Un’Analisi Agghiacciante: La casta s’è desta 162


Riepiloghiamo. Cosa è cambiato e cos’è rimasto come prima. Cosa dobbiamo aspettarci.

Dopo le primarie del PD di dicembre l’aria ai piani alti delle istituzioni era leggera. L’impatto mediatico di questa mobilitazione aveva risollevato i sondaggi a vette mai viste prima e la strada era spianata per un governo “politico” a maggioranza PD. Nel frattempo Berlusconi cominciava a darsi da fare per recuperare un po’ di margine di trattativa (voti) per tutelarsi da un futuro giudiziario e la Confindustria lanciava Monti con l’ambizione di costruire un polo di centro-centrodestra alternativo a Berlusconi, il centro-sinistra dava meno problemi. Prima delle elezioni tutti pensavano che l’esito inevitabile sarebbe stato un governo Bersani con Monti (o chi per lui, forse Passera) sotto l’egida di poteri forti economici. Con Berlusconi coinvolto solo sulle scelte di riforma costituzionale e fortemente ricattabile, quindi non condizionante. Sembra che nel PD si fossero già divisi i posti da ministro, sottosegretario etc. C’era posto per tutti i clan, per tutte le ambizioni e per tutte le cordate.


Ma non è andata così. L’indignazione popolare per gli scandali e la crisi ha scompaginato i calcoli. L’espressione del volto di Bersani il giorno dopo i risultati elettorali era la visualizzazione plastica dello sconcerto, della rabbia, del disorientamento di una classe dirigente che si accorge che il popolo bue non ci sta più. E’ allora che le istituzioni sono state congelate, il parlamento non ha cominciato i suoi lavori, le consultazioni per la formazione del governo sono iniziate in una fantasmagoria di suggestioni mediatiche senza senso che avevano due scopi: disorientare l’opinione pubblica e lavorarsi i 5Stelle per farli a pezzi.

Il valzer sulle presidenze delle Camere ha dato un po’ di speranza alla casta ed ai poteri che li sorreggono: se è così facile mettere il sale sulla coda ad un po’ di parlamentari grillini mostrandogli Grasso, forse si riesce a romperli ed a disinnescare la minaccia che rappresentano (per loro) nelle istituzioni. Simbolicamente il punto di svolta è stato l’incontro (in diretta streaming) fra Bersani-Letta e Crimi-Lombardi. Quest’incontro è stato preceduto da una finta campagna del PD che si sbilanciava ad escludere ogni accordo con Berlusconi, anzi ne avrebbe votata l’ineleggibilità; ma sicuramente contatti e ipotesi di accordo fra le parti istituzionali ( presidenza della Repubblica e i diversi attori) erano già in corso per mettere a punto il piano B ( quello vero). Per il PD il problema era come prendere in giro quella parte non ancora frullata dei propri elettori, compresi una decina dei propri neoeletti che non avevano ancora ben capito in che partito si trovavano. ( Civati e qualche altro amico di passaggio).

Storicamente il punto di svolta (senza precedenti costituzionali) è stata la nomina dei 10 saggi da parte di Napolitano. Erano già chiari due fatti:

1) I grillini forse avrebbero perso qualcuno, ma non si sarebbero divisi
2) I numeri per un governo Bersani più Monti senza un appoggio condizionante di Berlusconi non c’erano. Il modello coltivato nei due mesi precedenti non poteva funzionare. L’unica possibilità era un governo PD-PDL fiancheggiato da Monti e Lega che avrebbero firmato qualunque assegno in bianco pur di non essere fra quelli che erano fuori.

Il problema era come ribaltare di punto in bianco la narrazione che le agenzie pubblicitarie dei diversi partiti avevano propinato all’opinione pubblica durante tutta quell’”aspra” campagna elettorale. A destra si agitava lo spettro del comunismo, a sinistra si innalzava la bandiera della democrazia, dei diritti e del lavoro. Nella rappresentazione mediatica si chiamavano i cittadini a tifare per la squadra del cuore contro l’avversario infido e cattivo in una polarizzazione che rafforzava ambedue i poli nel completo vuoto pneumatico di differenze programmatiche. L’idea geniale dei 10 saggi ha risolto. Fino al giorno prima radio, televisioni e giornali starnazzavano che se non si fosse subito fatto un governo l’ Italia sarebbe morta (dimenticando che il Belgio recentemente è rimasto un anno e mezzo senza esecutivo e ha pure avuto un po’ di ripresa economica), il giorno dopo tutti i media erano in religioso raccoglimento in disinvolta attesa delle riflessioni dei 10 saggi.

Si rimane stupiti che la quasi totalità della categoria dei giornalisti (che dovrebbe essere composta da persone istruite, da professionisti responsabili) sia arrivata ineffabile a comportamenti stravaganti, ragionamenti incoerenti e posizioni talmente contraddittorie un giorno con l’altro che se notassimo ciò in un nostro famigliare lo accompagneremmo subito ad una visita neurologica. O forse sapendo cosa guadagnano non si rimarrebbe stupiti. All’indecenza non c’è mai limite. A molti è sfuggito il significato della mossa dei 10 saggi. Vediamola meglio, intanto chi sono. Non erano altro che i plenipotenziari del centrodestra e del centrosinistra che dovevano concordare i paletti di mutua garanzia per un accordo operativo sul futuro governo PD-PDL. In aggiunta due o tre funzionari per arrivare a 10 che è meglio. Un tocco di pittoresco poi è dato dall’epiteto di “saggi”. Pensare che Quagliariello o Violante siano “saggi” al di sopra delle parti completa un’immagine ironica e surreale come certi vecchi film dei Fratelli Marx.
La macchina era partita e si doveva fare presto. Non dimentichiamo che le banche, le cordate di clientele, parte dell’apparato produttivo parassitario, chi vive di appalti, etc. non può attendere come in Belgio un anno e mezzo, la caldaia deve essere alimentata con continuità se no è lo sfacelo. Nel blocco complessivo dell’attività parlamentare, hanno dovuto comunque costituire una commissione speciale per sbloccare 40 miliardi da dare subito ad imprese e banche.
Il documento dei 10 saggi è la carta d’identità del futuro governo, qualcosa di simile a un giuramento mafioso: conferma che il finanziamento ai partiti non si tocca, niente sulla corruzione, interventi sulle intercettazioni, ripescaggio di Berlusconi sull’orlo di Hammamet, etc. Pochi l’avevano preso sul serio tanto appariva inadeguato al momento economico, sociale ed istituzionale della nazione. Ed invece non è che la proiezione operativa del patto PD-PDL. E’ il programma del nuovo governo.

Ritorniamo agli elettori. Chi glielo spiega che era tutto uno scherzo?

A destra non è difficile. È un’azienda e l’amministratore delegato aveva già spostato quasi una decina di parlamentari nel gruppo misto del Senato per organizzare una pattuglia che potesse alla bisogna (ed in cambio di contropartite di diversa natura) apertamente votare alcuni provvedimenti del governo Bersani (se Bersani fosse stato) mentre il grosso del PDL avrebbe ostentatamente votato contro (salvando le apparenze). La scusa: non lasciare il Gruppo Misto alla pericolosissima sovversiva De Petris, semisconosciuta ex verde miracolata da Vendola. Simpatico il fatto che questi parlamentari PDL, pochi giorni dopo essere entrati in carica, si siano dimessi dal gruppo parlamentare con cui erano stati eletti e si siano iscritti al gruppo misto; poi in 10 hanno fatto un nuovo gruppo. Ma non era una crisi di coscienza.

Adesso che la geografia era cambiata Berlusconi doveva trovare una copertura a destra. Quindi, sulla scacchiera della Camera sposta la pattuglia di La Russa, che con i Fratelli d’Italia si pone all’opposizione ( si fa per dire ) di Napolitano e del nuovo governo. In deroga ai regolamenti ( e con il voto di PDL e PD, contrari solo i M5S ) si è costituito come gruppo a sé, con dotazioni economiche, strumentazione e personale pubblici. Un sottopolo dove lo sprovveduto elettore, di destra e un po’ fesso, deluso che Berlusconi voti coi comunisti, può essere parcheggiato durante questo periodo fino ai prossimi giri di valzer.
Più seria è la situazione a sinistra. Lì il partito e un pezzo di elettorato è strutturato per cordate (amministratori pubblici, cooperative, funzionariato vario) e la sua ragion d’essere è la spartizione. In più qualche giovane e qualche bella ragazza per ringiovanire l’ambiente. Sul progetto Bersani ce n’era per tutti, adesso però bisogna spartire con tutti gli altri e non ce n’è abbastanza. Un bel pezzo di elettorato invece vota ancora per appartenenza, nostalgia, seduzione della tv, molti anche per sincera illusione riformatrice. Questi credevano di votare contro Berlusconi il puttaniere e adesso gli buttano via Rodotà che era stato presidente dei DS e votano con Berlusconi. Hai voglia di dirgli che è colpa di Grillo. Qualche gruppetto di sprovveduti boy-scout occupa pure qualche sede del partito. Ma il tempo stringe, non ci sono alternative e ormai è deciso così ( per alcuni, fra quelli che contano, dall’inizio ) . Al povero Bersani lasciano 48 ore per vedere se è capace di fare un gioco di prestigio sull’elezione del Presidente della Repubblica. La Mission Impossible consiste nell’eleggere un piddino che possa essere presentato come nuovo agli elettori di appartenenza ideologica e fidato agli elettori di apparato. Dovrebbe così salvare le apparenze e offrire garanzie di una più grassa spartizione dal momento che l’arbitro è uno dei nostri.

Ma Bersani non è Tom Cruise, è un disastro. I personaggi non hanno neanche l’apparenza del nuovo, nessuno si sente più garantito e le cordate si rompono e ricompongono a caso su sospetti, voci, promesse, ipotesi. Mentre in piazza gruppi di iscritti ostentatamente stracciano la tessera ( ma che vogliono ? sussurra la Finocchiaro uscendo dal Capranica ), nel palazzo regna il caos più totale. I parlamentari PD che si offrono alle telecamere rappresentano uno spettacolo a dir poco inconsueto in un paese civile. In molti addirittura per rimarcare la loro lealtà, chi ad un partito, chi ad una corrente, chi ad una banda, proclamano (di fronte a milioni di cittadini elettori ) di avere segnato la propria scheda prima di deporla nell’urna, altri di averla fotografata. Chi guarda la tv rimane esterrefatto. Tutti sanno che segnare la scheda, nelle normali elezioni equivale all’annullamento, e tutti ricordano che il mese scorso, entrando nel seggio elettorale per votare questo parlamento, un cartello proibiva di portare nel seggio apparecchi fotografici e telefonini.

Il tempo era scaduto. Bersani ( tradito pure dalla giovane parlamentare segretaria) si dimetteva e, all’inizio dell’ultima votazione, quando i due B ripescano Napolitano, le carte sono messe in tavola, il disegno è manifesto, i giochi sono fatti, succeda quel che succeda. Qui finisce la prima parte della partita: Il PD ha compiuto il miracolo di San Gennaro, ha resuscitato Berlusconi. Grillo dal Friuli finalmente capisce che il gioco è chiuso e lancia, fuori tempo massimo, l ‘ appello “tutti a Roma”. Ma probabilmente sta cambiando anche il clima con le forze dell’ordine, allora frena e fa bene a frenare. E’ l’avvio di un colpetto di stato, nella forma in cui si fa in un paese moderno dell’Europa mediterranea; che si completerà con il governo e il coretto dei media a spiegare che non è successo nulla.
Molti italiani neppure se ne accorgono, oppure si ritraggono nauseati: in Friuli alle regionali il 52 % degli elettori non votano ne un presidente ne, tanto meno, un partito. La graziosa Serrachiani vince fra i rimasti , anche se secondo le regole enunciate da Letta e Franceschini dovrebbe essere espulsa. Contemporaneamente i sondaggi danno il M5Stelle salito al 30%. Segnali di un paese che non capisce più nulla di quanto sta succedendo.

La seconda parte della partita sarà molto diversa dalla prima, il primo che fa un errore perde tutto.
Le ultime elezioni politiche hanno rappresentato un tentativo di uscire dall’eccezionalità di un governo “tecnico” per riportare la gestione delle dinamiche politiche in mano ad una casta ringiovanita e un po’ ripulita, giusto per sventolare qualche bandierina contro il grillismo. Facce nuove e nuovi partiti-immagine, Berlusconi ridimensionato, un cosiddetto centro più consistente e maggiori responsabilità alla sinistra (condizione propedeutica ad altri provvedimenti antipopolari). Si voleva dare inizio ad un altro e diverso spettacolo, ma non ha funzionato. Cosa resta sul tavolo adesso?
Formalmente tre raggruppamenti parlamentari e mezzo, più qualche gregario a part-time come la Meloni e Vendola. In realtà due schieramenti. Senza volerlo sono riusciti a creare in Italia un vero bipolarismo.
In estrema sintesi è in corso un processo globale di ridefinizione dei rapporti sociali, produttivi e finanziari in tutta Europa, al peggio in Italia. Non è una menata per intellettuali o per professorini più o meno autonominatisi “di sinistra”; è una voragine che tocca almeno due terzi del paese: noi, i nostri figli, i nostri nipoti.

In Italia, in assenza di qualsiasi progetto di modernizzazione economica, produttiva ed istituzionale, si sta creando una polarizzazione fra chi pensa di potersi garantire (e magari arricchire) occupando le istituzioni (che in fondo gestiscono più del 50% del PIL ) e chi resta fuori e si dovrà arrangiare. Scendendo di qualche gradino, chi tanti chi pochi, nella scala della democrazia, del benessere, della felicità, della libertà. La proiezione istituzionale di questa polarizzazione è evidente nei fatti di questi giorni che hanno fatto piazza pulita di tutta la retorica mediatica che ci ha sommerso in questi anni. Chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Il punto è che dentro non c’è posto per tutti. Ogni tanto il Truman-show che avvolge la gran parte degli italiani ha una falla di regia e per un attimo, prima che i registi riprendano il controllo, balena la vera Italia.

Dentro vediamo industriali assistiti e sindacalisti accomodanti, burocrazia garantita e giornalisti, cooperative di ogni colore che si spartiscono appalti, banchieri, pubblici amministratori, pensionati di lusso, grossi e piccoli faccendieri, casta politica di ogni livello e gestori di utilities, insomma tutti coloro il cui reddito e posizione sociale è assicurata direttamente o indirettamente dallo stato o dal parastato. I vertici dei partiti fanno da garanti.
Fuori sono i lavoratori precari o esodati e studenti senza futuro, partite iva non garantite e artigiani (che quotidianamente troviamo suicidati sui giornali), disoccupati (con ogni grado di istruzione) ed agricoltori, qualche intellettuale ( pochi) che si è sfilato la fetta di salame dagli occhi. Insomma la carne da cannone della crisi. Stranamente (ma non tanto) una situazione del tutto simile a quella che precedette la grande rivoluzione francese del 1789. Al momento, per merito di Napolitano, il banco è nelle mani di quelli che sono “dentro”. La congrega di quelli dentro è estremamente composita ed a fianco di incapaci stanno anche menti raffinate che nel corso di questi mesi hanno messo a punto strategie complessive (secondo loro) credibili e praticabili con cui bisognerà fare i conti. Il loro problema consiste nel trovare come consolidare e strutturare un blocco sociale che si perpetui a dispetto di circostanze anche internazionali sfavorevoli. In altre parole di come fermare il tempo (che si sta troppo bene così). Come?

Primo : bisogna mantenere il controllo assoluto sullo Stato. Per cui è evidente che dovranno agire sul sistema elettorale, ridurre il peso delle assemblee elettive anche attraverso cospicue riforme costituzionali (sono già state depositate 95 proposte di legge costituzionali, pressoché tutte peggiorative ) e ridefinire la catena di comando e controllo delle istituzioni (già fatto l’obbligo di pareggio di bilancio).
Secondo : garantire e tutelare i singoli segmenti di questo blocco sociale con un sistema di mutua copertura. Ad esempio la magistratura è stata un elemento di forte disturbo a queste dinamiche. Bisogna depotenziarla e metterla sotto controllo ( sul tema c’è pieno accordo fra PD e PDL). La corruzione diffusa è una componente costitutiva delle logiche di potere italiane e va perseguita a condizione che non si esageri toccando la casta.
Terzo : la macchina deve continuare a girare. Bisogna da una parte succhiare ricchezza dal corpo sociale con ogni mezzo. Aumento dell’IVA, controllo centralizzato di ogni forma di proprietà, conto corrente, transazioni della gente qualunque, riduzione o annullamento del contante (ricordiamo Cipro). Dall’altra devono procedere a qualunque costo ad allocare risorse in ambiti che giustifichino speculazione e corruzione (appalti, privatizzazioni, finanza). Di tutela del territorio e rispetto delle comunità locali non se ne parla. Il controllo dello Stato consente l’uso della forza pubblica o delle forze armate a garanzia di queste allocazioni. La militarizzazione della Val di Susa potrebbe non rimanere un’eccezione.
Quarto : potrebbe essere utile anche l’uso di strumenti non convenzionali (come negli anni ’70). Ad esempio la presenza di una vera opposizione politica organizzata non policentrica e non trasformista ma che si riconduce ad una sola persona crea di per sé un gravissimo pericolo oltre che personalmente per Grillo, anche per la tenuta di tutta l’organizzazione in caso di “fatti non convenzionali”.

Il vantaggio di quelli “dentro” non sta tanto nel vantaggio temporaneo ottenuto con le forzature di Napolitano, ma nella permanente debolezza e frammentazione di quelli “fuori”. Qualche decina di “ intellettuali di sinistra” antigrillini disseminati fra Repubblica, Il Fatto, il Manifesto in funzione di utili idioti , sono un ottima quinta colonna.
Infatti ormai, e purtroppo, l’unica forma organizzata, capillarmente presente sul territorio e strutturata in consistente rappresentanza istituzionale è il Movimento 5 Stelle. L’unica organizzazione con la credibilità (per lo meno morale) di contrapporsi alle dinamiche del potere.
Tornando alla Rivoluzione Francese, convocati gli stati generali, si uscì dall’impasse solo quando il Terzo Stato si costituì in Assemblea Nazionale ed assunse la rappresentanza dell’intera nazione. In altre parole oggi si contrappongono due visioni di prospettiva del tutto incompatibili dove una parte ha un progetto, la strumentazione per imporlo, una strategia di medio periodo e le alleanze necessarie (è una parte minoritaria ma il rigido controllo dei media simula un consenso maggioritario ). L’altra parte, pur essendo potenzialmente maggioritaria e disponendo di persone qualificate, competenze e teoriche possibilità di alleanze, non ha ancora sviluppato una strategia consapevole e condivisa né la strumentazione culturale e tecnica necessaria alla gestione dell’alternativa. Chi è in vantaggio farà di tutto per accelerare i tempi e dispiegare il 100% delle sue carte senza dare agli altri la possibilità di organizzarsi.

Esiste un enorme gap fra il numero degli attivisti ed il numero dei votanti per il M5S, senza dimenticare quelli che non sono compromessi ma non lo votano ( alcuni milioni in più ). Grillo chiede a tutti di partecipare e non solo di votare. Giusto: ma deve essere offerto un ambito (o più ambiti) dove possa essere sviluppata questa partecipazione (anche in forme differenziate) che sola consentirebbe la piena articolazione di un progetto. Che riguarda il voto, ma anche l’organizzazione sul territorio, la cultura, i media. Devono poter contribuire gruppi sociali, competenze, provenienze culturali e capacità soggettive diverse. Molti non sono disponibili a mettersi sotto l’ala protettiva di Grillo e Casaleggio; poco importa quanto ciò sia condivisibile o no; stiamo parlando degli attori di centinaia di gruppi, comitati , movimenti; i cui temi sono pressoché coincidenti con quelli dei grillini. Ridurre il tutto all’esclusivo uso della rete ed in particolare alla nuova piattaforma che sembra sarà pronta fra qualche tempo, appare del tutto inadeguato. La sperimentazione stessa di quello che c’è dell’uso della rete ha mostrato falle significative. Che sia l’attacco hacker che ha obbligato a rifare le quirinarie, l’intervento pianificato dei trolls che ha creato sconcerto e confusione perfino fra gli eletti, l’evidente presenza di infiltrati in forum cruciali come quello sulla riforma elettorale, testimoniano che quanto è in campo non basta. Non è questa la sede per insegnamenti presuntuosi al Movimento 5 Stelle su come dovrebbe organizzarsi e usare al meglio il ruolo dei suoi tutori e non lo faremo. Rimaniamo in attesa degli strumenti che lo aiutino a farsi Comunità prima e Stato poi. Speriamo.

di Giovanni Chiambretto del Gruppo Cinque Terre


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