Un Popolo di Poeti fa Cattiva Politica. 55


In una comunità politica una qualche comunanza di beni e di servizi deve esserci per forza, se si vuole che la parola comunità abbia un senso concreto. Non troppa tuttavia, quel che basta perché i singoli possano esprimere le proprie potenzialità; il di più porterebbe all’atonia del sistema. Le esperienze su larga scala condotte nel secolo scorso hanno dimostrato che qualsiasi sistema sociale, per mantenersi vitale, deve poter contare sull’energia animale sprigionata dall’egoismo dei singoli; sul narcisismo, sull’egotismo, sul bisogno di ciascuno di essere entità prima che cittadino.

È per questo che è nata la politica, per occuparsi delle comunanze. Per definirne le caratteristiche e i limiti; per implementarle, attingendo le risorse dal portafoglio dei cittadini. Su mandato della maggioranza, ove il sistema si regga su regole e istituzioni definite con il metodo democratico.


Per far questo, per produrre un complesso articolato di proposte da tradurre in iniziative concrete, la politica non può che partire da una serie di dicotomie valoriali: bene/male, giusto/ingiusto, pubblico/privato, utile/superfluo, presente/futuro, giovane/vecchio, maschio/femmina, orientate dal comune sentire, tenuto conto della temperie culturale in atto.

Il primo vero grande problema che si presenta a chi voglia fare politica riguarda l’uso dei valori. Non circa il fatto se siano utili (sono indispensabili), o se debbano essere questi anziché quelli, ma circa il ruolo che devono giocare nell’azione politica: se quello di stelle polari che dettano la rotta a prescindere, o quello di riferimenti relativi da sottoporre ciclicamente alla verifica dei risultati.

Sembra una cosa da poco, ma ha ricadute sostanziali sul piano politico, teoriche ma soprattutto concrete.

Nel primo caso (valori come stelle polari) la Politica si iscrive nel novero delle discipline filosofico/speculative; nel secondo (valori come ipotesi in divenire) in quello delle discipline sperimentali.

Nel primo caso la Politica è terreno per filosofi, teologi, letterati, ideologi, demagoghi e affabulatori. Nel secondo per uomini di scienza, intesi non necessariamente come scienziati ma come individui abituati a sottoporre le proprie intuizioni al vaglio della sperimentazione; ad accettare il responso dei risultati anche se diverso da quello atteso. Quelli che ignorano le questioni di principio. Che non piegano i fatti alle idee, ma le idee ai fatti.

Faccio un esempio: Landini non è, né sarà mai, un uomo di scienza, perché conosce già la verità: grosso modo quella che sta scritta nello Statuto della FIOM, che lui spesso confonde con la Costituzione della Repubblica Italiana. Marchionne al contrario lo è, nel senso che è abituato a rimodellare i suoi progetti sul feedback dei risultati. Che è ciò che non capisce Landini quando lo accusa di non volersi consacrare al bene della nazione, intendendola come azione eroica; non riesce a capire che Marchionne non potrà mai essere un eroe, perché non potrà mai restare fedele a un’idea contro il giudizio del cash-flow.

La scelta del metodo è una scelta prepolitica. Viene prima della decisione d’essere di destra o di sinistra.

Il marxismo-leninismo è un esempio di politica di sinistra condotta col metodo filosofico-speculativo; così come lo è il nazifascismo, per le politiche di destra. È il misunderstanding su cui inciampano coloro che vogliono equiparare i camerati ai compagni, specialmente da morti, proclamando che siccome entrambi avevano un ideale, sono entrambi degni d’essere collocati nell’Olimpo degli eroi. Intendendo che il discrimine non è tra gli ideali, ma tra l’averceli e il non averceli. Come se l’aver optato entrambi, prima di diventare fascisti o comunisti, per una politica governata dalla fede fosse un fatto positivo in sé, anche ove una delle due fedi si sia dimostrata platealmente sbagliata.

Mentre chi volesse cercare degli esempi di politiche condotte col metodo empirico li può trovare nelle socialdemocrazie scandinave per la sinistra; nelle liberaldemocrazie del mondo anglosassone per la destra.

E noi?

Non è un caso se sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana ci siamo autodefiniti «Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori.»

Non è un caso che gli scienziati vengano in fondo, appena prima dei navigatori (Schettino) e dei trasmigratori (non abitano più qui, ormai i bastimenti partono tutti dall’altra sponda del mediterraneo). Se i poeti, gli artisti, gli eroi, i santi, i pensatori vengono prima sul travertino è perché vengono prima anche e soprattutto nella classifica dell’immaginario collettivo. Se a una madre italiana si chiedesse di immaginare un ruolo per il proprio figliolo, quella probabilmente direbbe poeta artista eroe santo o pensatore; se non si può perché quei posti lì sono già tutti occupati dai raccomandati, almeno calciatore o velina. È per questo che abbiamo pochi ingegneri e pochissimi matematici e fisici.

Influenzato da un simile retroterra culturale, è naturale che l’italiano medio, dovendo scegliere chi mandare a rappresentarlo in Parlamento, lo scelga tra i top five scolpiti sulla pietra, aspettandosi ingenuamente chissà che.

Rifiutandosi di considerare che un poeta, ove non insuperbisca fino a credersi il depositario della Verità, nel qual caso diventa pericoloso, bene che vada, l’unico ritorno che può garantirgli è una cartocciata di parole.

Forse è questo il nostro guaio: essere troppo poetici e troppo poco pragmatici; un tantino intellettuali della Magna Grecia, com’ebbe a definirci un cinico alcuni decenni fa (( Di Gianni Agnelli riferendosi a Ciriaco De Mita N.d.R. ).

Un codice culturale che ci ha portato fin qui, che non riusciamo a rielaborare criticamente, propensi come siamo a considerarlo una fortezza, piuttosto che una debolezza.


55 commenti su “Un Popolo di Poeti fa Cattiva Politica.

  • Gianalessio Ridolfi Pacifici

    Illuminante. Una delle cose più interessanti che io abbia letto negli ultimi tempi. Spero che si trovi a passare qualche giornalista e scopiazzi un po' di concetti per poi pubblicarli sul corriere o farci una puntata di Radio Londra, Almeno quegli sfigati che non leggono MC potranno finalmente accedere a qualche concetto interessante.

    Dopo la lode sperticata, tanto più eccezionale data la mia tradizionale avarizia in questo campo, la domanda a trucco:

    cito:
    riguarda l’uso dei valori. Non circa il fatto se siano utili (sono indispensabili),

    Ma a quali valori ci riferiamo? E perché sono indispensabili? Per fini propagandistici suppongo, perché per cose come quelle esposte nel pezzo poche righe prima non vedo altro utilizzo.
    Anche grazie ai tuoi contenuti, caro Fma, sto bolinando verso la serena convinzione che ti esprimo con le parole di un musicista a me molto caro:

    Can't you see
    It all makes perfect sense
    Expressed in dollars and cents,
    Pounds, shillings and pence
    Can't you see
    It all makes perfect sense

    Occamisticamente mi sembra una conclusione ineccepibile che lascia fuori un sacco di merda inutile che, come sciroppo, mi hanno fatto trangugiare fino ad oggi quando sto incominciando, finalmente a vedere la luce.

    Viva i valori (bollati)

    • fma

      I valori sono indispensabili per poter rispondere alla domanda: lontano da dove?
      Se ti va bene comer spiegazione, la tua prima domanda, quali valori, non ha alcuna ragione d’essere.

        • serpiko

          Boss, posso essere decorativi “qui” e “oggi”.
          Non lo possono essere in assoluto. Diversamente non staremmo già più scrivendo da un pezzo. Invece, come dici giustamente, ci ricaschiamo sempre.

          • fma

            Non ho detto e non penso che i valori siano decorativi.
            Se devi fare un viaggio, ed è il nostro caso, devi sapere da dove parti e dove vuoi arrivare. Dunque ti servono dei punti di riferimento. Non è questo in discussione. Quanto al viaggio, ognuno si sceglie il viaggio che gli pare.
            Io dico un’altra cosa, che ci sono diversi modi per affrontare il viaggio.
            Puoi voler andare sulla luna e pensare di poterlo farlo con una scala lunga tanto che basata sulla terra si appoggi direttamente sulla luna senza cadere giù.
            Aspetti una notte di plenilunio, quando la luna è più grande e provi ad appoggiarci la scala. Quando la scala cade giù, puoi pensare che è troppo corta e dunque c’è ancora da lavorare; puoi pensare che delle forze oscure abbiano spostato la luna a tua insaputa; puoi pensare che la scala non sia lo strumento giusto per andare sulla luna e inventarti catapulta, o il razzo; puoi pensare che la luna sia irragiungibile…
            Io non metto in dubbio l’esistenza della luna, né il diritto di ciascuno di inventarsene una. Mi limito a osservare che, anche le scienze sociali, Politica inclusa, con tutte le sue lune dentro, possono usare il metodo empirico. Che noi, per antica tradizione culturale, siamo restii a impiegare. Pensando che sia una caduta di stile.
            I commenti a questo post mi confortano in questa opinione.

          • Comandante Nebbia

            ok, allora non giriamoci più intorno.
            domanda diretta: l’onestà è un valore?
            e se è un valore a che serve?
            e se non è un valore l’onestà, fare nomi prego 🙂

          • fma

            Personalmente ritengo che l’onestà sia un valore, soprattutto partendo dalla considerazione che ce n’è poca. Se ce ne fosse tantissima varrebbe quasi niente. Dunque che sia auspicabile un’azione politica tesa ad aumentarla, in quanto sono convinto che aiuterebbe la nazione a vivere meglio, nel senso che porterebbe dei benefici concreti alla maggioranza dei cittadini.
            Contemporaneamente, tuttavia, penso che il mezzo migliore per aumentare l’onestà non sia quello di tagliare la mano ai ladri, già sperimentato in altri paesi senza grandi risultati. E neppure quello di fare un editto. E neppure quello di fare la Rivoluzione.
            Se stesse a me proverei a ipotizzare qualcosa per incentivare i miei concittadini a essere onesti, bastone e carota. E starei a vedere. Se non funzionasse penserei a qualcosa d’altro. Fino a che qualcuno non mi dimostrasse dati alla mano che la disonestà, al contrario di quello che penso io, fa prosperare la nazione. In questo caso lascerei fare a lui.

          • Comandante Nebbia

            bene, decolliamo: due tacche d flap, motore al amassimo, via i freni, superata la velocità di stallo, cloche al petto, rotazione smorzare gas

            Quindi l’onestà è utile alla nazione, sempre che un ragionevole numero di cittadini sia onesto, se no è solo un cilicio che si indossa per motivi ideali, per fare penitenza e conservare l’anima.
            poichè l’onestà non è obbligatoria, ma solo punita la disonestà, essa per raggiungere una valenza sociale dovrebbe essere condivisa come valore operativo e non a chiacchiere da milioni di persone. Un partito degli onesti che si presenta alle elezioni per salvaguardare il valore onestà. La cosa non mi sembra originalissima e, forse anche per il modo con cui l’ho messa, anche un po’ ridicola.

            Diciamo che l’onestà per essere un valore utile alla nazione deve essere imponibile, obbligatoria, controllata. Ma non è quello che si fa da secoli senza alcun risultato?

            Ecco, io credo che si possa regalare all’onestà un bel biglietto per il mondo delle idee e escluderla dalla categioria dei valori per inserirla fra le attitudini personali.
            Ma le attitudinio èersonali non sono fenomeni politici.
            Ne concludo, saltando un po’ di passaggi causa stanchezza, che i “valori” non hanno utilità politica nell’approccio che tu definisci “scientifico” mentre svolgono funzione addobbo colorato nell’approccio ideale.

            Insomma, l’amore per i dollari, le sterline, le corine norvegesi rimane un efficace valore al quale riferirsi. Ben lungi dal promettere la pace dell’anima, questi valori garantiscono abiti caldi, cognac di annata, fidanzate, tranqullità, belle macchine, amicizie interesanri, viaggi.
            Insomma, quei modesti conforti che sostengono il pellegrino nel periglioso cammino della vita ed ai quali, una volta liberatisi dei fardelli etici, a mio parere dobbiamo tutti aspirare, senza vegogna e cercare di capolestarme chiuque che, pur puntando ogli stessi obiettivi, non dispone dei mezzi fici per avanzare e sottrarsi alla sopraffazione dei più forti.

            Conclusioni, fatemi un bottone da schaicciare tramire il quale sia possibile cambiare quel che resta della mia anima per una congrua quantità di krugherrand

          • fma

            Critone dice a Socrate, vieni via, salvati, ci sono fior di città che ti accoglierebbero a braccia aperte.
            Non posso, gli risponde Socrate, farei del male alle leggi e alla patria. Mi renderei ridicolo, alla mia età, agli occhi dei miei concittadini, davanti alla cui Assemblea, quando potevo, non ho chiesto l’esilio come pena alternativa, limitandomi ad offrire una mina d’argento, sostenendo che la morte non è poi quella cosa cattiva che si sostiene.
            Tutti siamo stati giovani, anch’io, e abbiamo amato Socrate e ci siamo commossi leggendo della sua morte: “Di’ un po’, Fedone, eri presente tu quando, in carcere, Socrate, bevve il veleno…”
            Bene, Socrate morì per una questione di Principio. L’Assemblea e lui stesso alla fine si ritrovarono prigionieri di una questione di Principio.
            Ecco, detta in parole povere, io per conto mio avrei preferito che Socrate continuasse a vivere.

          • serpiko

            Ecco il busillis. La differenza di pensiero, tra il “prima” e il “poi”, la troviamo in una scala.

            Tu t’interroghi, dopo aver tentato di scalarla, sul perchè la scala non abbia raggiunto la luna perchè il tuo problema è arrivare ad essa.
            Io m’interrogo, prima di posarla, su dove questa scala poggerà perchè il mio problema è che la stessa non si trovi sulle spalle del mio prossimo e che una mia caduta non avvenga sulla testa del medesimo.

            Ricordi la storia del concilio di Nicea? L’incredibile ed enorme dibattito sullo spirito santo e la sua provenienza, concentrato in una misera, semplice, non spendibile preposizione articolata, con conseguenti scomuniche e solite morti per questioni religiose?
            Siamo sullo stesso piano.

          • fma

            Non sono un esperto di Storia della Chiesa, ma per quel che ne so i concilii di Nicea furono due.
            Nel primo si sancì la consustanzialità del Padre e del Figlio, nel secondo si stabilì che le immagini possono essere venerate ma non adorate.
            Forse ti riferisci al concilio di Costantinopoli I, che impose la cosustanzialità dello Spirito Santo col Padre e col Figlio.
            E tuttavia neppure questo mi dice niente circa la nostra questione.
            Mi dispiace che l’esempio della scala non ti sia piaciuto

          • serpiko

            No no, m’è piaciuto molto invece.
            Hai sintetizzato la differenza che non riuscivo a metaforizzare io stesso.

            Quanto ai concili, ho fatto confusione io tra il Nicea, del 325 o giù di lì, di cui ho ben chiara la condanna dell’arianesimo, e il da da te citato Costantinopoli I (38…?). La preposizione era il dal (figlio) o per mezzo del (figlio).
            Tre lettere che fecero morti, feriti, condanne e tutto il resto.

  • eduardo

    Un’inesattezza (peraltro, assolutamente ininfluente per quanto attiene il merito dell’articolo): la definizione di “intellettuale della Magna Grecia” non è di De Mita; al contrario, fu affibbiata da Gianni Agnelli proprio al politico di Nusco.
    Mi preme, invece, esporre un dubbio (direbbe un amico comune, di natura logica): ma gli “sperimentatori”, proprio perché partirebbero dalla “realtà” per adttarvi i “valori”, non sono anch’essi dei “filosofi”? Soprattutto, siamo sicuri che la sperimentazione (rectius, la tecnica) non sia stata adattata ad una precedente scelta nella dicotomia valoriale?
    In altri termini: i valori propugnati da uno sperimentatore come Marchionne sono per davvero più “neutrali” di quelli di un idealista come Landini? Qualche dubbio, almeno a giudicare dai vantaggi economici dell’uno e dell’altro ricavati dalla “sperimentazione”, ti confesso che mi resta.

    • Franz

      “In altri termini: i valori propugnati da uno sperimentatore come Marchionne sono per davvero più “neutrali” di quelli di un idealista come Landini? Qualche dubbio, almeno a giudicare dai vantaggi economici dell’uno e dell’altro ricavati dalla “sperimentazione”, ti confesso che mi resta.”

      Qui toccherebbe analizzare la definizone di “valore” e la sua attuale realizzabilita’:
      un idealista (Landini?) che ad esempio miri a “lavoro salario e pensione garantiti per tutti indipendentemente dalle condizioni dell’economia” offrirebbe un valore alto e vantaggioso per tutti, ma molto difficile da realizzare perche’ richiede di peigare le condizioni del sistema all’idea.

      uno sperimentatore (Marchionne?) che abbia come valore “far guadagnare l’azienda e i suoi azionisti” sottoporra’ a verifiche costanti il sistema che lo circonda e i risultati che ottiene, adattando di conseguenza il suo approccio per raggiungere il valore-obiettivo.
      (traduz: se l’azienda va in perdita in italia ed in attivo in romania, chiudo in italia e ‘sti cazzi della collettivita’, l’importante per me e’ il mio obiettivo).

      Io sarei per l’approccio da sperimentatore in politica (ed in questo concordo con fma), ma tutto sta nel definire in principio i valori-obiettivo che si voglion raggiungere.

      IMHO questo post spiega perfettamente perche’ il pragmatismo teutonico da noi non funzionerebbe

      • eduardo

        Il rapporto Marchionne-Landini (così come l’aggettivazione sperimentatore-idealista) non sono mie, ma sono indicate nell’articolo. La frase che tu hai riportato intendeva sottolineare la non pertinenza dell’esempio con il post: Marchionne non svolge una funzione politica, anche se le sue decisioni hanno un enorme peso sui cittadini-lavoratori e, quindi, sulla politica. Per quanto non immediatamente esplicitato, il ragionamento di fma e (IMHO) il mio guardavano molto alle politiche del governo Monti.

    • fma

      Sì, sono d’accordo con te, la battuta fu di Giovanni Agnelli, rivolta a De Mita.
      Così come sono d’accordo con te, contro Newton (quando dice Hypotheses non fingo), che lo sperimentatore non possa non partire da un’ipotesi.
      Ma per farlo sono indispensabili i valori, altrimenti non vi sarebbero punti di partenza. Né problemi (dicotomie valoriali). Né ipotesi di soluzione.
      I valori di Marchionne non sono nè più neutrali, né migliori di quelli di Landini.
      La differenza sta nel fatto che Marchionne formula ipotesi e le sottopone al giudizio dei fatti, mentre Landini se ne frega se dall’altra parte ci sono i cinesi.
      Nulla osta che domani nasca un sindacalista FIOM che applichi ai valori di Landini, diversi da quelli di Marchionne, il metodo empirico.

    • Comandante Nebbia

      Il De Mita era mio, c’era il N.d.R. e la redazione è one man band.
      Comunque ricordavo qualcosa. E’ sulla borderline del tempo, quando i pochi anni che ci separano fanno la differenza.

      vabbè, sistemato.
      grazie

  • Gilda

    Interessante, ma non sono d’accordo quando dici che poeti, artisti e pensatori appartengano a prescindere alla prima branca della politica. Fondamentalmente, trovo la divisione per carriere (oltre che “tocco d’arte” all’interno del pezzo) banale e restrittiva. Appartengo a qulla schiera di persone che pensano che prima che lavoratori (o anche cittadini) siamo individui (o anche entità). Troppo facile mettere filosofi da una parte e scienziati dall’altra, anzi forse più che facile e’ limitante: escludi la possibilità di rendere una cosa completa, di contenere apollineo e dionisiaco… cosa che e’ poi anche il tuo articolo. Alla fine, ti contraddici da solo!
    Penso piuttosto che ci siano persone (artisti o scienziati poco importa) che hanno più della prima che della seconda politica, più dell’apollineo che del dionisiaco… e questo a prescindere da come poi decidano di mostrare il loro pensiero al mondo. Nietzsche non si può certo dire che veda i valori come stelle polari, eppure e’ un filosofo. Stessa cosa (anche se in misura diversa e minore) per la maggior parte degli artisti delle avanguardie, post-avanguardie, trans-avanguardie… sono artisti, ma non per questo anche idealisti.
    E l’opposto si può dire di tanti uomini di scienza. Guardavo pochi giorni fa un documentario su Tesla, e ho scoperto che lo stesso Edison (per difendere le sue invenzioni, che risultavano meno efficienti di quelle di Tesla) ha fatto di tutto per screditare il suo “nemico scientifico”. Non e’ forse questo un eclatante tentativo di piegare i fatti alle idee, di “credersi il depositario della Verità”?

    Mi sembra, poi, che spesso e’ proprio l’artista a “rielaborare criticamente” i codici culturali delle società, e viceversa e’ il pragmatico che non riesce mai a capire l’artista, perche’ spesso e’ appunto troppo propenso a considerare quel codice come una fortezza in cui dover rimanere per la propria salvaguardia.

    In definitiva io penso che i risultati migliori si ottengano sempre nel maggior equilibrio possibile tra opposti. Non vedo un estremo migliore dell’altro (anche se io mi identifico più col secondo modo, che di valori proprio non ne ho), penso siano indispensabili entrambi. E poi perdonami, ma… io non la vedo tutta quest’arte in Italia. Vedo molto più pragmatismo (il che, come ho già detto, non e’ proprio di filosofi e artisti, ma solo una caratteristica umana presente a prescindere dalla carriera).

    Insomma… vero, ci sono due strade opposte, ma non concordo sulla divisione delle carriere, e penso soprattutto che siano due strade che nonostante le loro opposizioni possano in qualche modo convivere ed essere percorse parallelamente.

    • Gilda

      Toglimi solo una curiosità: non mi rispondi perche’ trovi stupido il mio commento o perche’ e’ troppo lungo? C’e’ un motivo preciso?

      Mi dispiace, ti preferivo quando mi rispondevi anche a tono che almeno imparavo qualcosa, da quando cn ha commentato al posto mio invece non ho neanche questa soddisfazione. Sarà un caso, ma se non lo e’ preferisco saperlo e perdere meno tempo nel commentare, oppure perderne di più e scrivere qualcosa per me.

      Saluti sinceri

      • Comandante Nebbia

        forse non si è innestato come rispondi e non gli arriva la mail del commento. anche se, essendo l’autor, deve averla comunque ricevta.
        l’hai scioccato.

        • Gilda

          Scioccato o scocciato? Si tratta di una i tre posti più in là.
          Altrimenti, MC ha un disturbo sistematico riguardo i miei commenti sui post di fma, e lo ha da un mesetto a questa parte. Il che e’ anche possibile, ma decisamente più improbabile.

      • fma

        Non sono in grado di risponderti.
        Non saprei da che parte cominciare. Non so trattare più di un argomento per volta. Però posso ascoltare. Questo purtroppo in un blog non si vede.
        Stai serena, quando sarò in grado di risponderti lo farò.

        • Gilda

          Ok, lo sono. 🙂
          Non volevo pressarti,volevo solo essere sicura che non ci fosse dell’altro dietro: come dici tu certe cose su un blog non si vedono. Allora, penso che continuerò a “perdere tempo” a commentare. 😉

          • fma

            Complimenti per il tuo ultimo pezzo “Non sono italiana…”
            E’ il migliore di quelli che hai scritto fin qui. Un salto in avanti, uno di quei clic, per chi scrive, che accendono la luce.
            Quanto all’isola, non crederci, nessun uomo è un’isola.

          • Gilda

            Io non so nemmeno cosa sia un’isola.
            Se quel pezzo e’ davvero il migliore e’ abbastanza preoccupante, ma dipende dai punti di vista. Non so se sono in grado di scriverne altri all’altezza.

            Iniziavo a chiedermi che fine avessi fatto! 🙂

  • Alfonso

    Molto ben strutturato e sintetico, complimenti all’autore!

    Per me, visto che ultimamente soffro un po’ di una cera “demenza di mezz’età”, fatico a cogliere le proposte. Al di là del generico richiamo “alla sostanza”, non ho compreso quali alternative abbiamo per dirigere le persone verso quella direzione.
    Ho personalmente un paio di idee che metto in pratica, ma intorno a me è evidente che Dio e Totti sono sempre i numeri uno.

    In altre parole: dove andiaaaaamo noi pecoreeeeeelleeee? meeeeee 🙂

  • Doxaliber

    Molto interessante. A mio parere però quello delle socialdemocrazie, l’approccio che tu definisci “teutonico”, è stato quello abbracciato da tutta l’Europa Occidentale, Italia inclusa. I risultati sono stati diversi per ragioni che hanno sicuramente a che fare con la cultura dei popoli.

    • fma

      E beh, caro Doxa, è come se tu dovessi dimensionare un ponte. A parità di algoritmo impiegato e a parità di portata la sezione, dunque la fisionomia del ponte non è mica sempre la stessa, dipende dal materiale che hai a disposizione.

      • Doxaliber

        Il problema è questo: si può costruire un ponte con l’argilla? Secondo me il problema dell’Italia del dopoguerra è che è nata zoppa. Non siamo mai riusciti a prendere coscienza dei nostri limiti come popolo e come nazione, forse perché siamo abituati da secoli ad aspettare che siano gli altri a risolvere i problemi per noi. Quale sistema funzionerebbe in una nazione così? Perché non dimentichiamo che gli altri PIGS sono usciti dalla dittatura molto dopo di noi e quindi hanno una qualche giustificazione in più.

        • fma

          Non c’è alternativa. Se hai dell’argilla devi provare a fare il ponte con quella. Farai un progetto con campate più corte. Sperando che nel frattempo qualcuno scopra che con l’argilla si possono fare i mattoni, i quali se sono cotti hanno un carico di rottura a compressione più alto, dunque consentirebbero, se qualcuno nel frattempo avesse inventato l’arco, di fare ponti più alti, con campate più lunghe.
          Il Pont du Garde è ancora lì in piedi, splendida testimonianza.

  • serpiko

    Sì, gli spunti che si potrebbero trarre sono davvero ottimi.
    Contesto solo un’affermazione, quella della scelta del metodo. Che a mio avviso non è affatto “prepolitica”. E’ “postpolitica”.
    Viene dopo la scelta tra destra e sinistra perchè non è figlia delle parti ma del sistema, nel momento in cui si riconosce ad esso il solo fine di amministrare denari. Giunge quando, inseriti in un contesto lugubre, non si riesce a evitarne i più lugubri meccanismi fino a osmotizzarne il suo peggio.
    Arriva quando i valori sono già persi, e per questo sembra che gli stessi fossero diversi da quelli conosciuti in precedenza, o che addirittura non vi siano stati mai.

    Ho conosciuto idealisti votati ai più grandi valori che sono stati capaci di trasformarsi negli affaristi più spregiudicati ma non so farti un solo esempio di affarista spregiudicato che si sia votato alla politica per civica passione.

    Ma la politica non è questo, non è amministrare denari. E’ amministrare una società in ogni aspetto che le compete e per questo necessita di competenza in ogni aspetto.
    Sì, alla politica servono anche i poco spendibili poeti. Se chiamati a governare la poesia e, soprattutto, se veri poeti e non presunti tali.

    • fma

      Se fosse come dici tu, se la scelta di metodo fosse post e non pre, se venisse dopo la scelta tra destra e sinistra, come mi spieghi che il comunismo e il nazismo siano stati entrambi ideologici, alias figli entrambi del metodo filosoficospeculativo?

      • serpiko

        Sei davvero convinto che siano stati ideologici?
        Io per nulla. Anzi.

        L’esasperazione del metodo empirico al massimo grado, ovvero la dittatura, si compie dopo l’ottenimento di un potere illimitato e concentrato come soltanto un processo filosoficospeculativo ne consente da sempre la formazione.
        Un “filospeco” interpretato come mezzo estremo dal suo estremo opposto, che appunto ne fa uno strumento e quindi per suo stesso spirito non bada troppo alle ragioni dello stesso.
        Non a caso nei regimi non ho mai individuato alcuna etica, tantomeno un dibattito circa la stessa, ma solo un fine ultimo (spesso oscuro e nebuloso) che di solito si perde lungo la strada e che, una volta perso, fa apparire vacuo il regime stesso e ne determina il processo di inevitabile caduta.

        Per questo sono convinto che gli eccessi siano figli di situazioni estreme, che esulano dalla realtà di una governabilità politica e quindi non riconducibili ad essa ma proprio alla sua carenza.
        Una deriva magnetica che, al realizzarsi di determinate condizioni, conduce automaticamente al Polo Nord politico di una dittatura in sostituzione della precedente, lacunosa, forma di governo. Qualsiasi essa fosse.

        La classica eccezione che conferma la regola.

        • fma

          Troppo difficile, posso solo risponderti con altre domande.

          L’esasperazione del metodo empirico al massimo grado, ovvero la dittatura, si compie dopo l’ottenimento di un potere illimitato e concentrato come soltanto un processo filosoficospeculativo ne consente da sempre la formazione.

          Che vuol dire esattamente?
          Che il processo filospeco porta al potere illimitato, che tuttavia non è ancora dittatura, la quale si realizzerà solo dopo, con l’esasperazione del metodo empirico?
          E su quali supporti poggia questa teoria? metafisici o sperimentali?

          Neppure quest’altra scherza:

          Un “filospeco” interpretato come mezzo estremo dal suo estremo opposto, che appunto ne fa uno strumento e quindi per suo stesso spirito non bada troppo alle ragioni dello stesso.

          L’estremo opposto di un filospeco, l'”empistale”, fa del filospeco uno strumento.
          Embè che c’è di male? Filospeco come ipotesi di lavoro.
          Se funziona va bene, si procede; se non funziona l’empistale va avanti con un altro filospeco. La scienza funziona così.

          • serpiko

            Stiamo per avvolgerci a spirale doppia.
            Mi fermo anch’io prima di torsioni troppo strette, anche se la discussione “filosoficospeculativa” era molto più che piacevole.

            Magari qualcuno si starà chiedendo perchè analizzare cose tanto aleatorie in maniera tanto precisa. Forse me lo chiedo io stesso.
            Credo sia lo stesso senso di sedersi sulla sabbia con un bastoncino 300 anni prima di Cristo e passare il tempo a tracciare punti, linee e figure fino a scoprire le basi di tutta la geometria solida.

  • Vincenzo Rauzino

    Forse è questo il nostro guaio: essere troppo poetici e troppo poco pragmatici.
    Intanto la maggioranza di noi ha mandato al governo B, che è stato pragmatico nel curare i suoi interessi, e poetico nell’infinocchiarci come allocchi.
    Credo che servano entrambi gli aspetti: valori come stelle polari e valori come ipotesi in divenire, poiché lo stesso valore può avere la doppia funzione di principio ideale verso cui tendere e di norma pratica che a quei principi si ispira.
    Non siamo mai solo poeti o solo pragmatici, così come in un rapporto di coppia non c’è mai un partner che abbia completamente torto o completamente ragione.

    • fma

      Sì, tra il nero e il bianco ci sono tutte le scale del grigio. Quel che voglio dire è che noi, come paese, siamo troppo affezionati al metodo filosofico e troppo poco il metodo empirico.
      Troppo aderenti, talvolta solo a parole, al principio riuscendo con ciò a ottenere risultati esattamente contrari a quelli che ci eravamo prefissi.
      Ti faccio un esempio.
      Tra gli obiettivi di Landini sicuramente c’è quello di aumentare i posti di lavoro e di difendere i diritti acquisiti, se possibile di migliorarli.
      Se gli unici lavoratori fossero gli italiani, Landini non avrebbe alcuna difficoltà a portare avanti entrambi gli obiettivi. Se invece gli italiani devono competere con polacchi, serbi, rumeni, cinesi e compagnia bella, la cosa diventa più difficile. Talvolta impossibile. In questi casi bisogna scegliere se mantenersi fedeli al principio, o venire a patti con la realtà.

  • ilBuonPeppe

    Egoismo, egotismo e narcisismo come motore della società?
    Beh, allora questo mondo deve piacerti davvero un sacco visto è che è basato proprio su queste caratteristiche. E dal momento che non si vedono all’orizzonte tendenze di altro tipo, posso arrischiare una previsione: il futuro ti piacerà ancora di più.
    Che questo poi porti alla morte della società è un particolare secondario.

    “è naturale che l’italiano medio, dovendo scegliere chi mandare a rappresentarlo in Parlamento, lo scelga tra i top five scolpiti sulla pietra”
    Veramente non mi risulta che in parlamento ci siano frotte di poeti, santi e navigatori. E’ invece pieno di ingegneri, medici e avvocati che, fino a prova contraria, afferiscono più alla categoria degli scienziati.

  • siberiantiger

    Post davvero interessante.
    Il problema pragmatico che mi viene subito in mente è:
    “Conta innanzitutto il metodo. Bene, scegliamo lo scientifico. Bene. Ora contano i valori. Scegliamo i valori … ”
    In campagna elettorale ascolteremmo politici, gonfi di ovvietà perbenistiche, starnazzare di onestà, rigore, diligenza, rispetto, eccetera…

    Non sarebbe più interessante dire che una cosa è etica/morale (per come è definita la stessa) quando ha superato un pre-processamento nell’empirismo? Altrimenti i valori etici sarebbero etici perchè? Forse così mi avvicino troppo a quello che dice il Comandante Nebbia. Io penso che la morale sia importante, come dici tu, ma COSA è morale? e COSA no?

    • fma

      Non credo che per fare politica sia importante stabilire cosa sia etico e cosa non lo sia, ma, per esempio, se si vuole più giustizia o meno giustizia, più uguaglianza o meno uguaglianza, più libertà o meno libertà e via enumerando.
      Stiamo ancora parlando di valori, non saprei come diversamente chiamarli, ma abbiamo sostituito l’assunto che l’uguaglianza, per esempio, sia un bene in sè, con quest’altro: proviamo ad aumentare l’uguaglianza per incrementare la felicità della comunità, tenendoci pronti se non funziona, a cambiare direzione. Perchè non è così scontato che più uguaglianza voglia dire più felicità.
      Lo stesso discorso potrebbe farsi per la giustizia, nel senso di equità: siamo così sicuri che alcuni privilegi non siano utili alla collettività e che la loro eliminazione non possa tradursi in un danno?
      Dice John Rawls: le posizioni di privilegio che sono utili alla comunità e dunque si devono mantenere, sono quelle che recano dei vantaggi ai soggetti passivi, purchè siano assolutamente accessibili a tutti.
      Esempio: un chirurgo guadagna come venti operai: è giusto? Se applichi un concetto etico a priori dovresti dire di no. Ma se scopri che quel chirurgo con la sua bravura può salvare la pelle a cento operai, i soggetti passivi dell’ingiustizia, potresti cambiare idea. Purchè quella del chirurgo non diventi una rendita di posizione e lui si faccia in là nello momento stesso in cui sulla scena compaia un chirurgo migliore.
      Spero d’aver risposto alla tua domanda.

  • farag....libya

    C’ho Medalia scritto su di esso. Record e li voglio, un vecchioـ
    ــــــــــــــــــــــــــــــــــ

    un.popolo di eroi di santi.dinavigatori.diartisti.di lavoratori

I commenti sono chiusi.