Un Natale Vero: Storia di Giggino

Quando racconto a qualcuno che faccio il pastore del presepe, negli occhi vedo subito un lampo d’invidia. Tutti immaginano che si lavora solo per un mesetto all’anno e che, in fin dei conti, non tocca fare un cazzo.
Nessuno pensa che stare inginocchiato per un mese con un espressione beota stampata in faccia e le mani aperte come se si fosse appena segnato un gol può essere veramente faticoso. Poi, spesso, succede che ti capiti uno di quei pisellini lampeggianti acceso vicino al culo. Per fortuna che io sono un pastore di creta e al massimo ci ricavo una scottatura. Ci sono un paio di miei colleghi di plastica, roba cinese, che ci hanno lasciato le chiappe.

E’ vero, si lavora solo un mese, ma il resto dell’anno lo si passa in umide soffitte puzzolenti, avvolti in fogli di carta di giornale e per un anno tocca leggere e rileggere sempre le stesse notizie. A me, una volta, è capitato di essere avvolto in un foglio di Novella 2000. Per fortuna che sono di creta, altrimenti sarei arrivato a Natale con due dirigibili al posto delle palle.

Vero Natale - Il pastorello Giggino

Comunque, non mi lamento. Tutto sommato mi piace fare il pastore. Stare a guardare Gesù Bambino è una soddisfazione. Il vero problema è che io e Gennariello, il pastore che fa le pizze, ci vogliamo bene, ma non possiamo dirlo a nessuno.
Ma come, voi direte, due pastori, due che dovrebbero essere i principi della virilità, invece sono due gay? Embé, e che c’è di male? L’amore tra le persone è sempre una cosa speciale. Si viene soli al mondo e da soli si fa la maggior parte del cammino. Quando si trova qualcuno di speciale con cui fare un pezzo di strada è sempre una grazia di Dio ed andrebbe benedetta.

Io e Gennariello non vogliamo niente di speciale. Ci piacerebbe solo stare più vicini, senza nasconderci. L’anno scorso Gennariello è caduto ed ha passato tre giorni nella scatola per farsi riattaccare un braccio che si era spezzato. Io non ho potuto stargli vicino perché non sono nessuno e non ho diritto di assisterlo.
Non vogliamo la casa popolare, non vogliamo i sussidi, vorremmo solo essere liberi di dire a tutto il presepe che ci vogliamo bene e che siamo una persona speciale l’uno per l’altro.

Invece qui è tutto immobile. Ognuno ha il suo personaggio e, anche se sotto sotto si fa i cazzi suoi, l’apparenza deve essere salvaguardata. Delle volte vorrei che mi cadesse la stella di vetro in testa e che tutto finisse nel bidone della monnezza. Poi guardo Gennariello fare le pizze e il Bambinello che sorride nella culla e sulla faccia mi si ridisegna di nuovo quell’espressione beota che impressionò tanto il mio padrone quando mi prese dalla bancarella di San Gregorio Armeno.

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(Immagini ed header a cura di DM.)

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