Vista dall’Australia: Osservazioni sull’Immigrazione in Italia

La questione dei diritti negati ai figli di immigrati in Italia, e più in generale, quella del trattamento osceno riservato agli immigrati dalle istituzioni, dai media, e - purtroppo - da una parte del sentito comune italiano, mi sta molto a cuore.

In Italia ho sperimentato sia direttamente sia per interposta parte le discriminazioni riservate a chi ‘non appartiene’ al consesso nazionale semplicemente perché la cultura italiana di oggi e’ inficiata da un sistema sociale, espresso tramite il potere mediatico e politico, che prospera e mantiene il consenso tramite la demonizzazione dell’Altro.

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Nella mia iniziale vita in Italia riscontravo quotidianamente la totale ignoranza tra i miei interlocutori sulla realtà dell’emigrazione italiana, vedevo nei loro sguardi lo smarrimento dovuto al fatto di non sapere come ‘classificarmi’ od omologarmi nella loro narrazione identitaria condizionata dai discorsi mediatici nonché intellettuali correnti in Italia che ignoravano completamente la realtà di quell’Italia altrettanto numerosa che vive all’estero. La loro narrazione del se’ era completamente incentrata su di un concetto di identità nazionale/regionale che non ammetteva che uno potesse essere o sentirsi ‘italiano’ ma non essere mai stato in Italia. Infatti, quasi tutti mi chiedevano quando sarei partito per l’Australia e quando sarei ‘rientrato’.

Il fatto che parlassi bene l’italiano, benché con leggera inflessione meridionale, complicava ulteriormente il loro quadro mentale, particolarmente tra i settentrionali. Qualcuno tra questi pensava che stessi scherzando quando ribattevo che conoscevo meglio l’inglese dell’italiano e quindi cercava di mettermi alla prova sottoponendomi dei brani di lettura. Per altri, il fatto che avessi quel certo accento meridionale mi squalificava dal mio patrimonio australiano e anglofono: dovevo essere un ciarlatano, uno che si voleva far passare per un altro, il solito meridionale furbo che si era infarinato d’inglese lavando i piatti in qualche tugurio americano per poi rientrare in Italia a spacciarsi per anglofono. La mia carnagione calabrese mi faceva classificare tra i soliti trapiantati che si sarebbero arrampicati sui vetri pur di guadagnarsi la pagnotta.

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Mille volte mi e’ capitato di non essere creduto quando mi proponevo come insegnante di inglese: “Ma io vorrei un madrelingua con cui conversare” e io: “L’assicuro che sono di madrelingua” e loro “Ma come fa ad essere madrelingua quando si chiama Papalia?” Come se il mio nome mi vietasse di essere quello che dicevo di essere. Per molti dovevo rimanere il solito meridionale per la forza del loro pregiudizio. Il direttore di una scuola privata mi chiese copia del mio diploma di laurea perché non credeva che fossi anglofono. Questi problemi non esistevano per i miei colleghi inglesi che avevano la ‘faccia da inglese’. Impietosendosi, qualcuno tra i miei colleghi con ‘la faccia da inglese’ cercava di aiutare la mia causa professionale facendo notare che malgrado il mio aspetto e il mio nome, ero stato istruito a livello universitario e che ero veramente di madrelingua inglese.

Un capitolo a parte merita il fatto di essere stato australiano e non americano o britannico: “Ma in Australia si parla l’inglese?” oppure “Io non sono interessato a imparare l’inglese australiano, vorrei imparare quello britannico” e io a rispondere: “Guardi che l’inglese che vuole imparare lei esiste solo sui libri di scuola” e giù di questo passo.

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Infine si entra nel capitolo: “Rapporti con le istituzioni”. Qui non basterebbe un saggio intero. In questa sede, per non dilungarmi troppo, cito un aneddoto: Quando per la prima volta mi recai alla segreteria studenti dell’Università di Pavia a consegnare i documenti per iscrivermi, l’impiegato mi fece notare che avevo messo un francobollo sulla pratica al posto della marca da bollo. E io, che non sapevo neanche che cosa fosse una marca da bollo a rispondere: “Ma che differenza fa, sempre di 900 lire si tratta!”

Allora, malgrado fossi nato all’estero, quale cittadino italiano ero comunque sottoposto alla leva militare. Avrei potuto studiare in Italia senza essere chiamato alle armi solo a condizione che mantenessi la residenza all’estero. Inoltre, per lo stesso motivo, non mi era permesso di lavorare. Nella logica dello stato avrei dovuto dipendere totalmente dai miei genitori per sostenermi.

Questo, per un giovane australiano, qual ero, sarebbe stato un offesa inaccettabile alla mia dignità di persona. Di conseguenza, per mantenermi agli studi mi sono messo a lavorare in nero in tutta una varietà di occupazioni: comparsa al cinema, venditore di panini e bibite abusivo negli stadi e negli autodromi della Formula 1 e in vari luoghi di villeggiatura, insegnante e traduttore occasionale di inglese presso scuole private più o meno discutibili.

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Inoltre, non avevo casa se non al collegio universitario dove vendevo la mia prestazione come insegnante in cambio di una camera. Quando il collegio chiudeva per l’estate, non avendo i soldi per tornare in Australia, diventavo nomade ed elemosinavo un letto presso amici o presso i miei parenti nel meridione.

Non avendo residenza, non avevo diritto neanche alla copertura sanitaria: quando avevo bisogno di cure dovevo rivolgermi al pronto soccorso, o ad amici studenti di medicina.

I miei amici cercavano di omologarmi a seconda della propria narrazione ideologica: ero calabrese per i calabresi, cittadino del mondo per i metropoliti di Milano o di Napoli, latore del progresso per chi serbava quel complesso di inferiorità che contraddistingue molti italiani. Tutti mi chiedevano la stessa cosa: ma che cosa ci sei venuto a fare qui? Si sta cosi’ bene in Australia! (Anche se non ci erano mai stati). Pochissimi riuscivano a capacitarsi del perché della mia venuta per viverci; pochissimi intuivano la mia intima’ necessita’ di ricollegarmi alle mie radici, di ritrovare quella parte della mia identità che credevo mi fosse stata negata o repressa nella mia vita australiana.

Per molti versi sono stato testimone e vittima allo stesso tempo dello stesso razzismo, della stessa elefantiasi e arroganza istituzionale, della stessa ignoranza, della stessa incapacità tutta italiana di guardare al di fuori del proprio cortile mentale, sebbene in misura meno virulenta di quello sperimentato dagli immigrati in Italia. Se io ho avuto i problemi che ho descritto sommariamente sopra, figurarsi chi e’ ancora più diverso, chi corrisponde ancora meno all’omologazione impostagli oppure non riesce a sfuggire a quell’omologazione negativa che pullula in quell’acquitrino o langa a cui si da’ l’epiteto di ‘cultura italiana’.

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Siamo nel pieno del paradosso pirandelliano: da fuori si vuole imporci un’identità, un soprannome che dovrebbe esprimere tutto il nostro essere e al quale dobbiamo soggiacere tutta la vita perché cosi’ pretendono i custodi dell’utilità sociale. Invece, da dentro si anela di fuggire, di liberare la nostra anima da queste catene ideologiche.

Derivo dal quadro descritto sopra alcune considerazioni di natura più astratta:

Il sentimento comune in Italia ha rimosso l’entità del fenomeno emigratorio italiano nonché le sofferenze subite dagli emigrati italiani in patria e all’estero. Allo stesso modo non vuole riconoscere nel volto dell’immigrato extra o neo-comunitario il proprio aspetto di paese ex-subalterno ed ex-povero.

E’ il nostro passato che ritorna, e mi si perdoni l’espressione tipicamente australiana, a ‘morderci nel culo’. Noi italiani, che credevamo di esserci lasciati alle spalle la povertà, le guerre d’occupazione, le divisioni ideologiche ed etniche, votandoci al ‘progresso’, al benessere e alla modernità ci ritroviamo a doverci misurare con l’immigrazione che ci costringe a ricordare chi eravamo e che porta di nuovo a galla tanti nodi irrisolti provenienti dal nostro passato, non ultima la questione meridionale e la violenta unificazione del nostro paese che per milioni di italiani provoco’ quella catastrofe identitaria e culturale espressa anche nell’emigrazione di massa. Chi ricorda oggi che furono proprio le rimesse degli emigrati a dare un contributo determinante allo sviluppo industriale italiano prima, durante e dopo le guerre mondiali?

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Credo che le velenose e distruttive ideologie localistiche ed esclusionistiche di cui sono espressione partiti come la Lega Nord e Alleanza Nazionale sorgano proprio da una sorta di setticemia civile dovuta proprio al fatto che questi nodi non solo sono rimasti irrisolti ma non sono neanche oggetto di dibattito o analisi culturale approfondita.

Lo stesso dicasi del lascito della politica estera del fascismo, quale prolungamento del Risorgimento in salsa crispiana, che per risolvere la questione dell’emigrazione meridionale s’imbarco’ verso conquiste coloniali finanziate dalle rimesse, realizzate da bombardamenti a gas e da massacri, e rette da campi di concentramento, pulizie etniche, esecuzioni sommarie, e leggi di esclusivismo razziale.

L’Italia democratica e cosiddetta civile ci ha messo decenni per restituire l’obelisco di Axum all’Etiopia, non senza polemiche. Ancora oggi la Libia di Gheddafi è oggetto di demonizzazione e di disprezzo, mentre in Italia e’ ancora vietata la proiezione del film (del 1982 !!!) sull’operato del colonialismo italiano in quel paese, “Il leone del deserto“.

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Si parla tanto di foibe, ma chi ricorda oggi le decine di migliaia di jugoslavi, in maggioranza sloveni, periti a mano dell’esercito italiani comandato da un generale, Mario Roatta, che fu pure amnistiato nel dopoguerra?

Nel vuoto ideale nel dibattito politico italiano che ne consegue, molti partiti trovano il proprio equilibrio e riescono a raccogliere consensi solo attraverso l’obnubilamento del passato e il perpetuare dell’ostracismo di cui sono oggetto gli immigrati in Italia: può andare bene mantenere il loro contributo all’economia, però niente diritti, ne’ comprensione, ne’ rispetto, ne’ dignità.

dm

dal nostro lettore Gerardo Papalia

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Un post bellissimo.

Mia nonna (si chiamava America) ha subito lo squallore di Ellis Island, raccontadomi cose che mi hanno marchiato a fuoco.

Per questo il clima attuale contro gli immigrati (a prescindere) di questo periodo mi infastidice molto (per usare un eufemismo)

lei ha sofferto moltissimo per queste ingiuste discriminazioni, crudeltà, solo perchè era di un’ altra “razza” (che poi che vorrà dire?) E mi ha insegnato di ricordare sempre di non fare mai agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Perchè essere inutilmente crudeli con il tuo prossimo è facilissimo. Lo sanno fare tutti. Ma essere buoni è la scelta giusta. E alla lunga è anche quella migliore

Per questo, anche per questo, nella vita io preferisco il sorriso.

Un sorriso senza riserve.

Mister X di Comicomix

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Assoluta verità. Mi congratulo con Lei! Ha toccato un tasto dolente, profondo nelle sue dimensioni radicati e assurdo nell’impostazione a subirlo.

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carissimo,
per me sei semplicemente un anima in pena che non si sente ne italiano, ne australiano, mi sembri quasi senza identità. i paroloni che usi per far vedere che sai l’italiano meglio di un italiano non ti fanno lode ma anzi aumentano la distanza tra te e le persone in cui ti vorresti riconoscere. poi tu ti paragoni agli immigrati facendop di tutta l’erba un fascio: una cosa è un laureato supercolto come te, un altra è un povero africano che scappa dalla guerra. a te non ti compatisco , all altro si. non solo ti senti oggetto di razzismo perche sei straniero, ma anche perche sembri meridionale. bella figata: sai piangerti addosso avanti e dietro. guarda puoi dire anche che sei di un quartiere piuttosto che un altro in qualsiasi citta ti trovi cosi vedi che vieni schifato al completo. nella tua critica spietata senza appello sei completamente anglofono, nei concetti inutili sei italianissimo :se fossi al contrario saresti perfetto. il mondo cambia troppo in fretta per cercare un identità culturale nelle radici e nel passato, stai calmo, vivi tranquillo, frequenta gente intelligente che ti capisce e fai cambiare idea a chi ha pregiudizi e non ti fare tutti sti problemi perche si vede che non ne hai.

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Dubito che le cose possano migliorare in questo Paese di cittadini senza memoria e senza cultura, toccherà aspettare qualcosa di grave che ci ricordi che siamo solo un ricco Stato del terzo mondo.
So che questo nuocerà anche a me, ma vivere in mezzo a questo popolaccio mi fa schifo ogni giorno di più.

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tanto di cappello per il post….ma io sono ignorante ora che hai riabbracciato le tue radici non ti è venuto un senso di vomito a star in questo paese iper marcio?

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@Fra

una cosa è un laureato supercolto come te, un altra è un povero africano che scappa dalla guerra.

Se è per questo anche molti africani che si trovano in Italia sono laureati e parlano più di una lingua.

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F.Maria Arouet

F.Maria Arouet’s avatar

Ho letto il post e ne ho tratto l’impressione che il racconto sia verosimile e l’accusa di pregiudizio a carico degli italiani fondata.
L’affermazione secondo cui tale pregiudizio sia da ascrivere a un “potere mediatico e politico, che prospera e mantiene il consenso tramite la demonizzazione dell’Altro” mi sembra addirittura riduttiva.
I termini andrebbero rovesciati: gli italiani si sono dati il sistema politico e mediatico più aderenti al loro modo di essere. Dunque, se da qualche parte c’é una colpa, sono colpevoli, non vittime.
Mentre sono meno scandalizzato circa lo stupore degli indigeni al cospetto di un allogeno austroitalocalabrese, che si proclama di madrelingua anglofona con accento meridionale. Riso quel che c’é da ridere sull’ignoranza del popolaccio che diffida di chi dice che in Australia si parli inglese, occorre dargli atto che nel Bel Paese la fregatura é di casa e una sana diffidenza salvacondotto necessario per sopravvivere.
Così come assolverei l’impiegato della segreteria dell’Università di Pavia, sarà una seccatura ma non é certo una discriminazione venire informati che francobollo e marca da bollo non sono la stessa cosa.
Veniamo a quella che pare una discriminazione vera e propria, e bella grossa:
“Avrei potuto studiare in Italia senza essere chiamato alle armi solo a condizione che mantenessi la residenza all’estero. Inoltre, per lo stesso motivo, non mi era permesso di lavorare. Nella logica dello stato avrei dovuto dipendere totalmente dai miei genitori per sostenermi.”
Si tratta sicuramente di una discriminazione, e lo sarebbe a non tener conto che se lo stato l’avesse esentato dall’obbligo di leva avrebbe con ciò stesso discriminato gli altri cittadini che ne erano soggetti. E come si dice: ubi maior…
“Questo, per un giovane australiano, qual ero, sarebbe stato un offesa inaccettabile alla mia dignità di persona.”
Questo invece é un bell’esempio di pregiudizio all’incontrario.
Perché il nostro autore dice: “giovane australiano”, anzichè “giovane calabrese”, come pure avrebbe potuto, essendo egli l’una e l’altra cosa? Forse che i giovani calabresi la riterrebbero accettabile?
Trascuro l’odissea personale, non perché non meriti d’essere considerata, ma perché sono peripezie comuni a tutti i giovani che studiano e non hanno alle spalle una famiglia con larghe disponibilità economiche.
“Pochissimi riuscivano a capacitarsi del perché della mia venuta per viverci”
Confesso che non sarei stato uno dei pochissimi. Se avessi avuto il piacere d’essere oggetto delle sue doglianze e testimone della sua delusione, mi sarei sentito in dovere di dirgli, per amore di verità, a costo di inimicarmelo: amico mio, francamente non puoi chedere ai tuoi concittadini di sentirsi responsabili del fallimento del tuo sogno di risalire alle radici, più di quanto non debbano nei confronti dell’attricetta che inseguendo il miraggio dell’arte si ritrova sul divano del produttore.
Dopo i sintomi la diagnosi:
“Noi italiani, che credevamo di esserci lasciati alle spalle la povertà, le guerre d’occupazione, le divisioni ideologiche ed etniche, votandoci al ‘progresso’, al benessere e alla modernità ci ritroviamo a doverci misurare con l’immigrazione che ci costringe a ricordare chi eravamo e che porta di nuovo a galla tanti nodi irrisolti provenienti dal nostro passato”
A mio parere é una visione alquanto olistica del concetto di popolo, che andrebbe perlomeno verificata sulla realtà, a scanso di delusioni.
Non c’é riscontro, nella realtà, che gli italiani siano un popolo omogeneo per interessi, bisogni, aspirazioni.
Così come non c’é traccia che esista un’anima del popolo, in senso platonico, che sopravviva alle generazioni e mantenga memoria di sé, dei suoi debiti e dei suoi crediti, delle sue glorie e dei suoi misfatti.
Sono portato a pensare che l’immigrazione dia fastidio non perché riporti a galla i nodi irrisolti del nostro passato, o per la vuotezza del dibattito politico, o per mille altre sottilissime questioni, che pure potrebbero c’entrare, ma soprattutto perché é percepita come il pericolo di dover dividere la propria fetta di torta con qualcun altro.
Se non ne terremo conto, ci piaccia o no, difficilmente capiremo quel che succederà.

[Rispondi a questo commento]

In quel momento
volevo solo
scappare,
lontano
oltre le nuvole,
lontano
dai vostri occhi,
dagli sguardi
che feriscono,
dalle labbra
che mormorano,
dal peso
dei vostri pensieri.

Avrei voluto
poter diventare
nebbia,
scomparire,
o scavare
profondità abissali,
incomparabili
cunicoli
che attraversassero
mura e roccia,
portandomi via,
in salvo.

O farmi
impenetrabile,
come il diamante.
come un muro
di ghiaccio,
impermeabile
agli sguardi
alle voci
ai pensieri.

Ma ho raccolto
tutto il mio coraggio
la mia disperazione
la mia vergogna
la mia rabbia;
per sollevare
lo sguardo,
per parlare;
per sfidarvi.

Per dirvi
che non devo
scusarmi di esistere
di essere come sono
di essere quel che sono.
Non devo chiedere scusa
per il colore della mia pelle
per il suono della mia lingua
per la foggia dei mei vestiti
per le usanze della mia gente
per la polvere sui miei sandali
per le frontiere che ho attraversato.

Volevo scappare ancora
e invece sono rimasto;
in piedi, con la fierezza
antica negli occhi,
senza abbassarli,
in mezzo a voi
che parlate un’altra lingua
che vestite in un’altra maniera
che spendete per i vostri vestiti
d’un mese quel che basta
per sfamare una famiglia
per una stagione intera.

E vi sentite buoni se ogni tanto
regalate qualche moneta
che vi pesa nelle tasche
al nuovo arrivato,
all’angolo della strada
luccicante di vetrine,
profumata di benessere,
al povero sopravvissuto
sfuggito alla carestia,
alla siccità e alla fame,
venuto da un paese
del quale sapreste
a malapena
pronunciare il nome.

Oltre il mare vasto
e sconfinato
Al di là di montagne
così alte da non vederne la fine
e pianure senza tempo
che nemmeno immaginate,
una terra un tempo ricca di foreste
che sono diventate vostre
di spezie e pietre preziose
che hanno riempito i forzieri
dei mercanti vostri antenati
finchè non è rimasto nulla
se non la speranza di una vita migliore
in un paese lontano che è questo paese.

Ma se ci togliete la speranza
vi accorgerete troppo tardi
che un uomo senza speranza
è un uomo senza paura.

(poesia pubblicata sul defunto sito del BlogRodeo, dedicata a Patrick Lumumba, per chi si ricorda chi era, e a Frank Miller per l’ispirazione del finale - Born Again, per chi non ha letto quella graphic novel)

Aggiungo solo che concordo con Doxaliber e dissento fortemente dalla forma e dai contenuti del commento di “Fra”, tra l’altro (volutamente?) sgrammaticato e sintatticamente deprecabile: i “poveri” africani spesso sono molto colti, e mi onoro di essere amico di alcune belle menti provenienti da quel continente. I miei antenati, per parte di madre, sono Armeni. Avrei parecchio da dire e da scrivere, circa l

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I miei nonni sono stati emigranti negli USA negli anni venti, mio padre in Argentina negli anni cinquanta. Non mi hanno raccontato di trattamenti violenti e razzisti nei loro confronti, ma di tanta fatica sì. Si era più civili e tolleranti allora? Che cosa sta succedendo in Italia adesso? Alcune risposte sono state tentate, ma una soprattutto mi fa spavento: l’egoismo che è peggiore del razzismo! L’egoismo non guarda in faccia a nessuno, neppure i fratelli. Questa è l’Italia di oggi. Ci dilaniamo anche nei parcheggi, ci scazzottiamo, quando non avviene di pegggio, anche per le partite di calcio, ce la prendiamo con la scuola anche, e quindi noi, quando sono i nostri figli a comportarsi male, ci arrabbiamo e rispondiamo male anche quando dal piano di sopra involontariamente cade uno straccio sul nostro balcone. Possiamo comportarci diversamente con gli immigrati? Al contrario, li sputiamo in faccia perchè qualche volta si presentano con un volto umano che noi non abbiamo più: li disprezziamo e diventiamo razzisti perchè in noi c’è invidia. Loro si accontentano di poco, a noi è stato insegnanto ed è insegnato a volere sempre di più. Non è razzismo. E’ viltà la nostra! E’ paura non tanto della violenza, ma di poter diventare più umani a contatto con gente umana.
Del resto anch’io faccio parte del branco e me ne vergogno!

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D’accordo con la solidarietà per gli immigrati, con la contestazione del razzismo (comunque si manifesti), e con la condanna delle assurdità (queste tutte italiane, credo) della burocrazia.
Ma finiamola, per favore, con queste menate sulle radici, la cultura d’origine, l’identità. Basta!
SONO TUTTE CAZZATE!
Ogni persona normalmente intelligente e responsabile si costruisce la propria vita, la propria cultura, la propria storia; e ha un’identità che è unica e non è assimilabile con quella di nessun altro.
Quelli che hanno bisogno di associarsi ad una identità preconfezionata da altri o ad una cultura di riferimento sono dei poveracci che mi fanno pena. Mi dispiace dirlo con tanta crudezza, ma è così.
Le nostre radici non vanno cercate da nessuna parte: sono dove siamo noi, perchè sono cresciute con noi.
In qualche modo anche io sono figlio di immigrati; e non sono mai andato a cercare radici o identità negate, perchè so chi sono, e non ho bisogno di etichette o riconoscimenti da parte di nessuno.

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ilBuonPeppe tanto buono non è. Mi sembra di aver capito, ma posso sbagliarmi per l’età che mi ritrovo sul groppone, che sia il post sia i commenti dicano sostanzialmente una cosa sola: solidarietà e rispetto per tutti, soprattutto per chi sacrifica la prorpia vita per migliorarla. Ho chiuso il mio commento così: “Del resto anch’io faccio parte del branco e me ne vergogno”. Ciò significa che personalmente non cerco altre identità. Sarebbe anche impossibile e assurdo. Anche gli amici non cercano identità diverse da quella loro trasmessa dalla famiglia e dalla società in cui hanno vissuto e vivono. Ma non significa che sia la migliore delle identità del mondo se produce ciò ci sta intorno. Avere una identità non comporta necessariamente separazione e razzismo. Spesso integrazione! Forse questo volevamo dire!
Cari saluti!

delle identità

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Mai stato buono. Almeno da quando mi sono stancato di esserlo, cosa successa ormai un po’ di tempo fa.
Il mio commento comunque non era rivolto a qualcuno in particolare; è che le discussioni in cui entrano i concetti di “identità”, “radici” e cose simili mi fanno incazzare. Nella maggior parte dei casi vengono utilizzati solo per giustificare l’attacco a questo o quello a seconda di chi è il bersaglio della giornata, e questo mi manda in bestia, anche perchè queste menate fanno presa sulle persone intellettualmente ed emotivamente più deboli.
Spero non si sia offeso nessuno. Io sono cattivo, ma non ce l’ho con nessuno di voi, era solo un pensiero a voce alta.
Buona notte

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Caro ilBuonPeppe, sapessi come sono incazzato io? Non intendevo assolutamente dirti che sei cattivo. Solo sottolineare una tua decisa presa di posizione che può non trovarmi d’accordo. Credo anzi che tu sia una persona simpatica, perbene e sicuramente anche buona. In buona sostanza tu dici che le parole identità, radici e cose varie sono usate solo per giustificare atteggiamenti poco consoni a persone rispettose delle idee e dei comportamenti degli altri a seconda delle circostanze. E’ vero! E spesso colpiscono emotivamente, e non solo, le persone intellettualmente e emotivamente più deboli. Non bisognerebbe fare ricorso ai paroloni, che nascondono il vuoto o la cattiveria: bisognerebbe giudicare solo dagli atteggiamenti e dalle azioni di qualsiasi essere umano. E’ vero anche che esistono etnie e clan che fanno delle proprie radici e delle identità dei punti di forza per raggiungere obbiettivi non sempre accettabili e sopportabili. Una certa politica insegna! In questi casi come comportarsi? Non riesco mai a dare una risposta. Come mai?

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Rispondo ai commenti di cui sopra:
Spesso a dare forma alle proprie parole si dà il via alle emozioni represse come l’invidia, il risentimento, la rabbia, la delusione e il dolore.
Forse per evitare equivoci bisognerebbe dichiararle in anticipo, in alto su ogni brano, a mo’ di avvertimento al lettore: <>
Qualche volta emerge anche qualcosa di più duraturo, ovvero il carattere della persona che le scrive, che rivela il modo in cui queste emozioni sono articolate: “il piangersi addosso”, il sentirsi vittima, il desiderio di rivalsa, sono tutti aspetti che hanno informato il mio essere e hanno colorato il mio carattere, e di conseguenza anche le mie osservazioni.
Però vorrei invitare tutti a riflettere: al di là delle vostre osservazioni sia spicciole che ponderate, il mio scritto rappresenta una testimonianza vera sulle mie esperienze e su come ho vissuto quel lembo della mia vita in Italia. Come alcuni hanno forse inconsciamente, e giustamente, avvertito: le mie emozioni di allora trasudano ancora dalle mie carte. Essi hanno risposto a questo sentire, non tanto al contenuto logico delle mie parole.
Rimango comunque tanto presuntuoso da pensare che probabilmente qualcun altro stia sperimentando le stesse mie emozioni, così come le ho vissute io. Il mio scritto è un invito al rispetto delle narrazioni altrui, non necessariamente la mia che ho adoperato qui a paradigma, la quale non è particolarmente eclatante, né drammatica.
Quello che mi preme, però, è il seguente punto:
dai commenti sul mio scritto ho capito che la tentazione al riduzionismo è forte, tanto per intenderci mi riferisco al discorso della “fetta di torta” che rimpicciolirebbe.
Chiedo ai lettori: come è che viene “costruita” questo discorso delle torta? Cui prodest?
Sono proprio le cose apparentemente ‘ovvie’ a trarci in maggiore inganno. La fame, o la paura della fame sono cose vere e sacrosante: però è il modo in cui questa necessità viene articolata che rivela il carattere profondo della cultura e della società che la esprime. Soprattutto, è la struttura italiana di potere che ha incanalato il discorso della “fame” in prassi che oggi sono agli occhi di tutti: assalti ai campi nomadi, violenze contro gli stranieri, discorsi mediatici che marginalizzano il diverso (che sia nero, travestito o islamico) fino a farlo scomparire come essere umano.
La via verso Auschwitz è stata graduale: è partita da logiche politiche, sanzionate elettoralmente all’epoca dal pubblico germanico, uguali a quelle che oggi in Italia motivano leggi che prevedono l’arresto di persone che non hanno provocato alcun danno per il semplice fatto di essere clandestini, la maggiorazione della pena in caso di eventuali reati commessi in stato di clandestinità, e ultimamente la schedatura delle impronte digitali dei bambini Rom.

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