La scorsa settimana ero a svolgere il mio tirocinio nel reparto di gastroenterologia. Lì era ricoverato un signore gay. Gli hanno scoperto infezioni varie, tra cui l’HIV.
Ho assistito al momento in cui il medico gli ha annunciato la sua malattia, gli ha detto “questa volta gli anticorpi non sono negativi”, che è un modo per non nominare positivo che richiama sieropositività, cioè etichettatura istantanea. Il medico è stato carino con lui, come con tutti gli altri pazienti; ma non sarebbe neanche da precisare, già il doverlo fare mi rende un po’ triste -sarei incazzata se solo avessi più energie-.
Ma il problema non è questo. Il problema è che i medici hanno detto con tono rassegnato, quasi impotente che non possono parlare col suo compagno. E’ questo che non è giusto! Non è giusto non è giusto non è giusto!
Del resto c’è la legge sul segreto professionale che impone di parlare solo con parenti o coniugi, ed è vero che il buon senso spingerebbe a parlare col compagno, ma si trasgredirebbe una legge, cosa che è comunque sbagliata. Secondo me, se una legge è poco umana intanto la si rispetta, e poi ci si attrezza coi propri mezzi per farla cambiare.

Non poter avere un sostegno tramite il compagno, non poter condividere fino in fondo, cioè anche dal punto di vista giuridico, tutte le esperienze che si vogliono, non poter avere come strumento una persona che parla privatamente coi medici (che quindi gli forniscono presumibilmente una versione più vicina alla realtà) solo perché è dello stesso sesso non è umano!
E io non so niente della sua famiglia, ma temo che il compagno sarebbe l’unico che questo signore autorizzerebbe a sapere tutto perché è stato rifiutato dai suoi genitori, temo che sia solo. Questo è atroce.
Ma io mi chiedo: cosa cambia per una società se si estende il diritto di scegliere nel testamento a chi donare l’eredità, di delegare, di ricevere la pensione, di parlare coi medici al compagno dello stesso sesso?
Quei soldi andrebbero ai parenti, i medici dovrebbero parlare con altre persone o non parlare con nessuno; non ci sarebbe danno per lo stato, e non ci sarebbe nessun interesse economico ai danni dello stato nel creare relazioni fittizie. Ci sarebbe vantaggio per chi dei due sfrutta l’altro, ma questo non avviene anche nelle coppie eterosessuali?

Cosa servono alla società gli emarginati, i giudicati e conseguentemente frustati o incazzati, i tristi e magari rassegnati, quelli che si devono nascondere? Non sarebbe meglio giovarsi delle loro qualità e mandarli a quel paese per le loro stupidaggini come si fa con tutti gli altri?
Auguro un buon 25 aprile ai gay e a tutti gli emarginati, perché vengano liberati dal ghetto mentale che non riusciamo ad abbandonare, perché si liberino dalle etichette delle scatole con cui organizziamo (male e in modo fittizio) la percezione della realtà.
Auguro a loro che nei prossimi giorni dedicati alla liberazione si ricordi anche la delibera di una legge che legittimi giuridicamente le loro relazioni. La felicità di una comunità è un parametro poco misurabile ma inestimabilmente prezioso.
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Tag: 25-aprile, aids, omofobia, omosessualità, unioni-civili
Sara
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25 Aprile, 2008 a 14:49
ugasoft
bell’articolo
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25 Aprile, 2008 a 14:53
Francesco Orsenigo
Bello.
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25 Aprile, 2008 a 15:01
Doxaliber
Brava Sara, ottime argomentazioni. Buon 25 aprile a tutti.
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25 Aprile, 2008 a 15:17
Lisa72
Uno dei più bei post che ho letto oggi!!!!
Un caro abbraccio, Lisa
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25 Aprile, 2008 a 17:15
Adetrax
Faccio notare che il signore gay non si sarebbe ridotto in quello stato se lui e/o i suoi partner (attuale e precedenti) avessero mantenuto un minimo di fedelta` coniugale, a meno che non sia stato anche un drogato e abbia fatto uso promiscuo di siringhe.
Per quanto riguarda l’informazione medica, per lui non cambia niente, il partner e’ un “amico molto vicino”, cosi’ come ci puo’ essere “un’amica molto vicina”; se vuole, e sarebbe bene che lo facesse, ha la totale liberta’ di informare il partner e decidere preventivamente con i medici come procedere in caso di futuri problemi, per i casi piu’ gravi basta scrivere: verba volant, scripta manent.
Tutto questo si chiama “riservatezza” e come tutti sanno esiste una legge sulla “privacy” che vieta la diffusione a terzi di dati sensibili.
Detto questo si dovrebbe sapere chi sono i portatori di HIV e altre pericolose infezioni, ma un po’ alla volta arriveremo ad abbattere questo odioso tabu’ mentale.
Per quanto riguarda la diffusione di infezioni gastrointestinali mi stupisco di quanto poco se ne parli, d’altronde a forza di avere contatti ravvicinati con persone e localita’ del terzo mondo e affini, assieme alla nota ignoranza, incuria e sbadataggine dei moderni barbari italiani nell’igiene alimentare, queste infezioni non possono che diffondersi a macchia d’olio e l’industria farmaceutica gongola felice (lo si nota perfino dai relativi spot televisivi sempre piu` beceri).
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25 Aprile, 2008 a 18:06
Comandante Nebbia
@Adetrax
Lei è medico? Biologo? Chimico molecolare?
Allora sarà certamente un giudice o un prete visto la facilità con la quale emette giudizi morali e sentenze.
Alcune persone hanno contratto gravissime infezioni a causa di trasfusioni da sangue infetto. Tra queste, persone a me vicinissime. La pregherei di essere meno categorico nelle sue esternazioni, specialmente quando non sono supportate da alcuna prova scientifica e sconfinano nel giudizio morale.
Facciamo che ognuno parla di quello che sa e vediamo di aumentare il rapporto segnale/rumore delle discussioni
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25 Aprile, 2008 a 22:58
Adetrax
Invito accolto, anche se tengo a precisare che io non do mai giudizi morali sulle persone bensi’ analizzo i risultati dei comportamenti in generale.
Rimaniamo quindi nel tema dell’articolo, ovvero del perche’ il compagno di un gay non puo’ parlare con i medici della salute del suo caro.
A prima vista puo’ sembrare una limitazione crudele, eppure c’e’ un confine preciso che e’ costituito dal fatto di essere o meno il coniuge o un parente stretto (figlio o genitore) di un ammalato.
Premesso che lo stesso vale per l’amante, l’amico fraterno, ecc. e che trovo un po’ eccessiva tale riservatezza quando il legame con l’ammalato e’ riconosciuto e approvato dall’ammalato stesso nel pieno possesso delle sue facolta’ mentali, per ora c’e’ poco da fare, questa e’ la legge, dura lex sed lex.
Vogliamo parlare dell’orfano adulto senza tutore, del figlio di nn, del mendicante solo ed emarginato, della vedova o del vedovo senza figli o che vivono nel ricordo dell’unico figlio morto ?
Sono tutte categorie ancora piu’ esposte dei gay e delle lesbiche eppure le loro necessita’, in casi del genere, non hanno visibilita’ presso l’opinione pubblica.
In ogni caso, per tutti i conoscenti non c’e’ alcun divieto di visita e se due persone sono in confidenza possono benissimo parlarsi durante quei momenti.
Gli unici momenti in cui un tale diritto farebbe comodo sarebbero quelli in cui l’ammalato fosse incosciente e si dovesse decidere cosa fare, ad es. in caso di coma irreversibile e prolungato, ma anche qui l’eventuale presenza e consenso informato di un consanguineo (es. genitori, fratelli, sorelle, ecc.) potrebbe sopperire alle necessita’ piu’ urgenti per la maggior parte dei casi.
In conclusione, una semplice autorizzazione firmata e controfirmata dall’ammalato stesso nel pieno possesso delle sue facolta’ mentali e davanti a testimoni, potrebbe essere una soluzione sufficiente per rimuovere questa limitazione nei confronti di altra persona di assoluta fiducia, ad es. nel caso in cui non siano presenti o disponibili parenti stretti.
P.S.
Ero a conoscenza dello scandalo delle trasfusioni di sangue ma pensavo che nell’Italia del XXI secolo queste non fossero piu’ un problema, invece, devo ammetterlo, mi sbagliavo di grosso, quindi cito una fonte alternativa con descrizioni un po’ piu’ mordaci di quelle ufficiali: sangue infetto, denunce.
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25 Aprile, 2008 a 23:53
Sara
@ ugasoft, Francesco Orsenigo, Doxaliber, Lisa, grazie!
Per Adetrax invece è vero che ci sono categorie più esposte dei gay, e anche loro sono da tutelare, ma non è il centro dell’articolo. Nell’articolo ho parlato di questo problema perchè ho vissuto questa situazione. Se ci fosse stato un orfano in ospedale magari avrei parlato di quello. Inoltre nelle ultime righe ho citato anche tutti gli emarginati.
Per quanto mi riguarda, quel signore può aver fatto qualsiasi cosa, essere stato fedele o infedele, avere subito la cosiddetta infezione iatrogena, cioè derivante da manovre mediche, ma ha innanzitutto il diritto alle cure come ce l’hanno i delinquenti e i clandestini e qualsiasi uomo, e inoltre il diritto ad avere una persona a cui delegare certe cose e a cui affidarsi totalmente. Il problema è sostanziale: garantisco che i medici ai parenti dicono le cose in modo diverso da come le dicono al malato, e questo succede un pò per non abbatterlo un pò per un’altra serie di motivi. E poi come si fa a dire che non cambia niente quando non si vive quella situazione?
Non analizzo altre frasi del commento perchè sono fuorvianti, ci metteremmo a discutere dell’aria fritta.
Il problema non è il formalismo della delega e dei testimoni, il problema è che far fatica a riconoscere i diritti degli altri è sintomo di insicurezza sui propri.
E per favore non mi risponda attaccando piccoli punti del mio commento, significherebbe ancora aggrapparsi ai formalismi. Il succo della questione è un altro ed è probabilmente espresso nelle ultime righe dell’articolo.
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26 Aprile, 2008 a 2:16
Silent Enigma
Come nella pubblicità degli anni ‘90? Con la linea viola tutta attorno? Non capisco come l’autodeterminazione individuale possa essere sacrificata per semiare terrore ed etichettare delle vittime che…sono già vittime
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26 Aprile, 2008 a 13:41
Adetrax
Capisco che ci si riferisce anche alla sfera della sicurezza emotiva, ma il problema non e’ riconoscere i diritti altrui, bensi’ il fatto che questi siano automaticamente riconosciuti indipendentemente da quanto il soggetto desidera in un dato momento.
Mi spiego, non sarebbe piu’ semplice e flessibile poter definire prima una o piu’ persone delegate a co-gestire questo tipo di relazioni delicate nel caso di problemi di salute ?
Se si allude ai diritti-doveri previsti dai DICO, per me non c’e` alcun problema, basta che questa autorizzazione / delega possa essere fatta anche in maniera indipendente.
Per quanto riguarda il modo di dire le cose al malato, andiamoci cauti, in certi casi puo’ essere comprensibile se il malato e’ anziano, instabile o altro, ma in moltissimi casi, come quello dell’HIV, il malato deve sapere esattamente di cosa si sta parlando.
Oltre a questo, c’e’ il problema della gestione di tale informazione per rispettare i diritti altrui, ovvero, in caso di rischi, dovrebbero essere informati tutti gli eventuali conviventi e il soggetto dovrebbe essere informato delle conseguenze penali (auspicabilmente molto severe) circa eventuali suoi comportamenti irresponsabili verso terzi.
Parliamo pure di diritti ma non dimentichiamo i doveri.
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26 Aprile, 2008 a 17:44
Sara
Ma il malato può anche decidere che nessuno deve parlare col medico se vuole, non è che riconoscendo un coniuge quello obbligatoriamente deve avere rapporti coi medici. Non condivido i DICO perchè sono una serie di norme basate sul tempo, come se solo l’esperienza desse certi diritti, è una legge ad orologeria!
Per quanto riguarda il dialogo col malato, certamente in molte situazioni i medici dicono le cose papali papali, a volte no (non è questo il caso).
Perchè dovrebbero essere informati tutti gli altri conviventi? Se si crea una coppia di fatto può essere informato il compagno, e esiste già la legge sul segreto professionale. Il compagno (se non è proprio una bella persona) può sparlare quanto vuole, ma questo non è reato, è scorrettezza, e se la vedranno loro, così come si litiga per scorrettezze varie in tutte le coppie e in tutte le famiglie. In più io andrei oltre questo specifico aspetto dell’informazione medica, come le ho detto io ho vissuto questo, ma ci sono tante altre sfaccettature e tanti altri problemi che sono stati affrontati in altri articoli qui su MC.
Una coppia che si sposa che doveri ha? Davanti a Dio di restare unita, per lo stato ci sono tutte le norme economiche vedi eredità o conto in comune (che si può anche non avere), non me ne vengono in mente altri.
Stiamo sempre parlando di dettagli fuorvianti, qui ripeto il fatto è che riconoscere diritti agli altri anche senza trarne giovamento in prima persona è un atto civile, civico, e per chi ci crede anche cristiano.
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27 Aprile, 2008 a 15:49
daniela tuscano
Faccio notare che il signore gay non si sarebbe ridotto in quello stato se lui e/o i suoi partner (attuale e precedenti) avessero mantenuto un minimo di fedelta` coniugale, a meno che non sia stato anche un drogato e abbia fatto uso promiscuo di siringhe.
Non ho proseguito ulteriormente, perché queste frasi mi sono bastate e avanzate. Ma poi ho letto il mittente, e… beh, un nome una garanzia.
Ad ogni modo rimando Sara a un mio precedente articolo http://www.mentecritica.net/il-sogno-lutopia-la-verita/border-zone/daniela-tuscano/1684/ , anche in quel caso si parlava di una persona sola. Aveva “semplicemente” un cancro, non si era “comportata male” al punto da “meritarsi” la malattia, però non aveva né marito, né parenti (a parte una cugina). L’abbiamo assistita noi, i suoi amici. Dei “nessuno”. Felice di esser stata, per lei (e non per mio merito) un suo “tutto”.
P.S.: Nemmeno a farlo apposta, l’altro ieri alle celebrazioni del 25 aprile a Milano avevo vicino Aurelio Mancuso dell’Arcigay. Non condivido il suo modo di portare avanti determinate battaglie, però attraverso lui ho incoraggiato anch’io i gay, come del resto faccio sempre.
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