Una Vergogna per l’Italia: Il Sole su Bolzaneto
20 marzo, 2008 di GG
Archiviato in Democrazia e Diritti, Oltre le Righe, Storia e Memoria
In questo pezzo, per larga parte, si ripetono testimonianze riportate altrove. Riteniamo necessario comunque proporlo perché è un utile collage di cose che tutti dobbiamo sapere per giudicare il livello di democrazia del nostro paese nel quale non è più nemmeno possibile votare per la persona che si preferisce, ma solo per listoni preparati da una ristretta oligarchia. A Genova il totalitarismo italiano ha mostrato il suo volto feroce. Le forze dell’ordine del nostro paese non prendono ordini dai cittadini e, all’occorrenza, hanno dimostrato che non hanno bisogno di lezioni dai carcerieri di Abu Ghraib.
Noi non siamo migliori degli americani. (N.d.R.)

“Delle violenze nelle strade di Genova c’erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l’ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c’era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli.”
Così si sfoga Marco Poggi, “l’infame di Bolzaneto”, l’infermiere penitenziario che ha sfondato il proprio muro di silenzio per raccontare con un libro ciò che ha visto (e fatto?) in quel maledetto week-end tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001.
Bolzaneto. Nient’altro che un frammento di buio in quella “notte dello Stato di Diritto” che fu il G8 di Genova.
E’ di qualche giorno fa la notizia della richiesta di condanna a 76 anni complessivi per i 44 imputati (sarebbero 45, ma uno è stato prosciolto) nel processo per le torture della caserma di Bolzaneto. Alleluja? Neanche poi tanto. A oscurare la prospettiva di una giustizia per lo meno postuma – un balsamo scadente e inutile, perchè la democrazia calpestata è un Lazzaro che non risorge, ma credevamo di avere almeno il diritto di imbellettare il cadavere – ci penseranno la prescrizione (che scatterà, per tutti i capi d’imputazione, nel 2009) e l’indulto (per le eventuali condanne a pene inferiori a tre anni).
E non fa ridere – ditemi, non fa ridere? – che tutto ciò sia possibile soltanto perchè il nostro glorioso codice penale (annata 1930) non prevede il reato di tortura? Farebbe ridere, se solo un poliziotto non potesse riderci su. Invece i macellai di Bolzaneto beneficeranno del più ignobile degli inadempimenti, quello che lo Stato italiano realizza da 20 anni dei confronti della Convenzione dell’ONU contro la tortura, ratificata nell’88 e mai resa esecutiva sul piano interno.
Per il nostro diritto, ciò che la polizia di Bolzaneto ha impresso sulla pelle e nelle ossa di ragazze, ragazzi, anziani, giornalisti, avvocati, impiegati, in quei giorni del luglio 2001 è così inquadrabile: abusi di ufficio, abusi di autorità contro arrestati o detenuti, violenza privata, ingiurie, percosse. Tutto prescritto, tutto indultato, come fossero furti di galline. Il concetto di tortura contiene tutto quanto, e individua in più l’aggravante del fine estortivo, denigratorio, persecutorio, discriminatorio. Altro che galline.
I due pm richiedenti le condanne hanno affermato che “soltanto un criterio prudenziale” impedisce di parlare di tortura: quando un magistrato dice una cosa del genere, il sottotitolo è il seguente: abbiamo le mani legate.
Io però le dita non ce le ho legate. Non sento legacci intorno al cervello, intorno alla coscienza, a soffocare intercapedini della mia tastiera. E allora, siccome di Bolzaneto non ci sono foto, siccome la luce del sole a Bolzaneto non c’è mai stata, nel mio piccolo cercherò di portarcela io.
Leggerete ora una serie di resoconti di cruda violenza, così come riportate da giornalisti (a loro volta sorretti dalle carte processuali) e vittime.
Giuseppe D’Avanzo, in un terrificante articolo su Repubblica, dà voce ad alcune atrocità compiute in quei giorni, nel buio dello Stato di Diritto. Ne faccio un collage, sperando che il fiato vi si mozzi:
Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l’ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l’ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).
A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: “Allora, non li vuoi vedere tanto presto…”. A un’altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l’avvocato. Minacciano di “tagliarle la gola”. M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: “Vengo a trovarti, sai”. Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti – gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra – e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni “per accertare la presenza di oggetti nelle cavità”.
Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i “prigionieri” di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono – 55 “fermati”, 252 “arrestati” – sono approssimativi. Meno imprecisi i “tempi di permanenza nella struttura”. Dodici ore in media per chi ha avuto la “fortuna” di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia “media” – prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera – è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all’ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.
È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le “posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa”. La “posizione del cigno” – in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro – è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell’attesa di poter entrare “alla matricola”. Superati gli scalini dell’atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della “posizione” peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella “posizione della ballerina”, in punta di piedi.
Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato “entro stasera vi scoperemo tutte”; agli uomini, “sei un gay o un comunista?” Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: “viva il duce”, “viva la polizia penitenziaria”. C’è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un “trauma testicolare”. C’è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella “posizione della ballerina”. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano “di rompergli anche l’altro piede”. Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. “Comunista di merda”. C’è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di “non picchiarlo sulla gamba buona”. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.
Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: “Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?”. S. D. lo percuotono “con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi”. A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: “Troia, devi fare pompini a tutti”, “Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte”. S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e “a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania”. J. S., lo ustionano con un accendino.
Ogni trasferimento ha la sua “posizione vessatoria di transito”, con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C’è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.
In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l’altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: “I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone”. Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: “E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci”. Poi un’agente donna gli si avvicina e gli dice: “È carino però, me lo farei”. Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell’unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all’accompagnatore. Che sono spesso più d’uno e ne approfittano per “divertirsi” un po’.
Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, “arrangiandosi così”. A. K. ha una mascella rotta. L’accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto “se è incinta”. Nel bagno, la insultano (“troia”, “puttana”), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: “Che bel culo che hai”, “Ti piace il manganello”.
Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché “puzzano” dinanzi a medici che non muovono un’obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato “strattonato e spinto”.
Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con “questo è pronto per la gabbia”. Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di “trofei” con gli oggetti strappati ai “prigionieri”: monili, anelli, orecchini, “indumenti particolari”. È il medico che deve curare L. K.
A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un’iniezione. Chiede: “Che cos’è?”. Il medico risponde: “Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!”. G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All’arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c’è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due “fino all’osso”. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede “qualcosa”. Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.
Per i pubblici ministeri, “i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria”.
Queste, invece, sono alcune dichiarazioni fatte in una splendida puntata di Blu Notte dedicata al G8 da una studentessa vittima delle torture di Bolzaneto. La ragazza descrive prima il suo “prelevamento” improvviso e immotivato da un bar:
Questo poliziotto mi ha subito strappato la macchina fotografica, l’ha lanciata in aria e me l’ha spaccata sul marciapiede. Poi mi ha messo con la faccia al muro, e mi ha detto: se stai ferma non ti facciamo niente. Intanto sentivo urla da dentro il locale, perché continuavano a prendere ragazzi, così, cioè, a caso. I più vicini all’entrata venivano presi.
A quel punto un altro agente mi ha preso da dietro, dal braccio, e mi ha lanciata proprio verso un cordone di poliziotti, e lì hanno cominciato a picchiarmi. Mi hanno picchiato finché non mi hanno buttato in terra, uno mi è saltato sulla schiena, mi ha bloccato la schiena col ginocchio, e ha cominciato a dirmi “cosa ci fai qui, ragazzina, lo vedi che non lo sai cos’è la globalizzazione?”, e intanto un altro mi schiacciava la mano con lo scarpone; e dietro questi altri poliziotti che mi dicevano “puttana comunista”, “troia comunista”, “te lo facciamo vedere noi cos’è la globalizzazione”, e continuavano a insultarmi [...]
Quando hanno visto che nel mio zaino c’erano gli obbiettivi della macchina fotografica e i rullini, uno di questi agenti ha detto “ah, eri a fare le fotografie… questi poi te li caccio tutti su per il culo”. [...] Io, insomma, ero scioccata. Non ci potevo credere che mi stavano arrestando [...]
Ci hanno portato allo Star Hotel, e lì c’erano tantissimi poliziotti, anche delle donne in borghese. Per cui io mi sono fidata, diciamo, del fatto che c’erano delle donne e ho chiesto aiuto a loro, gli ho detto “ma io non ho fatto niente! ero dentro un bar, dentro un bagno”, e quando uno di questi agenti, che era un capo evidentemente, perchè era in borghese e tutti lo trattavano insomma come se fosse un capo della polizia, ha sentito che io dicevo che ero in un bagno, ha detto “eri in bagno a fare i pompini?”, e un altro dietro ha detto “e dopo ce li fai vedere”. Io a quel punto ho capito che non avevo nessuna possibilità di spiegare quali erano le mie motivazioni, era una situazione abbastanza irreale [...]
A Bolzaneto, poi, ho attraversato un corridoio di agenti, che si erano messi ai due lati, erano vestiti di verde, erano della polizia penitenziaria. E mentre siamo passati ci hanno picchiati, ci davano botte sulla testa per farcela tenere bassa., di modo che non li guardassimo in faccia; e poi allungavano le gambe per farci cascare. Mi hanno portato fino in fondo al corridoio , dove c’era la cella delle donne. [...]
E poi stavano sempre sul cancelletto che dava sul corridoio, ed era una minaccia continua, ripetuta per ore. Venivano e dicevano “sono morti tre dei nostri agenti, invece di voi ne è morto uno solo, e quindi dobbiamo far pari, entro stasera qualcuno di voi dovrà morire”, oppure alla nostra cella, quella delle donne, le minacce erano soprattutto di tipo sessuale, “tanto entro stasera vi scoperemo tutte”. Venivano e ci sceglievano, soprattutto i ragazzi più giovani [...] “io mi prendo quella, te prenditi quell’altra”. Poi quand’è diventato più buio si mettevano anche alla finestra e facevano sempre questa scelta su chi avrebbero violentato [...]
Ci hanno ordinato di stare con la faccia al muro, con la testa bassa, e lì vedevo con la coda dell’occhio che venivano messi altri ragazzi via via sempre in questa posizione nel corridoio. A un certo punto, quando eravamo abbastanza, ci hanno ordinato di metterci in fila indiana, e ci hanno ordinato di alzare il braccio destro, a fare un saluto romano praticamente. Ci hanno fatto camminare lungo il corridoio, così, come proprio dei burattini. E ci dicevano “guarda come sono belli ora questi sporchi comunisti, guarda come va meglio adesso”.
Lì proprio a me sembrava di essere in un incubo.
Un altro “prigioniero”, un distinto psicologo, sempre intervistato dai microfoni di Blu Notte, afferma:
Sono stato fatto mettere con la faccia verso il muro, a gambe larghe e braccia alzate sopra la testa [...] C’era un clima di efferatezza, da lì in avanti per diverse ore, hanno continuato ad entrare in questa stanza persone di vario tipo [..] e che usavano violenza nei confronti di tutti i detenuti, che ovviamente si trovavano nella situazione anche di non riuscire a vedere quando poteva arrivare un colpo, e da chi. Sentivo colpi sordi intorno a me, inferti agli altri detenuti; a me sono arrivati colpi e botte al torace, ho ricevuto un calcio nei testicoli, è stata fatta sbattere la testa contro un muro, come per invitarmi ad assumere una posizione più confacente alle richieste di queste persone [...]
Una cosa mi ha veramente agghiacciato. Il fatto che alcuni di questi personaggi avesserero intonato un motivetto che diceva “1-2-3, viva Pinochet; 4-5-6, morte agli ebrei; 7-8-9, il negretto non commuove”, e la canzoncina si concludeva con “Sieg Heil, apartheid”.
In tutto ciò, l’avv. Alfredo Biondi (legale di molti carabinieri imputati per quei giorni) ha la faccia di esternare la seguente cosa: “Avere negato persino le attenuanti ai carabinieri che facevano il loro dovere, dopo tanti giorni di fatica e di sofferenza, significa avere superato i limiti che molte volte vengono, invece, vanificati per soggetti accusati di delitti gravissimi“.
All’avv. Biondi, appassionato di Divina Commedia, auguro un fedele contrappasso.
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I “picchiatori” andavano perlomeno licenziati. Ma in Italia – si sa – licenziare sì che è considerato un reato.
Comunque bisogna distinguere:
1. risate, scherni, insulti, minacce, capelli tagliati, testa nel water;
2. manganellate ai fianchi, schiaffi alla testa,
percosse sui genitali, etc.
Le voci al punto 1 non le considererei tortura.
L’episodio della testa nel water è capitato anche a me alle scuole medie, e chiamarlo tortura è veramente ridicolo. Così si rischia di condannare per tortura la maggior parte dei bambini di 11-13 anni.
perdonatemi ma non ce l’ho fatta a finire di leggere tutto, lo schifo e la vergogna sono troppo grandi, le tenebre hanno avvolto le coscienze, sotterrato certezze e fiducia, non mi pare vero che possa essere successo tutto ciò, eppure vivevamo in uno Stato democratico, eppure le forze dell’ordine…eppure, invece macerie e terrore.
Sì ma chi ha dato gli ordini, chi? Non ci credo a uno scoppio improvviso di inumana crudeltà, casuale e privo di collegamenti, chi ha ordinato di torturare la gente a Bolzaneto? il nome del referente politico del responsabile, quello deve venire fuori, troppo scientifiche le torture, troppo ben organizzate, se non è così l’agghiacciante conclusione è che questa è la norma di sempre.
La tortura è una coercizione fisica o morale, quindi:
testa nel cesso > tortura fisica e morale;
insulti e minacce > tortura morale.
Quelli non erano ragazzini bulli del liceo, ma agenti che avrebbero dovuto tutelare la legalità ed invece hanno sfogato le loro frustrazioni ed il loro odio su cittadini che esercitavano un loro diritto.
P.s. sotto i 14 anni i bulli delle scuole non son imputabili, sopra giustamente sì (tribunale per i minori).
Il capo della Polizia di allora era Gianni De Gennaro.
L’attuale commissario per l’emergenza rifiuti in Campania.
Saranno 20 minuti che penso a cosa scrivere ma non mi viene niente. E’ normale?
Ci sono talmente tante cose che hanno portato ad una bolgia come questa che non ne vengo a capo.
Mi viene d’aggiungere che Di Pietro ha perso il mio voto per il No alla commissione d’inchiesta sul G8
Giusto, ne abbiamo parlato qui
E tutto per due righe fantasma nel codice penale…
Questi comportamenti violenti li ho riscontrati parecchie volte in molte persone (anche istruite) che quando sono di fronte a situazioni tese e sono inserite in un gruppo o per meglio dire in un branco che pare garantire loro protezione e anonimato, perdono parecchi freni inibitori.
E’ la stessa logica dei mafiosi, dei ricattatori e dei teppisti vandali (che poi sono come la mente e il braccio).
Io detesto, anzi disprezzo i comportamenti da “branco” vigliacco.
Riguardo a De Gennaro, si e’ vero, allora era lui il responsabile delle operazioni e non mi pare che si sia sforzato piu’ di tanto per impedire certi esiti (e includo anche le azioni dei black block).
In un’intervista esclusiva il presidente della Camera Fausto Bertinotti risponde alle dichiarazioni di Giuliano Amato e parla del G8 di Genova nel 2001. Denuncia la pesante repressione come una chiara scelta politica del governo di allora. Le complicità furono degli organi dello Stato italiano e delle forze dell’ordine. Bertinotti affronta anche altri temi, dalla camorra al ruolo futuro della Sinistra Arcobaleno.
http://agenziami.it/articolopage-video.php?idart=325
mi ricorda l’argentina…
questo è un caso per la corte penale internazionale, peccato che sia trovi fuori della sua giurisdizione per dodici fottutissimi mesi
Grande articolo, per rigore logico e argomentativo.
Bolzaneto è uno dei meggiori scandali italiani (e ce ne vuole…): scandalo nello scandalo che l’Italia, così prodiga nel coltivare il mito di italiani brava gente, sia così poco sollecita nel regolamentare precisamente il reato di tortura, come prescritto ed ausipato dal diritto internazionale
Cioè queste sono le forze dell ‘ ordine???ma che schifo….