Vedi Napoli e poi Scappa

Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Vedi Napoli e poi Scappa" è stato scritto da Comandante Nebbia

Napoli non è la Campania, ma la Campania è Napoli. Non è questione di predominio culturale. Quello, Napoli l’ha perso da decenni. Non c’è più Eduardo nei teatri di Napoli e non è D’Annunzio che scrive i testi di Gigi D’Alessio. Storia, tradizione e cultura sopravvivono come esili spettri nelle strade umide e maleodoranti del centro antico dove vecchi palazzi marci e fatiscenti sembrano giganteschi cadaveri in putrefazione. Chiese abbandonate con le porte sbarrate e le finestre sfondate segnano i crocicchi di quella che fu una città vitale e sonora e che oggi somiglia solo a un grande cimitero chiassoso dove gli scavi per la metropolitana portano alla luce ogni giorno nuovi scheletri dimenticati che gruppi di turisti spaesati si fermano distrattamente a fotografare e che i nuovi napoletani non degnano nemmeno di uno sguardo.


La Campania è Napoli, dicevo, ma è solo una questione di numero che, in certe cose, conta ancora maledettamente.
Per capirlo basta prendere il treno da Salerno, passare le stazionicine dimenticate di Vietri sul Mare e Cava dei Tirreni ed arrivare infine a Nocera Inferiore. Lì, a meno di venti chilometri da Salerno, inizia ininterrotta e devastata l’aera metropolitana di Napoli che, senza soluzione di continuità, si estende per decine e decine di chilometri fino a Pozzuoli inglobando Caserta, parte delle provincie di Salerno ed Avellino e l’intero parco del Vesuvio. Migliaia di chilometri quadrati dove il territorio è sfruttato, calpestato e abusato oltre ogni limite ammissibile. Quattro milioni e ottocentomila abitanti.Circa duemila persone per chilometro quadrato. Sette comuni nella lista dei nove più densamente popolati d’Italia. Nel resto della regione rimangono un milione di campani. Un rapporto di cinque a uno.

E’ nel Centro direzionale di Napoli che si ergono i grattacieli del governo regionale. Chi, come me, ha avuto la ventura di percorrerne i corridoi non sarà potuto sfuggire alla sensazione di trovarsi in un immenso formicaio nei cui cunicoli verminosi, migliaia di larve fameliche competono e si avvolgono le une intorno alle altre per cercare di suggere qualche goccia del fluido mieloso che defluisce dalle casse dell’istituzione. Amici, amici degli amici, compagni di scuola e di partito, professori universitari, avvocati, uomini di sostanza, sindacalisti, rappresentati dei disoccupati divisi dal colore della tessera, ma uniti nel fine e nel metodo. Tutti pronti a giurarsi battaglia nelle piazze, ma ancora più pronti a fare pace e a prendersi sotto braccio quando nelle commissioni si giunge ad un accordo sulla divisione del miele, perché tutti ‘amma campà.

E fuori da quelle aule dove, come bravi attori, maggioranza e opposizione recitano commedie scritte in stanze oscure, vivono sei milioni di campani ormai organici ad un malaffare degenerato che è diventato sistema di vita e di governo.
Campani rassegnati al degrado di un territorio che forniva frutti straordinari e che con la complicità dei suoi stessi abitanti è diventato una fogna contaminata. Un ombelico livido e puzzolente nel ventre del Mediterraneo.
Centinaia di chilometri di coste rocciose o di declivi di sabbia odorosi di rosmarino e di ginestra, decine di approdi sospesi nella leggenda cementificati e squartati senza rispetto per la natura, per la storia e per se stessi. Esiste ancora qualche tratto che conserva la memoria della bellezza che in queste coste videro gli antichi. Una passeggiata sulle spiagge di Santa Maria di Castellabate riconcilia con la natura dei luoghi, ma fa montare dentro una rabbia violenta pensando a quello che si è perso irrimediabilmente.

I Campani. Gente abituata e rassegnata a ricevere un trattamento incivile e frettoloso nelle decine di presidi ospedalieri dove, prima della salute, della pulizia, della qualità del servizio e della modernità delle apparecchiature, viene sua eccellenza il primario, emanazione diretta della politica. Entità pubblica, ma con interessi privati che, spesso, persegue tenendo spente le apparecchiature di stato per favorire quelle in convenzione. Sua eccellenza il primario, l’uomo al quale bisogna implorare (con visita privata dai 300 euro in su) un diritto riconosciuto dalla costituzione. Sua eccellenza il primario, uomo giunto in quella posizione in forza alle conoscenze politiche, più che a quelle scientifiche.

I campani. I campani sono milioni e si muovono tutti intorno Napoli su una rete ferroviaria improbabile, su strade strette e sconnesse. Però si sopravvive perché i campani sono furbi e sanno arrangiarsi. Guidano senza legge, parcheggiano incuranti di chi dovrebbe muoversi a piedi. Non è raro essere costretti a camminare nella strada fangosa sotto la pioggia, mentre le macchine e le moto, riposano tranquillamente all’asciutto riparato del marciapiede. E’ vero, non esistono parcheggi e il traffico è immenso e continuo, ma i campani invece di pretendere, si arrangiano. Ad ogni pioggia consistente, le strade di Napoli diventano canali, le metropolitane si bloccano e la gente se ne compiace, come se fosse una sorta di attrazione. Poi, quando torna il sole, si dimentica tutto, perché, in fondo, a Napoli non piove quasi mai.

E dietro la politica, dietro la sanità, dietro l’ambiente violentato, dietro le città preda delle macchine e dietro le scuole dalle pareti marce c’è la criminalità. In Campania la malavita e la criminalità più che un cancro rabbioso e mortale sono una degenerazione genetica ormai solidale e simbiotica al tessuto vivente della regione. La camorra si estende ovunque, la sua presenza è impalpabile, ma evidente. Non è solo una questione di omicidi, ma anche di negozi che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi dopo aver riciclato quello che doveva essere riciclato, di operai che bisogna assumere per forza, di politici che bisogna votare perché faranno bene a tutti, di parcheggiatore abusivo che bisogna pagare come se fosse un ausiliario del traffico, di occhi che bisogna girare altrove per non guardare.

In Campania c’è tutto, ma non c’è legge, non c’è governo. Magari è bello passare qualche giorno a Napoli. Mangiare la pizza fatta come si deve e divertirsi al chiassoso evolversi del traffico napoletano. Forse è divertente, per qualche ora, perdersi fra le centinaia di bancarelle abusive che vendono merce di contrabbando, ma poi è meglio andarsene, partire, perché a Napoli e in Campania, non è facile vivere. Vedi Napoli e poi torna a casa. Subito.

In questa terra dove i confini tra legalità e criminalità sono vaghi e sottili, dove il diritto è sopraffatto dalla furbizia, dalla mala educazione e dalla prepotenza, dove prima di fare qualsiasi cosa è necessario avere un potente che sovrintende il processo, i campani continuano a credere prima in se stessi, poi nei loro amici e, infine nei nemici. Lo stato è un concetto vago. Quando non è fonte di obbligo e di fastidio, diventa elargitore perché in Campania la politica non amministra, concede.

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E’ questo il quadro che si presenta ora a Vincenzo De Luca, o’ sceriffo, il candidato PD alla presidenza della regione Campania.
Una candidatura sofferta, fortemente osteggiata dallo stesso partito, ma forse l’unica che può offrire una chance al PD per recuperare il governo di una regione dove la precedente amministrazione di Bassolino aveva fatto male, anzi malissimo, anche rispetto alle modeste attese di un elettorato conquistato e mantenuto a colpi di reddito di cittadinanza e di corsi di formazione retribuiti, ma inutili.

De Luca è più uomo di territorio che di partito. Ha fama di essere uomo di fatti e i fatti, è indubbio, parlano per lui. Eppure, il senso, attenzione umano e non politico, di questa candidatura sfugge. Ci si chiede quali speranze abbia De Luca, qualora fosse eletto, di imporre la sua Pax Salernitana su Napoli e sulla Campania, quali saranno gli argomenti che userà per placare gli appetiti di chi da anni vive della disorganizzazione osmotica all’arricchimento di un’istituzione che dissipa quantità enormi di risorse senza nessun controllo.
Non è una questione di legge, non è una questione di regole, perché sia l’una che le altre in Campania hanno un mero valore formale, è una questione puramente militare. Quali sono le armi che De Luca conta di utilizzare per convincere prima la classe dirigente e poi le persone a piegarsi ad una necessaria disciplina di rigore e di rispetto?

La mia impressione, e lo dico con grande tristezza e disappunto, è che De Luca non ne abbia. Non basterà pattugliare il territorio regionale insieme ai vigili urbani e fare le stesse sceriffate che faceva a Salerno quando scacciava i mendicanti troppo insistenti.
Il timore è che, non potendoli battere, si unirà a loro diventando, infine, uguale a tutti gli altri, lui che ci aveva fatto credere ( e ci avevamo creduto) di essere diverso.

Comunque, è presto per giudicare. Anche se conosco la vita e so che difficilmente sorprende, la speranza di essere smentito c’è sempre. Rimane la consapevolezza amara che i De Luca passano, mentre una certa discultura, radicata nel cuore più che nella testa, resta, e resta a lungo.

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