Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di una nostra lettrice.
Negli articoli finora letti, ho compreso il tentativo d’affrontare il significato dall’aborto anche da un’angolazione scientifica e dare una giusta informazione tra le due posizioni, quella laica e quella “religiosa”. Però, mi è sembrato che sia sfuggito un particolare: l’aborto è un atto volontario considerato necessario che riveste la sfera del libero arbitrio.
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Il libero arbitrio è riconosciuto e sancito come “principio” da ambedue le posizioni; è un concetto filosofico e teologico, secondo il quale ogni persona è libera di fare le sue scelte in apparente autonomia dalla volontà di altri. Baluardo dei “cattolici” per il quali l’uomo può “agire” per liberare la propria “anima” attraverso le opere e la preghiera. Elemento fondamentale per i laici: la volontà dell‘uomo è determinante nella sua vita.
Poi cosa fa decidere l’uomo di operare quella scelta anziché un’altra rinvio a letture migliori.Il libero arbitrio va oltre la coscienza personale, in quanto permette di “fare” o “non fare” cose, azioni, pensieri che la propria coscienza disapprova!
Ora, credo che molte donne abbiano abbandonato la difficile disquisizione filosofica o scientifica su cosa è l’aborto, non certo per ignoranza, ma per una sorta di “realismo” che ingloba almeno due ordini di motivi
Il primo è che queste discussioni non trovano un terreno “neutro” di condivisione se non nella certezza che per ognuna di loro l’Interruzione Volontaria di Gravidanza è espressione di una ponderata libera scelta, di consapevolezza della propria maternità: genericamente nessuna donna praticherebbe l’aborto, ma non tutte vorrebbero dell’aborto. Mi è giunta voce, meriterebbe verificare, che in Marocco esiste la pillola abortivante (In realtà, in Marocco l’aborto è vietato N.d.R.)!

Il secondo è che viene messo sotto accusa, non tanto la pratica dell’aborto, ma il libero arbitrio che, per il suo stesso significato riconosce libertà di scelta alle donne, al di la della propria coscienza e a prescindere che siano laiche o cattoliche: qual è di fatto la differenza tra libero arbitrio e coscienza? Le donne lo sanno e diventa un punto di coesione e condivisione su cui bisogna “lavorare”: unite nella “diversità”.
La legge 194 non è solo la legge della “mattanza fetale”, come qualcuno vuole far credere, ma è soprattutto la legge sulla prevenzione a gravidanze indesiderate, attraverso una corretta informazione per una sessualità consapevole. Ha additato, denunciandoli, medici – ginecologi che nelle strutture pubbliche praticavano l’obiezione di coscienza e poi si recavano nelle strutture private a praticare l’aborto a pagamento. Con la prevenzione sono diminuiti i casi di bambini malati di AIDS, ha eliminato l’aborto clandestino, i matrimoni “forzati” e come per incanto il numero delle IVG è diminuito (anche il Papa lo riconosce! - Non è stato possibile trovare un riferimento per questa affermazione N.d.R.).
Ha lasciato alle donne, e solo a queste, la scelta se partorire figli malati o sani ( ricordo che prima di un certo periodo di gestazione alcune malformazioni e/o malattie non si riscontrano o non si vogliono riscontrare?), in quanto di fatto la “cura” dei figli è ancora una faccenda tutta femminile. E allora cosa si nasconde dietro al dibattito pubblico sull’argomento “quando le cellule umane sono da considerarsi embrione o feto”? La moratoria di Ferrara è pura “demagogia” , è “gretta” nella sua formulazione: mi pento d’essere stato consenziente a che la mia compagna praticasse IVG per ben tre volte, sono complice di un omicidio! Il fatto è che uno vuole andare al Senato mica per grattarsi, nel Senato si fanno le leggi! Dunque, dal mio umile punto di vista, il vero dibattito sull’argomento è “quanto è giusto che alle donne, e solo a queste, sia riconosciuto il libero arbitrio?” Perché “il libero arbitrio” va oltre le differenze religiose, etniche, politiche: è l’essenza stessa del ” vivere” ed è un concetto che abbatte qualsiasi barriera ed è uno dei terreni possibili di confronto e d’incontro tra religiosi e laici.

tratto da Stefano Disegni
Niente vale la perdita del libero arbitrio, nessuna legge “sociale” perché nella prassi quotidiana i deformi, i malati restano tali nella loro solitudine; nessuna scuola, anche se dotata di mezzi e capacità, potrà “accogliere” il diverso e renderlo “uguale” cogliendone la ricchezza interiore che possiede; nessuna legge sui “tempi della famiglia” sarà praticabile giacché i “tempi del lavoro” seguono percorsi opposti. Nessun “assegno” alle famiglie potrà sostituire il “fabbisogno” che in termini economici comporta la crescita di un figlio “diverso”. Nessuna casa farmaceutica aiuterà la ricerca del farmaco miracoloso se questo non risponde in termini di guadagni. Questa società non è pronta e le donne lo sanno! Mi viene da pensare alla dislessia, non considerata dal Ministero dell’Istruzione come handicap! Rileggo tutte quelle patologie più o meno gravi che se diagnosticate in tempo possono evitare “dolore” attraverso una scelta “dolorosa” ma consapevole (libero arbitrio).
Si vuole far passare il messaggio che la legge 194 sia usata come “contraccettivo” sociale! Ma se smettessero di fare insegnare ai docenti di religione “Educazione alla salute” forse questi ragazzi d’oggi un po’ tanto fuori dagli schemi educativi non “sbaglierebbero e praticherebbero “in sicurezza” la sessualità consapevolmente! Sodoma e Gomorra, qualcuno tuono!
Ora vi segnalo un sito www.Firmiamo.it cliccate sul “LIBERADONNA” e firmate contro l’abuso strumentale fatto sulla 194, inoltre vi invito a leggere i commenti, quasi tutti sottolineano la “libertà di scelta” cioè il “libero arbitrio”.
Hasta la vista!
Marizzi
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Tag: aborto, al-femminile, bioetica, donne, giuliano-ferrara, laicismo, libertà, libertà-civili, servizi-pubblici, società-civile, solitudine
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9 Marzo, 2008 a 13:08
Comandante Nebbia
Devo ammettere che accostare l’aborto al problema della disabilità mi mette inquietudine.
Mi rendo conto che è difficilissimo se non impossibile, per quasi tutti noi, gestire la crescita di un bambino con handicap gravissimi ed invalidanti.
Però, ho raggiunto la personale convinzione di non essere all’altezza di giudicare la qualità della vita di nessuno.
La vita è un’occasione unica. In origine si è sospesi nel nulla, poi per un caso ci si ritrova a fare un brevissimo percorso di luce che conduce, inevitabilmente, di nuovo al nulla eterno.
Non so e non credo che sia possibile sapere se a un X qualsiasi, sospeso nel nulla, piacerebbe o meno fare comunque un giro nella luce, anche se in condizioni estreme e disagiate.
E’ per questo che, fermo restante il diritto all’autodeterminazione, mi piacerebbe che un’aliquota dell’energia utilizzata per difendere questa opzione, fosse devoluta alla richiesta ferma e civile di strutture e servizi che rendano più semplice e piacevole il breve percorso di luce per coloro che sono chiamati a percorrerlo con un grave peso sulle spalle.
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10 Marzo, 2008 a 9:47
Francesco Orsenigo
@Comandante Nebbia: Per quanto sono abbastanza sicuro che la capacitá di una persona di godere della vita non dipenda dalla condizione fisica o da una disabilitá, queste condizioni sono comunque un fardello molto pratico per chi gli sta attorno e deve mantenerlo.
Per una famiglia con reddito minimo, a prescindere dagli aiuti dello stato star dietro ad una persona non autosufficiente puó essere un problema serio.
La questione é ovviamente molto delicata, ma credo che una cosa simile, al di lá delle questioni di principio, vada affrontata.
Inoltre, la scelta non é tra un invalido e nulla.
La scelta é tra un invalido e una successiva gravidanza che potrebbe portare ad un individuo sano.
E “sano” e “malato”, entrambi hanno lo stesso identico diritto di viversi la vita, che siano concepiti o meno.
A meno di non cominciare a battezzare anche gli ovuli che non si impiantano…
Cmq, il libero arbitrio non permette l’omicidio.
I fautori della 194 parlano tanto di libertá e di libero arbitrio, ma schivano sempre quello che é il punto centrale per gli antiabortisti, non mi stupisce che non ci si riesca a mettere d’accordo.
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10 Marzo, 2008 a 10:21
Comandante Nebbia
Io dico solo che, oltre che a difendere la propria libertà, si dovrebbe pretendere la creazione di istituti civili che rendano meno grave l’handicap e più serena la vita per chi ne soffre e per coloro che assistono queste persone.
Immagino solo la disperazione di genitori consapevoli che la morte li allontanerà dal figlio incapace di governare se stesso e uno stato, assente, che lascia le persone deboli abbandonate alla mercé del destino.
Tutto questo mentre si sprecano miliardi per progetti faraonici ed amministrazioni inefficienti. Questa cosa mi brucia.
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10 Marzo, 2008 a 11:45
Alfonso
Bell’articolo, e stavolta prometto che vi risparmierò tutta la storia del diritto naturale della mamma sulla vita
chiedo venia.
Solo due cose brevi.
Malgrado tutta la praticità intorno al problema delle malformazioni e dei cosiddetti “handicap”, secondo me non c’è scelta tra un invalido e un sano se porti a termine entrambe le gravidanze. Te li tieni tutti e due, anche ammettendo che ovviamente un bimbo malato porta al genitore la maggior parte del tempo e delle attenzioni. Ma la vita, a volerla accettare, è anche questo. “Purtroppo”, dirà qualcuno per il quale la vita è così ridotta: ampie poppate, “papà, mamma”, “mi compri quello”, “ho preso 10 a educazione fisica”, “mi hanno fatto un buon contratto di lavoro”, “mamma, papà, questa è Silvia, vogliamo sposarci”, “complimenti siete diventati nonni”…
Ma forse nemmeno l’assunto che “il bimbo sano non esiste, si vive INSIEME alle malattie” funziona. E allora parliamo di “libero arbitrio”.
Posto che non ci si metterà mai d’accordo su una definizione in se’ ma solo sulla quantità di voti in favore della stessa, la mia personale visione del “libero arbitrio” (tra virgolette, in quanto secondo me non esiste davvero il libero arbitrio) comprende sicuramente il suicidio di entrambi i tipi “eclatante” (buttarsi da un palazzo, tagliarsi le vene, ecc…) e “funzionale” (eutanasia).
L’unico limite del libero arbitrio è in ambio lavorativo. Un medico non può lavorare nell’ambiente dove è possibile ricorrere all’aborto e dire “sono contro l’aborto” così come non potrebbe fare il/la chirurgo/a e dire “non lo opero perché è un fascista”.
E resta un fatto… che non è mai successo nella storia dell’aborto. Se la futura mamma si alzasse una mattina e senza nessunissimo accenno a malformazioni, diagnosi ecc. manifestasse l’intenzione di abortire, uno stato civile dovrebbe comunque consentirglielo.
Ok, l’ho detto anche se avevo promesso di non farlo
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10 Marzo, 2008 a 13:20
Comandante Nebbia
questa affermazione, fatta con onestissima chiarezza, mi fa porre una domanda:
Anche se lo stato, come fa adesso, le consentisse di lasciare il bambino anonimamente in ospedale?
Non credi che inizi a venir fuori un problema di rispetto per la nostra stessa vita, non solo per quella di coloro che verranno?
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10 Marzo, 2008 a 16:49
Alfonso
Comandante Nebbia mi trovi d’accordo sul fatto che sarebbe preferibile tenere il bimbo oppure partorire e lasciare il bambino anonimamente. Per il problema del rispetto per la vita non saprei, sono dell’idea che il rispetto per la vita intrauterina è una cosa che fa parte della personalità della quasi-forse-neomamma. Posto che non so di nessuna mamma che davvero si sia alzata una mattina con l’idea di abortire (anche se sembra che succeda sempre, a sentire alcune persone parlare della 194 come una legge che legalizza l’omicidio e/o il controllo delle nascite citando anche la Cina…). Chi ha vissuto una gravidanza (io sono maschio e l’ho solo vissuta dall’esterno) sa benissimo che questo non è possibile nemmeno se la mamma ha malattie mentali. Chi ha vissuto un aborto (io sono sempre maschio ma ho vissuto anche questo, benché dall’esterno e benché si trattasse di una sitazione esterna alla mia famiglia) sa che tipo di scelta è. La non-mamma ha (e avrà SEMPRE) in mano la foto tratta dall’ecografia ostetrica che mostra inequivocabilmente un essere umano. Gli uomini tendono ad antropomorfizzare tutto, figurarsi una cosa simile. E’ una cosa che muove tutti. E conta poco quello che ne pensa lo stato in confronto a quello che passa la ragazza… Almeno si sappia che l’aborto è SEMPRE una tragedia, non è affatto una liberazione.
E visto che è già una tragedia, almeno non fatemi “mettere in mezzo” un avvocato e un notaio che certifichino i motivi inoppugnabili ed i termini azzeccati.
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12 Marzo, 2008 a 23:11
Marizzi
Ho scritto quel pensiero sulla 194, perchè lavoro in un ambiente che si confronta con il “diverso” anche apparentemente “simili” al sano. Vivo i drammi delle famiglie, certo indirettamente… Ma chi dice che l’empatia sia fuori moda? Ho un figlio di 18 anni e una figlia di 12 anni e non ho dimenticato la mia “puberta”, la mia sessualità “consapevole”, non ho mai praticato IVG. Le mie sono state gravidenza “desiderate”, “volute”, e “vissute” con una “emozione d’amore” che non avrà e non ha pari. Ho persino vissuto la “sindrome” della “culla vuota”! Ho scelto di fare la mamma e non mi sono mai pentita, malgrado le difficoltà anche economiche, malgrado … tutto per tutte sono controcorrente; e mentre le mie amiche si laureavano in medicina, in lettere, io abbandonavo legge e crescevo i miei figli ovviamente contro corrente: non sono battezzati, amano la vita… malgrado tutto, la rispettano! Il rispetto che ho per la vita, per tutte le vite a prescindere dalla sola razza umana, non mi trova allineata con la compagine dei “religiosi”. Per me non esistono valori “accettabili” di rischio alla vita. A me preme (scusatemi se sono una mamma) tentare di dare a questi ragazzi la consapevolezza… la vaga possibilità di recepire che il compagno “diverso” in realtà non è diverso da loro: è solo, per una ragione logica, scientifica, sociale e non legata al fato o al destino, fatto in altro modo? E, perchè, noi sani, siamo tutti uguali?
Quale struttura dovremmo chiedere di “costruire”? Per rinchiuderli affinchè i nostri occhi non vedano e le nostre orecchie non sentano?
Non abbiamo abortito, li abbiamo fatti nascere, ma li abbiamo rinchiusi: la nostra coscienza sociale è a posto! Non abbiamo commesso il crimine: possiamo andare in paradiso.
Ma non funziona così! Non può funzionare…. più. Dobbiamo prendercela la responsabilità sociale, tutti, a prescindere che siamo di destra o di sinistra, laici o cattolici… Oltretutto dobbiamo anche capire “come” prendercela questa responsabilità: non lo sappiamo, non l’abbiamo ancora capito. Il nostro egoismo, la nostra indifferenza non la sentiamo, non la vediamo: ma di cosa ci preoccupiamo! Ogni tanto, come maghi, qualcuno tira fuori la soluzione magica! Ma sempre più spesso mi trovo da sola a parlare con questi ragazzi fuori dagli “schemi”della normalità condivisa, figli nostri a prescindere dal ceto sociale, che mettono su blog bellissimi, incazzati neri, disperati e fragili. Che giocano con una pallina fuori dalla scuola ( e dove potrebbero andare?) perchè sono stati sospesi: asociali, disturbati, bulli, violenti, dislessici, paraplegici, che ascoltano quella musica impossibile, tragicamente “soli” in ogni pensiero che formulano. Fanno “giochi” da “grandi”: non c’è limite alla loro fantasia. Piangono e mi chiedono “perchè”: ed io non so rispondere ma sento che mi vogliono bene, senza che abbia fatto strane alchimie.
Ogni giorno i miei figli mi insegnano ed io imparo “come sono ora loro”, mi correggono ed io apprendo come “avvicinarli” per non perederli: ma io ho scelto, quante e quanti possono dire altrettanto?
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12 Marzo, 2008 a 23:31
Marizzi
A proposito, la vignetta è veramente splendida! Ci siamo divertiti! Tanto che il mio compagno, per restare in linea, ha preparato la cena…. dicendomi che stasera è lui “l’angelo del focolare!Ma che domani si rientra nella “normalità” perchè lui cucina da “schifo” e non è logico mangiare male quando in casa “serpeggia” una cuoca capace di fare due uova al tegamino “paradisiache”.
Alla prossima!
Carpe diem!
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