Viaggio In O.P.G. 15


Di qui si va tra la perduta gente…” : queste sono le poche parole che mi sono venute in mente appena entrata in OPG, un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, il luogo per antonomasia della “perduta gente” di dantesca memoria. Per la precisione, si trattava dell’OPG di Aversa, provincia di Caserta.

A Jonny WalKer, Massimo, Fabio e tanti altri..

Compagni di viaggio e di speranze.

L’OPG è, tecnicamente, una Istituzione dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia, più realisticamente una sorta di discarica sociale.
E’ formato da una serie di reparti, in tutto 8, molto simili tra loro, in ognuno dei quali ci sono delle celle, una sala mensa e un cortile interno per le passeggiate.
Alle finestre le sbarre.
Dietro quelle sbarre si trovano gli esseri probabilmente più emarginati della nostra società, i “loro” più diversi, non solo “matti” ma anche criminali!
Quelle persone di cui tutti si sono ricordati solo dopo che la canzone di Cristicchi è riuscita a vincere l’ultimo festival di San Remo. Quelle persone che invece avrebbero molte cose da dire e far sapere al resto della gente se solo qualcuno ascoltasse.

 

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Ma in questi casi ascoltare è difficile, non a causa della malattia mentale, ma a causa del fatto che queste persone sono colpevoli di un reato, qualunque esso sia, il che li rende agli occhi della gente meno malati e più criminali.
Tutto ciò è certamente comprensibile, soprattutto considerando il punto di vista delle vittime di tali reati, ma non giustifica la pena che queste persone devono scontare. Cercherò di spiegarmi meglio senza entrare troppo nel dettaglio.
Per i cosiddetti “folli rei”, ovvero coloro che commettono un reato in uno stato di incapacità di intendere e volere e sono giudicati “pericolosi socialmente”, il giudice può stabilire un internamento minimo di 2, 5 o 10 anni a seconda dei casi, ma la legge non stabilisce un massimo.
Insomma si sa quando si entra, ma non si sa quando si esce.

Passato il periodo di tempo stabilito (2, 5 o 10 anni), l’internato viene sottoposto ad una ulteriore visita psichiatrica che deve stabilire se la sua pericolosità sia scemata o meno.
Laddove tale perizia stabilisca la scemata pericolosità sociale, il condannato potrebbe essere libero, ma in realtà ancora non lo è perché c’è un’altra condizione fondamentale per la sua liberazione: avere una famiglia o un luogo di cura che si faccia carico di lui e della sua salute.
Questa condizione per molti internati diventa una condanna all’ergastolo: le famiglie molto spesso li rifiutano perché considerano una vergogna la malattia e ancor di più il crimine, o perché non hanno i mezzi per poterli assistere; le istituzioni sanitarie e quelle locali non sembrano avere risorse sufficienti, spazi, personale.
Così, sebbene una persona abbia raggiunto un grado di autonomia e consapevolezza che gli renderebbe possibile tornare alla sua vita “normale”, deve rimanere in OPG.

Questo è uno dei motivi per cui, all’inizio di questo articolo ho definito l’O.P.G. una sorta di discarica sociale.
Non solo. Anche le attività trattamentali, intese come l’insieme delle attività ricreative, socializzanti, psicologiche e lavorative, che dovrebbero essere il momento fondamentale dell’internamento, nonostante l’impegno dei volontari, rivestono un ruolo spesso secondario. I finanziamenti stanziati dai governi sono purtroppo insufficienti per organizzare attività, avere materiale etc.
I soldi previsti dalla legge sono pochi anche per provvedere alla sussistenza degli internati: si pensi che per il cibo di un internato la legge prevede un budget giornaliero minore di quello di un carcerato, come se ad un internato, data la sua condizione, bastasse un minor numero di calorie e principi nutritivi.
Se si considera inoltre che la funzione principale dell’OPG dovrebbe essere, oltre che la cura, quella di riabilitare e rieducare gli internati per poterli reinserire nella società “normale”, non si spiega perché in un istituto come quello di Aversa si trovino solo 3 educatori su 330 internati circa.

 

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Ma il fatto a mio avviso più sconvolgente e paradossale è che all’interno di un Ospedale Psichiatrico giudiziario non esista la presenza continua e permanente nell’arco delle 24 ore di uno psichiatra. Gli psichiatri che lavorano presso l’OPG lo fanno spesso come secondo lavoro, nel senso che sottraggono delle ore ai propri studi privati per fare le visite richieste dall’Istituto.
Succede allora in casi estremi quello che è stato descritto durante un incontro con uno psicologo: nei casi in cui si rende necessario, il medico di guardia può decidere che un internato venga immobilizzato con la forza sul letto di contenimento, ma solo lo psichiatra può decidere di farlo slegare. Così, ad esempio, se questo avviene il venerdì, l’internato dovrà aspettare fino al lunedì per essere liberato, allorché ci sarà uno psichiatra che potrà deciderlo.
Tutto ciò è a dir poco vergognoso.

Il letto di contenimento è stato peraltro molto utilizzato fino ad un recente passato, ma probabilmente in molte realtà tutt’oggi si abusa di questo metodo, soprattutto a causa dell’impreparazione del personale che andava ad operare in OPG: gli infermieri, i poliziotti penitenziari, i medici, non seguono dei percorsi formativi specifici per fare questo tipo di lavoro. Vengono in un certo senso “sbattuti” li, senza essere preparati a questo tipo di realtà che non ha niente a che vedere con un “normale” ospedale o un “normale” carcere.
Oggi, ad Aversa, grazie agli sforzi di alcuni, primo fra tutti il direttore dell’OPG A. Ferraro, sono stati messi in atto dei percorsi formativi rivolti al personale infermieristico e alla polizia penitenziaria, grazie ai quali si cerca di limitare l’utilizzo di mezzi coercitivi come quello sopra indicato insegnando tecniche alternative di contenimento; ma ciò non basta.

 

La rivalutazione della funzione del personale all’interno di questa istituzione, è una questione che non andrebbe sottovalutata soprattutto in ambito politico, come invece succede, ma piuttosto risolta perché è il primo passo per poter realmente costruire un percorso significativo di recupero.
Il primo importante passo per arrivare a questo consiste nel fare in modo che la società si accorga di queste persone, affronti queste problematiche più apertamente (non solo con programmi televisivi in seconda serata) e se ne faccia carico.
E che di conseguenza anche le Istituzioni se ne interessino, che sappiano ascoltare, rispondere a questi bisogni urlati da centinaia di persone e sappiano investire le giuste energie e le adeguate risorse nell’ambito della cura e del recupero, poiché credo sinceramente che laddove la cura non funziona e il recupero non avviene, tutta la società e il suo sistema di giustizia falliscono.