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Valentino ma vince sempre

25 luglio, 2007 di cruman  
Archiviato in Informazione



Valentino Rossi è qualcosa di più di un motociclista. Almeno almeno è un motociclismo e questo nonostante si chiami… Rossi. Allo stesso modo Vittorio Gassman era l’attore.

Non c’era scampo: dimmi il nome di un attore? Gassman. Destino infame per i suoi colleghi, che non essendo Gassman, non potevano certo essere dei gran attori.
“Che cosa fai nella vita?”
“L’attore”
“Ma non sei Gassman”
“Evidentemente”
“E come ti guadagni da vivere?”
La gente era così convinta della sovrapposizione tra il concetto di attore e il concetto di Vittorio Gassman, nonostante la gran parte di essa non avrebbe distinto le abilità recitative di Alvaro Vitali da quelle di Dustin Hoffman, che lo stesso Gassman cominciò ad enfatizzare le sue opinioni sulla settima arte con la formula “io sono Vittorio Gassman”, simulando perfettamente di malcelare stupore e solennità. I bravi attori a volte peccano di ricorsività.

 

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Anche Vale Rossi ha la spocchia del numero uno. Di quello che fa sì che non essendo lui, non si possa essere un bravo pilota. Non che per essere un numero uno sia necessario sottintenderlo ad ogni piè sospinto, ma “avere la spocchia del numero uno” ha un significato ombra che consiste in “è uno solo, possiamo sopportarlo”. Anche il grande Cassius Clay, per fare un grosso esempio, non si è mai distinto per modestia e simpatia, ma quando il pugnace Foreman a Kinshasa cercò di argomentare il suo disappunto, fu percosso come un tamburo. Da quel giorno chiunque si trovasse a portata di mano (chiusa) del pugile, trovò che l’immodestia fosse elemento distintivo di un animo nobile. Clay sosteneva di essere talmente veloce da riuscire ad alzarsi dal letto, premere l’interruttore della luce e tornare sotto le coperte prima che la lampadina si accendesse. Io solo per alzarmi dal letto ho bisogno di un carro ponte e di almeno 30 minuti di terapia motivazionale. Una volta in piedi poi, non ho speranze di rintracciare l’interruttore senza un dispositivo GPS.
Ma torniamo al dott. Rossi. Di un pluricampione del mondo di motoretta c’è poco da dire. Sarebbe anche stupido parlare di simpatia o antipatia, tanto lui ha il talento (Valentino… talento… mah) e io mica. Io e lui non abbiamo niente in comune a parte la passione per la motoretta e delle incomprensibili voci su un’ipotetica confusione negli orientamenti sessuali. Per il resto, personalmente, non condivido certi suoi atteggiamenti, come probabilmente lui non condividerebbe i miei, se solo gliene fregasse qualcosa. In definitiva è un bravo giovine con un insano polso destro e tanto basta. Non c’è molto da dire nemmeno sulla sua tifoseria che in quanto tale fa il proprio mestiere tifosando.
Due parole mi sgorgano invece su quell’ambiente che si intitola con aria snob “addetti ai lavori”. Epitaffio molto utile per accedere a quelle aree vip al cui ingresso troneggia un cartello che consente ai suddetti di entrare e fa defluire il popolo bue verso luoghi più proletari. Questi “esperti del settore” si guadagnano da vivere giocando a chi è più amico di Valentino Rossi e per primeggiare in questa tenzone si prostrano a sbaciucchiare la terra dove cammina, anche se tempestata di ricordi canini e ad esaltare qualsiasi suo movimento, che sia la tecnica di appallottolamento dei reperti nasali o il mostrare le pudenda in mondovisione.
Io sono un poveraccio e non posso permettermi Sky come invece fa Lucy coi diamanti. Così devo seguire le corse delle motorette su Italia1 ed ascoltare Guido Meda (quello che si occupa delle corse motoristiche si chiama Guido? E quello che si occupa di canottaggio? Remo?). Codesto personaggio in costante lotta con il suo barbiere, si rivolge a qualche milione di telespettatori sparsi in tutta Italia, come se stesse parlando con un amico suo al bar sport di fronte a un bianchino. La sua telecronaca persegue due scopi principali: il primo è riuscire a creare delle formule verbali da tormentone. Quando gli esce qualcosa che lo soddisfa, continua a ripeterlo fino alla nausea e poi si bea nel sentire altre persone che per condizionamento ipnotico, ripetono la stessa locuzione. Come quando intonacò gli ammennicoli a tutta Italia per settimane affibbiando all’iberico Lorenzo il soprannome di “para fuera” che trovava davvero geniale. Finché un giorno uno spagnolo gli disse “guardas che in spagnolos para fuera non significas un cazzos” e smise. L’altro suo intento predominante è onorare la sua tessera del fan club di Valentino Rossi. In poche parole è un po’ come seguire un derby commentato da Sandrino ‘o mazzolatore. Purtroppo, ad esclusione del competente e obiettivo Loris Reggiani, il vecchio Meda è in ottima compagnia. Se Rossi urta qualcuno in pista è perché “non è uno sport per signorine” se Rossi viene urtato è perché certi criminali dovrebbero stare a Guantanamo invece di correre nel motogp. Se Rossi cade è sfortuna, se cade un altro pilota è un povero imbranato che sta più steso di un tappeto.
Nelle ultime nove gare, Rossi ha vinto 2 volte. Le altre sette volte non è mai stato battuto da qualcuno, ma dalla sfortuna, da assassini prezzolati scesi in pista per farlo fuori, congiunture astrali, il terremoto, le cavallette. Non esistono altri piloti. Non esistono altre moto. Durante l’ultimo GP il giovane e roccioso Stoner ha vinto, secondo Meda, perché la pista prevedeva un rettilineo. Mi sembra abbastanza ovvio che in uno sport come il motociclismo, le motorette contino qualcosa, altrimenti si correrebbe a piedi (che con quelle tute sarebbe uno spettacolo imperdibile). Se un mezzo è più adatto a certi percorsi lo sarà meno su altri eppure non ho mai sentito dire che Rossi abbia vinto perché c’erano le curve. Giustamente. Poco importava, tra l’altro che piloti con la stessa velocità di punta di Stoner siano arrivati a decine di secondi dietro. Non è bravo Stoner, è solo perché lunga e dritta correva la strada. Sarebbe come dire che Pantani vinceva perché c’erano le salite. Ma non basta.
Nico Cereghini, noto all’ambiente delle due ruote per i suoi suggerimenti “luci accese anche di giorno, casco ben allacciato e prudenza, sempre” dispensati mentre sgasava in monoruota con una mano sola, si esibisce nel miglior pezzo di repertorio all’italiana: abbiamo perso? Significa che gli altri hanno barato. Nessuno scrupolo quindi a darsi un tono accennando, neanche troppo velatamente, alla possibilità che la Ducati abbia imbrogliato.
Credo che tutto il motociclismo non abbia che da perderci se queste sono le persone che hanno il compito di raccontarlo al grande pubblico. Credo che i tifosi, quelli alè buuu arbitro cornuto, dovrebbero stare sugli spalti, non nei salotti a fare gli opinionisti. Credo anche che un campione di quelli che nascono una volta ogni secolo come è Valentino Rossi, non abbia bisogno di questo manipolo di lacchè. A lui basta quell’insano polso e proprio per quello ha il diritto di imbufalirsi se, abituato ad arrivare davanti, gli capita di stare a ruota.
Prova dovrebbe esserne il fatto che Valentino Rossi, da anni, si è trasferito a Londra perché, a suo dire, con gli italiani proprio non si riesce a stare. Eppure (o proprio perché) qui sono tutti a suoi piedi.

Nota: l’articolo originale è del 18 maggio 2007.

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Comments

7 Risposte a “Valentino ma vince sempre”
  1. ErlKoniG scrive:

    bellissimo!!!! Mi sono davvero goduto nella lettura del tuo post, complimenti!!

  2. mattia scrive:

    Vecchio…non posso dire nulla…la penso proprio come te…una cosa ti faccio però anche notare…non sono solo meda e gente varia….nota come quando rossi non vince su italia uno a studio sport, il servizio lo fa un giornalista se vogliamo chiamarlo di secondo piano e logicamnete sulle sfortune di rossi, se invece vince rossi ti senti meda peggio che in telecronaca diretta.
    Rossi è dopo dohan (o come si scrive) sicuramente il miglior pilota che io abbia mai visto…ma non ha proprio bisogno di questi tifosi in tv!

  3. cruman scrive:

    già è proprio così e a proposito di questo….a chi vecchio? ;)

  4. serpiko scrive:

    Non commento le moto o i piloti, commento Meda e Reggiani.
    A me personalmente piacciono tanto.

    Soprattutto li raffronto ai cronisti di F1, di cui non conosco il nome ma che rompono un pochino i cocomeri per quel modo sempre incravattato di commentare la corsa: rendono tutto il circus lontano dal pubblico, relegandolo (volontariamente?) a olimpo irraggiungibile, a nirvana del mondo motoristico. Loro stanno commentando il meglio, tutto il resto delle corse a motore potrebbe anche sparire. Che pesantezza…

    Ecco, invece le moto mi divertono. Mi diverte di più la corsa in sè ma apprezzo soprattutto lo stile leggero con cui viene gestita da tutti, a partire dai cronisti per finire con gli addetti ai lavori. Sembra molto più vicina a un ideale decubertiano, anche se poi non lo è di certo. E non di rado mi faccio anche quattro risate nel sentire quei due che ridono e scherzano a suon di battute e soprannomi…

  5. cruman scrive:

    reggiani è sicuramente in gamba e competente, ma che meda abbia uno spirito decoubertiano è davvero azzardato. Del resto l’ho sentito con le mie orecchie (lontano da microfoni e telecamere) dire che per lui la cosa più importante è la tessera (non ricordo se numero 2 o numero 7) del valentino fun club

  6. Marco il buono scrive:

    Randy Mamola e kevin Shwanz(?), dopo di loro l’oblio.

  7. salmo69 scrive:

    Complimenti per l’articolo, sarebbe da pubblicare in qualche quotidiano nazionale!

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