Vigili, Multe e Ricorso al Prefetto: Storie di Ordinaria Inquietudine

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Vigili, Multe e Ricorso al Prefetto: Storie di Ordinaria Inquietudine" è stato scritto da Alice

Scrivo 5 anni dopo la pubblicazione di questa lettera che mi ha strappato più di una risata (amara e isterica ma pur sempre una risata). Vivo a Roma da diversi anni, vengo dalla pacifica Sardegna dove ho sempre guidato la macchina senza tanti intoppi, a parte una multa per eccesso di velocità, meritata e pagata senza fare storie. A Roma non ho mai avuto la macchina, ho sempre cercato di arrangiarmi coi mezzi pubblici, quindi ho sempre considerato vigili e vigilesse strani uomini e strane donne vestiti in maschera, fermi (spesso dove non ci si può fermare) o in movimento per la strade della città e a me completamente estranei.

Fino al fatidico dicembre 2011, mese in cui il mio compagno, per l’appunto in possesso di un’automobile (uno pensa sia un bisogno imprescindibile, come la tazza del cesso, soprattutto se come lui si lavora come assistente sociale e si fanno visite domiciliari a persone con disabilità che abitano da una parte e l’altra di Roma) riceve una sfilza di notifiche di multe mai pagate per parcheggi in divieto di sosta, svolte dove era vietato svoltare, guida con cellulare alla mano. Premesso che nessuno è San Cristoforo quando si tratta di arrivare in orario a lavoro, diciamo che lui è sempre stato uno di quelli che si allaccia la cintura di sicurezza prima di accendere il motore, se deve fare una telefonata urgente si ferma al primo spiazzo disponibile, se deve parcheggiare cerca il parcheggio vero (e ovviamente lo paga, dato che qui sono praticamente tutti a pagamento) e non quello fittizio.

Posto che in ogni notifica c’era scritto che per un motivo o per un altro il vigile non era riuscito a fermarlo (il mio compagno potrebbe essere Spiderman e io l’ho scoperto solo adesso) e quindi è quasi impossibile contestare che lui il giorno 34 del mese 45 dell’anno del cinghiale non stesse effettivamente svoltando dove non si poteva svoltare, non fosse fermo in divieto di sosta (come si fa a non riuscire a lasciare un tagliando di notifica sul parabrezza di una macchina FERMA in divieto di sosta?) o non stesse parlando al cellulare mentre era alla guida, si è deciso di stare buoni e zitti e di pagarle tutte. Dopo questa decisione, lui, inc****to come una iena che non mangia carogne da diversi giorni, dice: almeno che non stavo al cellulare posso dimostrarlo, ho un solo cellulare, una sola scheda sim e posso richiedere i tabulati al gestore telefonico. Detto fatto, nel tabulato, all’orario presunto segnato dal vigile nella multa, lui non stava al telefono. Bingo! pensiamo noi. Poveri imbecilli, risponde il Fato. Si manda la contestazione al prefetto con tanto di spiegazioni e copia dei tabulati e dopo un mese arriva la risposta: data la mancanza di elementi strettamente comprovanti che lui non fosse al telefono mentre guidava, l’unica testimonianza che ha valore è quella del vigile. Quindi la multa lievita del doppio, 300 euro. Passiamo i giorni successivi a consolarci e dirci fra noi: dai, almeno ci abbiamo provato a contrastarlo, questo sistema di me**a. Chiaro che con quei 150 euro ci avremmo mangiato per più di un mese (facendo la spesa per metà al discount davanti casa e per l’altra metà al discount dietro casa) e lo stomaco ne avrebbe goduto parecchio, ma mai ammettere la sconfitta, altrimenti si è perduti.

Uno poi pensa che dopo aver pagato tanti soldi al comune, la grazia divina scenda sulla propria testa e impedisca a qualsiasi persona, vigile, cosa o evento soprannaturale di scalfire la propria beata esistenza. E invece no. Il 04-02-2012 (il giorno dopo la nevicata che ha paralizzato l’intera città), data che non scorderò mai più e che mi farà odiare la neve, il Bianco Natale, la barba bianca di Babbo Natale, gli alberi di Natale imbiancati con la neve spray e tutto ciò che possa essere bianco o freddo in questo mondo finché non schiatterò, il ramo di un albero piantato su suolo pubblico, lungo tipo tre metri e pesante parecchi kg, si abbatte sulla macchina del mio compagno e la distrugge (e quando scrivo “distrugge” intendo proprio quello). Chiamiamo i vigili urbani più e più volte e si degnano di rispondere verso le 9:30 del mattino (noi ovviamente eravamo in piedi dalle 6:30) e tra la mattina e la sera arrivano due vigili prima e tre vigilesse poi. I due vigili della mattina fanno la constatazione dell’accaduto, prendono il numero di targa ma non chiedono alcun documento; altresì ci suggeriscono di prendere una motosega e tagliare da soli il tronco per toglierlo dalla macchina e dopo questa perla di saggezza se ne vanno. Le tre vigilesse della sera, leggermente inc****te coi colleghi della mattina per il sopralluogo fatto un po’ alla carlona, fanno le cose con maggiore accuratezza: prendono i nominativi, chiedono vari documenti e cercano anche, o almeno fanno finta, di fare qualche foto, ma dato che ormai era buio pesto le rassicuriamo dicendo che in tutta la giornata abbiamo avuto il tempo di fare un book fotografico alla macchina, al tronco e alla nostra sfiga.

Nel recuperare i documenti dalla parte ancora agibile della macchina (quella anteriore), prendiamo il libretto di circolazione e il tagliando dell’assicurazione esposto sul parabrezza. Ci chiedono anche la parte restante del contratto assicurativo, e a nostra volta noi ci chiediamo: dove sarà mai finita se non stava fra i documenti nel cruscotto?
Veniamo ovviamente presi dal panico, le nostre povere e giovani menti di lavoratori precari erano state occupate fin dall’alba a capire quanto ci sarebbe venuto a costare tutto questo e di sicuro il foglio del contratto assicurativo era passato in secondo piano. Per questa mancanza chiediamo umilmente scusa agli Dei dei fogli dei contratti assicurativi. Inutilmente lo cerchiamo come pazzi dentro casa ma niente da fare. Al ché la vigilessa esprime con chiarezza la sua inflessibile opinione: siamo venute per constatare una cosa, non possiamo far finta di non vederne un’altra. Il ché, in un mondo senza umanità e dono del discernimento, non fa una piega. Quindi multa per mancanza di documento assicurativo e invito a presentarsi entro 30 giorni alla centrale per portare il suddetto documento. Alle meste ed educate spiegazioni del mio compagno una delle tre risponde urlandogli in faccia che non era assolutamente in regola e che le cose andavano fatte bene. Del resto come ci si deve comportare davanti ad un giovane di belle speranze che dalla notte al giorno ha perso il mezzo che usava per andare a lavoro per un evento eccezionale non causato da lui, se non urlandogli in faccia?

Il giorno dopo arrivano finalmente gli addetti della protezione civile che levano il tronco e liberano quello che restava della macchina: apriamo il cofano e il documento dell’assicurazione stava lì dentro.
Il giorno dopo ancora ci rechiamo alla centrale per presentare il documento mancante e chiediamo se sia possibile annullare l’atto vista l’eccezionalità della situazione: ovviamente ci dicono di fare ricorso al prefetto. Ma certo, il nostro amico prefetto, e a chi sennò?

La lingua italiana è così ricca di vocaboli e modi di dire da averne almeno uno per ogni situazione umana possibile. Per la nostra quale si potrebbe usare? Il danno e la beffa? Piove sempre sul bagnato? Cornuti e mazziati? Non importa, quello che conta davvero nella vita sono le nostre esigue certezze: la certezza dei vigili, la certezza della multa, la certezza che una di queste due (entrambe se non sei Spiderman e riescono a beccarti e fermarti mentre stai compiendo il misfatto) entreranno presto nella tua vita e ti faranno rodere il c**o come poche altre cose al mondo.

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