Una Tromba d’Aria e un Barcone
10 giugno, 2009 di eppursimuove
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Guardavo alcune delle persone intervistate dopo la tromba d’aria che ha colpito sabato alcune zone del trevigiano e mi venivano in mente gli immigrati che cercano di sbarcare sulle nostre coste. I barconi respinti.
Che c’entra? C’entra eccome..
C’entra che siamo nel nord-est, in una zona ricca non solo di reddito, ma, anche di testa e braccia che lavorano. Di gente che si è conquistata onestamente e con impegno una casa, un lavoro. Gente che non ama avere tra i piedi “quelli che arrivano qui e governano loro”, “quelli che vogliono fare i loro comodi”, “quelli che ci portano via il lavoro”. Quelli, però, che hanno bisogno di occupare gli immigrati regolari perché i veneti, come altri nordisti, alcuni tipi di lavori non li vogliono più fare. E senza gli immigrati regolari, alcune aziende chiuderebbero.

C’entra che li vedi piangere dopo che una tromba d’aria ha divelto i tetti delle loro case, ha provocato crolli. Tanto e quanto un terremoto. Vedi la loro disperazione. Lo smarrimento. Improvvisamente il tuo mondo normale, onesto, consolidato, che chiede protezione allo Stato, si trova respinto. Non dalla Polizia. Rigettato in una situazione che non controlli. Che ti fa franare il terreno sotto i piedi. Improvvisamente ti trovi inerme a subire qualcosa che non puoi impedire o anche solo delimitare.
Cerchi solidarietà. Ti guardi intorno e vedi altri nella tua condizione. Come su un barcone. Ammassato dopo aver pagato tutto quello che avevi per arrivare lì, dove c’è un’altra vita. Dove c’è la vita. Così ti hanno fatto credere.
Succede così. Che improvvisamente, per un evento che non puoi scansare, sei solo, in difficoltà. E speri di trovare intorno a una via d’uscita. “Come ci si sente. Come ci si sente a starsene per conto proprio, senza una fissa dimora, come un completo sconosciuto. Come una pietra che rotola”, scrive Bob Dylan.
Sei però abituato a lavorare, a impegnarti. Ti hanno insegnato così. Sei cresciuto così. E allora, ti rimbocchi le maniche per mettere fine a quel respingimento. Non senza comunque quel senso di paura, di smarrimento, ti lasci…
Dovremmo riflettere un po’ più spesso sul fatto che da un momento all’altro ognuno di noi potrebbe trovarsi nella stessa condizione di un immigrato ammassato su un barcone alla ricerca della costa sulla quale sbarcare per cercare una vita diversa.

Con ciò, nessuno può venire in questo paese a fare i suoi comodi. Con ciò nessuno può venire in questo paese senza conoscere la nostra cultura e rispettare le regole. Con ciò è troppo facile parlare di solidarietà e integrazione quando si vive in spazi protetti, sicuri. Con ciò, è troppo facile rifiutare la sola idea di una società che sappia accogliere ma anche prevedere e assicurare il rispetto delle regole, quando hai un tetto sicuro, che ti sei – sicuramente – sudato e guadagnato.
Già. Quando ha un tetto sicuro che non viene divelto da un momento all’altro.
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Molto interessante il paragone!
Se non ci fosse stata la parte ma anchista finale,a me sarebbe piaciuto molto di più.
è facile dire:bisogna guardare anche gli altri e poi rifugiarsi di nuovo dietro i recinti del ben pensare..
Non tanto per quello che è scritto in fondo,che non è niente di assurdo,quanto per il fatto che mi sembra frenare lo slancio di solidarietà di tutta la parte precedente.
Mi piace questa specie di andirivieni tra il “ci siamo fatti da soli” e “il barcone”, è un po’ il tipico ondeggiare sul quale si muovono i nostri pensieri. Il bello di questo mondo ha senso nella pluralità delle culture, che dovrebbero essere “insegnate”. Spesso infatti facciamo della nostra cultura esclusivamente “territorio”, e a lungo andare il presente si è spostato di 10-20 anni avanti rispetto a come il pensiero si è evoluto.
Abbiamo “estranei” in casa, non siamo razzisti ma noi “semo li mejo”, non siamo pronti ad accettarli e gonfiamo il petto: “se stanno qui devono conoscere la nostra cultura e rispettare le regole”, che in genere prima di intendere “rispettare le nostre leggi più alcune ovvie leggi di natura” (come le rispettiamo noi?) significa implicitamente “diventare italiani, dentro”.
Una cosa impossibile. Perché in quel barcone ci stiamo tutti, sempre, anche quando siamo al sicuro.
Il problema alla base non è l’immigrazione, ma la mancanza di regole chiare e sopra tutto della applicazione delle stesse.
La certezza del diritto, in ogni dove e in ogni direzione, un diritto equilibrato e sostenibile, dove i diritti non sfociano nel privilegio di alcune classi rispetto ad altre, dove chi lavora abbia la possibilità di trovare lavoro (non è importante il lavoro fisso, è importante sapere che in qualche modo si lavora e ci sono sbocchi e possibilità) la certezza che dove è vietato fumare non fuma manco il primario dell’ospedale, la certezza che chi non fa il proprio dovere viene punito immediatamente, sempre, senza esclusione, con pene ne troppo leggere ne troppo pesanti, adeguate all’azione compiuta.
Tolte le ragioni che creano attriti e incomprensioni, ecco che potremo finalmente aprirci tutti come più si confà a esseri civili.
Ma per mantenere la propria civiltà, la massa ha bisogno della pagnotta.
Pancia siori, pancia, chi si permette di scordarla spesso ce l’ha piena e fa il moralista…
Forse il problema vero sono i numeri.
Così come avviene per la pioggia, in giusta misura l’immigrazione può fare bene, fuori controllo può essere un uragano che spazza via qualsiasi cosa.
Se questo è vero il compito della politica non è disquisire se si debbano accogliere o respingere in nome della morale universale, ma come si possano regolare i flussi tenendo conto del bene, sul breve e sul lungo, della comunità che li deve accogliere.
Mi posso sbagliare, ma credo che la parte politica che si ostinerà a farne una categoria morale, anzichè pratica, dunque politica, sia destinata a non avere mai il consenso della maggioranza.
Il pragmatismo non infiamma i cuori ma i cervelli, e i cervelli sono:
1) universalmente diffusi ma molti non hanno il libretto di istruzioni, evidentemente.
2) Chi usa il cervello è molto meno “figo” di chi usa il “Cuore” (inteso anche come ex quotidiano di sx).
3) Le masse non hanno cervello, ma pancia e il cuore ci è molto più vicino.
Pragmatismo e politica non vanno d’accordo, il pragmatismo è noioso, spesso cupo, crudo, freddo quanto utile, anzi necessario.
Con la paura di chissà quale nefandezza attuabile in nome del pragmatismo si difendono gli idealisti esclusivisti dl “cuore” (secondo questi ce l’hanno solo loro) peccato che dimentichino quante nefandezze sono fatte in nome e per conto dei nobili intenti, di queste non se ne preoccupano affatto.
Solidarietà, amore verso il prossimo, libertà, uguaglianza, fratellanza… fino a quando non tocchi il piatto mio.
Il pragmatismo non solo è necessario, ma è un dovere di chi governa, le azioni di questi poi verranno giudicate dagli elettori.
Secondo me il problema dell’immigrazione si affronta in maniera sbagliata, focolizzando la discussione solo sull’accoglienza o meno di queste PERSONE che appunto essendo VITE UMANE meritano rispetto ma anche considerazioni realistiche: non li conosciamo, non possiamo accoglierli tutti, rendono vane le nostre conquiste sindacali e femmiste e fra di loro ci possono essere benissimo i nostri futuri carcerieri o quelli per un’altra etnia. Non si cerca mai di risolvere il problema alle radici, togliere i motivi per cui rischiano investendo gli ultimi soldi che hanno (ma molto più spesso che non hanno, prestiti ad usura che se non verranno pagati saranno estinti anche con omicidi). Guerre, carestie, invasioni di multinazionali per l’estrazione di petrolio, diamanti ed altro, miraggi diffusi via etere, discriminazioni sessuali e razziali, tattiche politiche li portano qua e gli scafisti sono solo la più piccola parte di chi trae profitto da questo commercio di carne umana. Non so come si possa risolvere il problema senza cambiare i loro e i nostri politici e le grandi multinazionali, ma personalmente mi rifiuto, anche perchè non ho le disponibilità necessarie, di sostenere costi per garantire manodopera a basso costo, prostituzione, manovalanza per la malavita, organi da trapianto e serbatoio di voti per poteri che non sopporto. Nel mio piccolo, scelgo politiche per la pace, non ho nessun diamante e potendolo fare non uso la macchina, cerco cioè da lontano di non danneggiare il loro territorio, rispetto chi è qui, ma non gli dò la mia fiducia perchè non la dò nemmeno ai miei parenti lontani che non conosco. Solo gocce in meno nel mare dove spingono i barconi, ma non posso fare meglio, e una mia lacrima sarebbe solo sale sulle loro ferite, meglio una sana incazzatura senza votare Lega.