato come mezzo per raggiungere un fine che non è l’uomo stesso bensì qualche feticcio che può essere via via il denaro, il successo, il potere, l’efficienza, la produttività etc.” (Moravia)

Siamo, dunque, un popolo di alienati?

Nel 1962 Moravia conclude il suo articolo sull’Alienazione:
“Siamo anche noi stanchi di dire sempre le stesse cose.
Cambiare non si può; questo è il mondo in cui viviamo; un mondo diverso non c’è né può esserci; tutt’al più possiamo contribuire a formarne uno nuovo nel quale, però, non ci sarà dato vivere”.

E’ cambiato qualcosa da allora?

Luna

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Secondo me le scelte sono sempre quelle giuste, poi a volte si sviluppano risultati sbagliati, formano sempre parte del nostro punto di vista da quando abbiamo fatto la scelta, molte volte senza valutare il nostro dintorno e gli effetti della nostra scelta, quindi ci sentiamo sfortunati, ma la realtà è che siamo vittime di noi stessi. Le nostre scelte disegnano il nostro futuro, è un po come essere in un albero di Natale e vai scegliendo il ramo delle palline che ti piacciono di più, un ramo porta a l’altro, ed è così che lo nostra vita trascorre.

Salutoni

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Io non so rispondere a questa domanda.
Come tutti penso di vivere nel modo giusto.
Diciamo che un sano utilizzo del cervello e lo sviluppo di senso critico aiutano nel limitare gli effetti sbagliati di scelte, che come dice Miguel, sono sempre giuste.

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