Un Natale di quasi un secolo fa 9


Il Natale, il tepore del camino o della stufa accesa, i profumi del cenone che riempiono la cucina fino a diventare quasi invadenti. La famiglia, i bambini che giocano, la carta da strappare, il tappo dello spumante da inseguire perché porta fortuna. L’albero di natale verde, gli addobbi rossi, la neve bianca e il pandoro tagliato a fette che il panettone ha i canditi e ai nipotini non piace.

Nel ricordo, come nella pubblicità, il Natale è un momento felice. Un giorno speciale in cui, spesso inconsciamente e per una volta senza doppi fini, finiamo per diventare più buoni, ci auguriamo a vicenda ogni bene (ricordandoci di rinnegare tutto già a Santo Stefano che certi impegni se presi sul serio diventano troppo pesanti).
Eppure ci sono luoghi nel mondo in cui ad illuminare la notte non sono i fuochi d’artificio, bensì i bagliori delle esplosioni, dove a rompere il silenzio è il rombo dei colpi di mortaio, non cori di voci bianche.
Si continua a morire anche a Natale, la guerra non si ferma per celebrare la nascita del Salvatore del Mondo, forse a ricordare che, in fondo, non ha salvato nessuno. E’ su questa terra che ciascuno di noi vive il suo purgatorio, con un po’ di inferno e un po’ di paradiso.
Non siamo davvero tutti più buoni, le canne dei fucili non si abbassano a Natale, almeno non più.
Non più dal tempo in cui, quasi un secolo fa, quando gli uomini erano ancora uomini, due schieramenti nemici cessarono le ostilità. Inglesi e Tedeschi sul fronte occidentale, nascosti nelle trincee scavate dalla Prima Guerra Mondiale, uscirono allo scoperto per incontrarsi nella terra di nessuno, onorare i propri morti, celebrare il Natale, condividere momenti di pace là dove la pace non esisteva e tutto questo insieme, nonostante le divise di colore diverso.
“[…]Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria.Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo.” soldati che fraternizzano fuori dalle trincee “Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: ?Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia». «Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. Che cos’è?, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: ‘alberi di Natale!’. Era vero. I tedeschi avevano disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con candele e lumini […]E insomma, sorella mia, c’è mai stata una vigilia di Natale come questa nella storia? Per i combattimenti qui, naturalmente, significa poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito.” “Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo.” “Ovviamente, conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum? Canzoni invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte le guerre?
Il tuo caro fratello Tom.”

(Per il testo integrale della lettera si rimanda qui)

Poi arrivarono gli ordini. Familiarizzare con il nemico va contro ogni regola in guerra, una tregua spontanea tra i soldati è quanto di più negativo per la propaga bellica. Così i Comandi Supremi diramarono i loro ordini altrettanto supremi: bombardamenti di artiglieria ad ogni vigilia di Natale affinché nessuna tregua potesse ripetersi.
Aldilà delle parole commoventi, dell’atmosfera evocativa e del significato simbolico che negli anni è stato attribuito alla vicenda, in tutto questo non c’è nulla di pacifista. E’ il dipinto d’un dramma, il Natale come lo avrebbe raccontanto Goya in una delle sue stampe, quando le luci che celebrano la festa sono le stesse che illuminano il buio d’un fosso, le ferite d’un morto ammazzato, il foglio macchiato su cui mettere in fila due righe per la famiglia. E’ il racconto di come nell’orrore si possa rimanere uomini e, al contempo, meravigliarsi nell’accorgersi di esserci riusciti.
Oggi rimanere uomini è anche ricordare che in molti posti del mondo non c’è profumo d’arrosto, ma odore acre di esplosivo e cherosene. Non basta desiderare la pace una volta l’anno per portarla davvero e per ogni bambino di gesso sistemato nella paglia del presepe, mille e più bambini in carne ed ossa continuano a morire dilaniati dalle bombe.
Il Natale è il momento di ripulirsi la coscienza, la società indossa l’abito della festa, ci si scambiano regali, si cantano inni, si scherza e si gioca insieme a chi si è odiato tutto l’anno. Dall’altra parte del mondo c’è chi muore davvero, vittima di interessi che ci hanno convinto essere anche i nostri, si tratti di chi questi interessi li difende con le armi o di chi li subisce, e far trovare loro almeno un pensiero sotto l’albero è forse l’ultimo barlume di umanità in una società di automi vuoti di senso.

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