Un Piatto
8 novembre, 2008 - 12:59 di Fully
Archiviato in Bacio della Buonanotte, Meccanica delle Cose
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Capita un po’ a tutti, prima o poi, di rompere un piatto.
Se è un piatto di quelli ordinari non te ne preoccupi più di tanto: pazienza, sono cose che capitano, ne troverai un altro uguale e non ci penserai più.

Ma se quello è un piatto che avevi trovato per caso in una giornata di sole girando per mercatini… se è un piatto che avevi preso così, per una sorta di “amore a prima vista” e che avevi portato a casa ed avevi messo in un posto privilegiato del tuo salotto…. se quello è un piatto che solo in un secondo tempo avevi potuto riconoscere per quanto fosse delicato e prezioso, ben oltre la prima impressione… se è un piatto che ti incantavi a rimirarlo perché il solo fatto di guardarlo ti richiamava un sorriso e ti dava un’emozione…, se è un piatto che ti sembrava quasi impossibile aver trovato perché era così deliziosamente “speciale”…. beh, allora è diverso.
Allora non la prendi a cuor leggero, ti rimproveri cento, mille volte di essertelo fatto sfuggire di mano, magari per una piccola distrazione, quel piatto diventato per te così prezioso. Il rimpianto è forte, il dolore è tanto perché ti pare impossibile di essere stato tanto maldestro nel maneggiare una cosa così delicata e nella quale avevi scoperto un valore inizialmente insospettato. Anzi, anche se quel piatto a cui tenevi tanto è appena sbeccato, ti può venir voglia di ridurlo in briciole, in preda alla rabbia che ti fai.
Certo, puoi invece anche provare a reincollarne i pezzi. Ma per quanto tu possa essere bravo a farlo ed anche ammesso che tu riesca a rendere invisibile a tutti la difficile opera di restauro, ci sarà sempre almeno una persona al mondo – te stesso – che saprà nel suo intimo che quel piatto non è più lo stesso di prima. E che quand’anche riuscissi a guardarlo ancora, non ti darebbe le stesse emozioni, non susciterebbe lo stesso sorriso. Insomma, non sarebbe più la stessa cosa.
E’ allora che devi fare una scelta.
Puoi arrivare ad odiare quel piatto, perché ogni volta che lo guardi ti ricorderà la tua sbadataggine, la tua inadeguatezza, il tuo errore. E allora lo prenderai e lo butterai, e per un bel po’ non ne vorrai proprio più sapere, né di quel piatto né di nessun altro piatto.
Oppure puoi decidere di tenertelo ugualmente, quel piatto riappiccicato, e continuare ad amarlo in un altro modo, proprio per gli stessi motivi per cui potevi odiarlo: perché ogni volta che lo guardi ti ricorderà la tua sbadataggine, la tua inadeguatezza, il tuo errore, e ti avrà arricchito, insegnandoti a stare più attento per non far rompere le cose che ami.
Dipende solo da te, non certo dal piatto.
Un Piatto è di

Ma quanto e’ bello questo articolo…
Grazie.
Si ha modo d’interpretarlo con un significato tutto personale.
Purtroppo quando un piatto si rompe lo butto.
Si’ lo so, a volte varrebbe la pena di provare a restaurarlo ma non ne sono capace ed il risultato, le poche volte che ho provato a rimettere insieme i pezzi, e’ stato disastroso… una perdita di tempo e di energia.
Ho un pessimo carattere.
Grazie
mmm… se il piatto è una metafora può essere adatto solo a qualcosa di fisso, potenzialmente immutabile.
Se invece si riferisce a qualcosa che implica invece l’uomo allora forse non è la figura adatta, le cose umane mutano, la stessa cosa che uno vive come una “rottura” per l’altro è un “aggiustamento”.
Ma mi sono lasciato prendere la mano… sorry, cancellate tutto.
E perché cancellare tutto?
E’ la TUA reazione ad un pezzo scritto tempo fa, in preda ad una mia emozione, che cerca di sollecitare ad una riflessione, ad altre emozioni, ad altre reazioni, qualunque esse siano.
Grazie di averle espresse
Bello, Fully! Le interpretazioni possono essere molte. Io ne leggo subito una: l’uomo è imprevedibile o, meglio, l’imprevedibilità delle cose umane deve insegnare a guardare con più semplicità e serenità lo scorrere della vita. Perchè nella vita, senza volerlo e senza cercarlo, ti trovi di fronte una montagna di imprevisti. La reazione non sempre è serena e spesso diventa difficile imbroccare la strada giusta.
Insomma bisogna capire che anche l’incapacità, l’inadeguatezza, la sbadataggine fanno parte della vita. Io mi ci arrabbio, ma poi mi incazzo con me stesso per essermi arrabbiato.
Sic stantibus rebus!
Grazie anche a te, lupo
La tua è una chiave di lettura cui non avevo pensato ma sì, ci può stare anche questo.
Questa l’ho sentita in un film:
Un giorno passa per il villaggio un uomo con un cavallo e lo dona ad un bambino.
Tutti gli altri additando il bambino mormorano “che fortuna! beato lui!”
Ma il vecchio pensieroso replica “Hmmm vedremo”.
Passano gli anni, il bambino ormai adolescente cade dal suo bel cavallo, si rompe una gamba e resta zoppo.
Tutti quanti compassionevoli parlano dell’accaduto dicendo “che sfortuna! poveretto!”
Il vecchio saggio invece risponde “vedremo”.
Arriva il momento dell’arruolamento in una guerra, e gli uomini in eta’, impauriti per la loro sorte guardano il ragazzo zoppo fattosi uomo e si dicono “non e’ giusto, lui non deve andare a morire. Che fortuna!”
Il vecchio scuote il capo e continua a pensare “vedremo”.
Caro/a Zippole,
Questa, ed altre cose significative si possono leggere in “Cabaret mistico”
un libro interessante e divertente che raccoglie detti e bazzellette di tutte le culture e tutte le religioni, io sono una miscredente ma devo dire che mi è piaciuto.
Ciao Vanda
Se ti cade un piatto e si rompe in mille pezzettini….
invece di perdere tempo ad incollarli potresti anche comprarne direttamente un altro.
Ma se ne compri un altro non sarà sicuramente lo stesso di prima…
ma chi lo può sapere che si tratta di un altro se è perfettamente identico?
La tua coscienza sporca.
Apparire ma con una coscienza. E preferibilmente pulita.
Bel pezzo..bravo fully….
Il rimpianto è forse una delle sensazioni più orribili che si possano provare. Come un piatto che ti rendi conto di amare solo quando è già in frantumi è la consapevolezza di non aver detto “ti voglio bene” a una persona ormai morta…
Già da questi pochi commenti mi pare di capire che ciascuno di noi nella vita ha rotto almeno un piatto, o qualcos’altro che una volta rotto non si può recuperare più
Solo chi non ha nulla è esonerato da questo rischio, credo.
già
Il piatto dovrebbe essere l’anima. È questa la chiave di lettura?
forse, chissà….
Un piatto, in cui tu avevi visto il PIATTO, temo che non ti lasci alcuna scelta il giorno in cui ti dovesse capitare di romperlo.
Oltre a metabolizzarne il lutto.
Comunque tu scelga, lui, il tuo PIATTO, sarà perduto per sempre.
Mentre se tu potessi salvarne almeno una parte, il simulacro col riappiccicarlo, o il ricordo col buttarlo, allora forse vorrebbe dire che non era il PIATTO.
Hai scritto un bellissimo pezzo.
Ma che bella metafora
Complimenti,un pezzo davvero bello,quant’è realistico quello che hai scritto!
“Dipende solo da te, non certo dal piatto.”
Troppo spesso ce la prendiamo coi poveri piatti e ci dimentichiamo che siamo solo esseri umani.
Non è la prima volta che penso che Fully sia un vero poeta, ovvero un abile artigiano che riesce a trasmettere emozioni con gli strumenti delle metafore linguistiche.
Bellissimo, come del resto sempre quando scrivi.
Il piatto acquistato così per caso e per caso scoperto di valore, può dare emozioni gradevoli e prestigio verso gli altri.
Il piatto che si ritiene di valore e rotto per sbadatezza, se poi ricostruito con pazienza e dedizione, non sarebbe più lo stesso ma con i suoi difetti, resi minimi dalla nostra opera, potrebbe diventare parte di noi, quindi più nostro e tutt’altro che da buttare. Come disse il poeta De Andrè “Dai diamanti non nasce niente” e questo anche nella vita, almeno per me.
grazie e ciao.
grazie a tutti
anche a coloro che hanno palesemente esagerato
Non erano esagerati.
Di tutto, la frase che piu’ mi e’ restata impressa e’ questa:
E’ atteggiamento tipico di molte persone quello di odiare dopo la rottura. Ma diro’ di piu’: c’e’ anche chi, dopo aver rotto il piatto inizia a dire che quel piatto, in fondo, non era cosi’ speciale, che era difettato… quasi a voler minimizzare la perdita.
Io sono dell’idea che i difetti, se ci sono, facciano parte della concretezza della vita. Non si puo’ pretendere che tutto sia perfetto. Chi lo pretende in realta’ e’ una persona che non dimostra di amare un oggetto (come nel caso del piatto), che andrebbe amato per quel che e’, con tutti i suoi difetti.
Chi pretende la perfezione lo fa perche’ in realta’ la sua finalita’ non e’ quella di amare un piatto ma tutt’altro.
E questo e’ egoismo, non amore. E’ “non meritarsi” quel piatto.
Spesso chi cerca difetti lo fa per cancellare il dolore, sminuendo (o cercando di sminuire) ai propri occhi il valore della perdita.
Io tendo a perdonare questi atteggiamnenti che spesso nascondono debolezze, alla fine il tempo…
anni fa comprai una potìche cinese, un pezzetto di modernariato orientale (pekino 1950), un giorno ruppi il coperchio mentre spolveravo. Mi sarei presa a schiaffoni. Ero arrabbiatissima con me stessa, se l’avesse rotto qualcunaltro, non avrei reagito così. Me la prendo sempre più con me che con gli altri.
L’ho rincollato (e si vede) guardarlo ora non mi fa più tanto male. L’oggetto ha perso il suo valore commerciale, però ne ha acquistato uno educativo: sta lì a ricordarmi di non innamorarmi troppo delle cose, perchè sono amori effimeri, sempre in balia della contingenza, contingenza a forma di spolveratori maldestri!
Grazie fully