USA 2008: Una Sconfitta non Annunciata 10


Con le primarie del Montana e del South Dakota termina la lunga corsa dei candidati dei due principali partiti americani inziata il 3 di Gennaio in Iowa.

Nella seconda parte di campagna elettorale la Sig.ra Clinton è stata magistrale. Ha attaccato Obama in tantissimi modi scoprendo inevitabilmente i suoi «scheletri» e i punti deboli. Purtroppo ha iniziato troppo tardi (sottovalutando Barack), ma ciò non toglie che indubbiamente la sua testardaggine (o il suo prendere tempo per vendere al meglio la sua sconfitta), fa buon gioco al Grand Old Party, che senza Hillary avrebbe dovuto fare tutto da solo, in un momento non estremamente felice per i Repubblicani a livello mediatico. Il miglior «brand» della politica democratica ed il primo candidato di sesso femminile nella storia degli Stati Uniti, ha perso (almeno per numero di delegati), di fronte ad un nuovo arrivato. Il primo afro-americano a giocarsi la Sala Ovale. Come è stato possibile arrivare a tutto questo? E quali sono stati gli errori della Clinton?

In primo luogo forse l’ombra del marito (Bill) ha pesato in tutta la sua campagna. Il leitmotiv del «change», molto forte in questa campagna elettorale, ben poco si sposava con la dinastia dei Clinton, forse ormai decaduta. Un «pollster» poi come Mark Penn, che non sempre si è trovato a suo agio nel leggere i trend, ad identificarli ed a tradurli, ha fatto di certo acuire le criticità nel far capire ad Hillary i bisogni degli americani, che mal si sposavano, ad esempio, con le preoccupazioni irachene, ma più con timori della crisi del credito e dei subprime.

La Sen. Clinton inoltre aveva scelto come manager una delle persone più accreditate sul mercato, la ormai famosa Patti Solis Doyle, entrata al centro di alcune polemiche qualche mese fa e poi licenziata. Anche i più vicini ad Hillary avevano sempre sospettato che la sua preparazione avesse poco a che fare con la mastodontica campagna elettorale che da li a poco si sarebbe dovuta affrontare, cioè un baraccone da $ 200 mln di dollari, con quasi 1000 dipendenti. L’indiscussa front runner di tutto il 2007, la senatrice Clinton, è stata molto scossa dal terzo posto ottenuto al primo round di questa incredibile corsa: i caucus del 3 gennaio nell’Iowa. Alla luce di questo risultato i grandi finanziatori hanno chiesto un forte cambio nel management. L’8 gennaio, la mattina delle primarie nel New Hampshire, Hillary ha comunicato a Mrs Solis Doyle che voleva un nuovo manager.
Altri dello staff hanno protestato. La senatrice invece non ha voluto sentire ragioni, in un periodo in cui il suo quartier generale si era messo faticosamente in moto per il mese cruciale che avrebbe portato al super Tuesday di inizio febbraio. Quando Hillary cacciò Ms Solis Doyle a metà febbraio, fu fatto in modo freddo e troppo pubblico, tanto da sconvolgere persino analisti esperti. Mrs. Solis Doyle, che ha ancora nel suo giardino di casa a Washington lo stendardo dei Clinton, non si è più vista con la ex First Lady. «Mi sono presa la mia giusta parte di responsabilità per gli errori che sono stati fatti» ha dichiarato pochi giorni fa la Doyle, sostenendo di avere avuto il merito di aver fatto rapidamente partire la campagna, tenendo sia la corsa e sia, allo stesso tempo, gli ego sotto controllo, mantenendo poi per un anno un’atmosfera divertente, ma disciplinata.

In tanti avevano consigliato alla Clinton di licenziare Penn, invece che la Doyle. I più vicini alla ex First Lady hanno criticato la sua decisione per il fatto che lo stratega dei poll sia rimasto CEO del gigante delle pubbliche relazioni Burston Marstellers, visti i potenziali conflitti di interesse in atto. Le paure si sono realizzate in aprile, quando il Wall Street Journal riportò che Penn stava aiutando un cliente, la Colombia, a guadagnarsi l’approvazione del Congresso per un accordo commerciale che la Clinton aveva avversato. Mr Penn è stato sostituito come capo dei sondaggisti da Geoff Garin, ma è rimasto in stretto contatto coi due Clinton.

Un’altra grande obiezione dei critici e degli analisti è stata che, dall’inizio della campagna, Mr Penn è stato l’unico e solo sondaggista di Hillary. In altri frangenti solitamente se ne sono sempre usati diversi, al fine di fornire punti di vista differenti; Obama ne ha avuti fino ad oggi 4. Ms Solis Doyle ha detto che nel 2006 e 2007 avrebbe fatto pressioni sulla Clinton per aggiungerne altri. La Clinton ha ribattuto ai suoi consiglieri che Mr Penn era fantastico, e che più sondaggi avrebbero diminuito il consenso sulla strategia da tenere.
Gli assistenti principali però sollevarono diverse perplessità sull’operato di Penn accusandolo di aver usato la conoscenza «dei numeri» esclusivamente per vincere ogni obiezione al suo lavoro e non per dare alla Clinton un reale valore aggiunto alla sua strategia. «Poteva arrivare dritto al (ex) presidente degli Stati Uniti, che a sua volta arrivava ad Hillary” ha detto poco tempo fa uno stratega senior (il cui nome non è stato rivelato). «Dopo un po’ la gente alzava le spalle e diceva: senti, questo è il modo in cui lei vuole che vada la campagna»

Mr Penn ha sempre difeso le sue analisi, e ha replicato che altri erano responsabili dei budget e delle operazioni sul campo. «La cosa che ha creato equivoci era che il titolo di stratega capo indicava che io fossi responsabile di tutto – si è giustificato Penn – invece era una struttura molto più complessa di quello che le posizioni indicavano» . Nonostante questo qualcosa non ha funzionato, ed è indubbio che non solo la Doyle, ma anche Penn abbia le sue colpe per non essere riuscito a trovare la giusta strategia contro Obama.

Anche le scelte di gestione hanno dato luogo ad errori strategici che , alla fine, sono risultati probabilmente fatali. Agli occhi di molti analisti il messaggio della Clinton che sottolineava la propria esperienza a Washington, è stato il vero tallone d’Achille, rispetto alla voglia di cambiamento del popolo americano. Per molto tempo, l’entourage di Hillary ha meditato su cosa fosse più giusto, cioè se puntare su una immagine di esperienza, oppure di cambiamento (Penn ad esempio ha sempre puntato su una immagine molto più austera della Clinton). Questo barcamenarsi fra una immagine e l’altra, senza dare chiarezza all’elettorato, evidentemente non ha funzionato rispetto ad un avversario, certo senza esperienza, ma «portatore sano» di novità ed entusiasmo. In molti avevano chiesto ad esempio alla Doyle di cambiare «regime» mediatico e di mostrare il lato più soft della Clinton per ottenere più consenso femminile, anche partecipando, ad esempio, a più programmi TV. Anche notturni.
Quando fu chiesto ad Hillary di partecipare a diversi programmi, lei stessa declinò perché si era pensato che non potesse essere il palcoscenico giusto. Invece forse, abbassarsi anche a programmi un po’ più populisti, avrebbe probabilmente fatto scendere dal piedistallo la senatrice. E’ ovviamente questo solo un esempio, ma che però crediamo possa essere chiaro per spiegare il modo di Hillary, probabilmente sbagliato, di affrontare una campagna elettorale che avrebbe avuto bisogno di tutt’altro approccio.

Per esempio in New Hampshire, il suo metodo di «incontro» con l’elettorato, quasi di «casa in casa», stando vicino alla gente e cercando di capirne i bisogni (complice il famoso pianto), ha fruttato la vittoria. Non passata attraverso delle lacrime, come detto dai suoi avversari, «di coccodrillo», ma solo grazie ad un approccio meno formale. Se ci pensiamo le vittorie del candidato Gop, McCain, sono quasi tutte fruttate dal suo rapporto molto personale con l’elettorato, anche per lui, quasi «door to door». In questa campagna, nonostante la sua bravura oratoria, anche Barack Obama (più bravo con le folle sterminate), è dovuto scendere fra i comuni mortali al fine di trovare consenso. Oggi il popolo americano è sfiduciato da una percezione economica non soddisfacente. La vicinanza con i candidati è risultata fondamentale e mai come in queste presidenziali, il turn out ha segnato livelli così alti, sintomo di voglia di rinnovamento. Inoltre la difficoltà «clintoniana» nell’organizzare gli elettori nei caucus, piuttosto che nelle primarie, si è fatta sentire. Problematica dettata dalla troppa sicurezza di inizio campagna elettorale, quando cioè la Clinton credeva di avere la nomination già in tasca. Aver sottovalutato Obama è stato alla fine l’errore più grande.

In definitiva , il partito non ha riconosciuto da subito la stanchezza della Clinton, sentita invece da molti democratici e le controversie causate dal marito (Bill) l’hanno solo alimentata.
All’inizio c’era il timore che un’altra presidenza Clinton sarebbe stata sminuita dalla telenovela del suo matrimonio e dalle controversie causate dal marito. Ma i primi sondaggi mostravano che gli elettori democratici vedevano in Bill una delle migliori armi di Hillary.
Nel 2007 l’ex First Lady ha fatto campagna elettorale quasi sempre da sola al fine di costruirsi una credibilità. Bill invece si è dedicato alla sua fondazione filantropica. I più vicini alla coppia hanno detto che la vera discesa in campo di Mr. Clinton ha preso un ruolo più attivo dopo il dibattito Democrat del 30 ottobre a Philadelphia
In quel periodo Hillary, che di solito stravinceva nei dibattiti, sbagliò una domanda sulle patenti per gli immigrati illegali subendo molte critiche. Due settimane dopo in un altro dibattito cadde nella stessa trappola. Bill Clinton è corso in aiuto della moglie, facendole però più male che bene, soprattutto nel bislacco tentativo di infangare la figura di Obama.

Sempre il solito Penn ha dichiarato che la campagna della Clinton avrebbe dovuto sconfiggere Obama all’inizio del 2007. Su questa decisione in molti hanno però protestato, perchè questa negatività si sarebbe ritorta contro la senatrice, quando invece forse si sarebbe potuto dare il colpo di grazia finale.
Quando la Clinton ha comunque perso l’Iowa, Bill se ne tornò comunque tranquillo al quartier generale portando con se un nuovo piano, con la benedizione della moglie. La vittoria in New Hampshire ha dato poi forse troppa fiducia, con Bill poi volato immediatamente in South Carolina, a corteggiare il voto «nero».

Da questo momento Bill Clinton, noto ai più per il suo solare ottimismo, ha cominciato a fustigare Barack sui giornali. Obama, ha avuto quindi la scusa di poter usare il «fattore razza» come l’unico fattore reale della sua campagna. Ed ha funzionato.
Hillary perse il South Carolina, e Bill inciampò paragonando Obama con Jesse Jackson, riportando di nuovo l’attenzione sul colore della pelle, giocandosi per sempre il voto di colore.
Molti sostenitori hanno fatto pressione ad Hillary durante la campagna elettorale per allontanare il marito. E lo stesso hanno fatto i superdelegati.
Se Hillary non fosse riuscita a tenere il marito a bada in campagna elettorale, chi avrebbe governato alla fine la casa bianca? Lei o di nuovo il marito?
Tra gli altri Bill Clinton si è anche alienato l’appoggio di Jim Clayburn, uno dei più grandi veterani nella lotta per i diritti civili. Possiamo quindi annoverare il marito di Hillary come uno degli elementi principali della disfatta clintoniana.
Ora ad Hillary rimangono poche strade da percorrere: o scegliere la «sospensione» della campagna (come è successo per Mitt Romney in casa Repubblicana), sperando poi di convincere i super delegati che è lei il miglior candidato per la sfida con McCain, oppure sperare in un dream ticket con Obama (previo sistemazione del debito accumulato nella corsa) che però, molto probabilmente, il senatore dell’Illinois non accetterà. A questo punto per l’ex First Lady l’imperativo sarà di vender cara la sua uscita di scena.


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10 commenti su “USA 2008: Una Sconfitta non Annunciata

  • amosgitai

    Dato che era una sconfitta annunciata… perché hanno buttato tutti quei soldi per la campagna elettorale? La politica è così assurda!!!

  • Chris

    Beh, mica tanto annunciata. Ancora adesso attendo lo speech del ritiro della “satanassa” prima di crederci davvero (dovrebbe avvenire oggi, così almeno dicono le voci).

  • Chris

    P.s il titolo è stato riportato erroneamente da come l’avevo scritto. Era: “non” annunciata. Può capitare, correggeranno:)

  • Comandante Nebbia

    Acc… colpa mia.
    Su questo pezzo, per la fretta, ho fatto molti errori.
    Purtroppo Chris usa un sistema diverso da quello standard per proporci i suoi lavori e questo taglia fuori i pezzi dall’iter normale che ha una serie di controlli e sistemi proprio per evitare questi incidenti.

  • Fully

    Un’analisi accuratissima: complimenti davvero.

    (Chissà: forse se Obama la potesse leggere ingaggerebbe immediatamente l’autore nello staff di consulenti per la corsa alla Casa Bianca. Io gliela manderei… 🙂 )

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