Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Ultimo tango a Roma" è stato scritto da Lameduck
Non so se hanno pienamente ragione i Laocoonti e le Cassandre dalle profezie terrificanti a stringikoolo come Paolo Barnard e Lidia Undiemi (vedi i suoi articoli su MenteCritica N.d.R.). Forse un tantino esagerano, come tutti coloro che possiedono la luccicanza. Però, potrebbero in gran parte avere ragione e noi ci staremmo quindi comportando come i troiani (più troioni, invero) che, trascinando il cavallone di legno in piazza, gentile omaggio del FMI, preferiscono dileggiare i profeti di sventura e fare spallucce piuttosto che svegliarsi e preparare le lame taglienti, le carrette ed allenarsi nel famoso tiro alla Jesus Quintana – con tanto di leccatina – delle teste di Lagarde & Co. e dei loro volonterosi carnefici.
In realtà, ciò che mi preoccupa ancor di più delle Cassandre sono gli amici argentini che, guardando all’Italia, cominciano a notare delle straordinarie rassomiglianze tra la nostra attuale situazione e la loro del 2001, quella che li condusse al default.
Sere fa, dopo aver letto l’articolo di Horacio Verbitsky “Ora si che sembrate l’Argentina” e su consiglio di MC, ho visto il documentario di Fernando Solanas “Memoria del Saqueo” (Diario del saccheggio) che racconta appunto quel dramma nazionale e soprattutto il suo antefatto. Gli anni ottanta dell’iperinflazione, della disoccupazione e del crescente debito con l’estero e gli anni novanta della scientifica spoliazione del patrimonio statale argentino da parte del Neoliberismo criminale globalizzato e della sua ultraviolenza economica perpetrata dai suoi proconsoli a Buenos Aires: il presidente Menem, il ministro dell’economia Cavallo e l’altro presidente De La Rua. Consiglio vivamente la visione del film non prima di esservi presi un efficace antidepressivo.
Come complemento del film, in questo brillante lavoro accademico, si trova un’ottima ricostruzione della caduta dell’Argentina nel precipizio del default e di come il paese sia, nonostante tutto e solo dopo qualche anno, risorto, fino a raggiungere un insperato livello di crescita dell’8-10% annuo e ad un notevole miglioramento del livello di vita della popolazione.
L’ultraliberismo degli anni novanta poté saccheggiare liberamente le risorse dell’Argentina e smantellare gran parte delle conquiste sociali esistenti grazie alla connivenza di una classe politica locale corrotta fino al midollo che Solanas definisce senza mezzi termini MAFIOCRAZIA; ad un Parlamento ridotto a poter solo alzare la mano per approvare le peggiori leggi antipopolari e antinazionali; ai media in mano a pochissimi monopolisti impegnati in una serrata propaganda a senso unico (non suona familiare tutto questo?) e ad una serie di leggi economiche devastanti, la prima delle quali può essere considerata la famigerata legge di convertibilità del 1991 che sanciva la parità dell’austral (nuova denominazione del peso) con il dollaro. L’Argentina di quegli anni era per giunta affetta da mali che ben conosciamo: la corruzione dilagante, il debito pubblico alle stelle, l’endemica evasione fiscale e la fuga di capitali all’estero.
La cura di Cavallo, fatta di liberalizzazioni e privatizzazione di tutto il privatizzabile, nel senso anche di svendere o regalare i gioielli di famiglia ad investitori (quando andava bene) se non speculatori stranieri – mentre una casta predona ci si ricavava una fortuna – portò ad un iniziale abbattimento dell’inflazione ma non evitò la recessione del 1999 e livelli sempre crescenti di debito, che nemmeno massicci licenziamenti nel settore pubblico servirono ad abbassare. La disoccupazione passò al 24% e la povertà arrivò a colpire il 52% della popolazione.
La gente cominciò per paura a ritirare i soldi dalle banche e, di conseguenza, Cavallo introdusse il corralito, ovvero il divieto per gli argentini di prelevare più di 250 dollari la settimana dai propri conti bancari.
Fu l’inizio della rivolta popolare, degli scontri di piazza con i morti, dei cacerolazos, dei supermercati saccheggiati da un popolo alla disperazione ed alla fame, degli argentini che riscoprivano il baratto come mezzo per continuare a scambiarsi beni e servizi. Una torta fatta in casa in cambio di un babysitting. Il governo ultraliberista dovette alla fine rassegnare le dimissioni.
Dopo la dichiarazione del default, la prima misura dei governi successivi fu il ritorno al peso (legge di convertibilità) e una conseguente svalutazione della moneta sovrana. Le merci argentine, di nuovo competitive sul mercato, fecero decollare l’export e una serie di misure, come la richiesta ai debitori internazionali di “mettersi in fila ed aspettare il proprio turno”, adottate dai governi Kirchner, hanno permesso al paese di ricominciare a crescere e di ridurre la disoccupazione a livelli inferiori al 10%. L’Argentina di oggi, a undici anni dal default, è un paese in grande ripresa e con ottime prospettive future.
Se è vero che noi adesso sembriamo l’Argentina del 2001, soprattutto per la presenza di questi proconsoli, questi ponziopilati bocconiani in missione per conto del Dio Denaro, non vorrei che si pensasse che anche da noi tra qualche anno si verificherà il lieto fine argentino e quindi convenga solo aspettare seduti il deus ex machina.
Gli argentini hanno sputato ettolitri di sangue per risollevarsi e noi invece siamo decisamente inadatti alle rivoluzioni. La rivoluzione, come la partita di calcio, preferiamo guardarcela comodamente in salotto alla televisione. I lavoratori argentini hanno preso in mano le fabbriche e le hanno risanate. I nostri stanno ancora ad ascoltare i sindacati che vanno a mangiare l’astice e a ridacchiare con i padroni. Gli argentini hanno patito la fame vera. Da noi c’è ancora gente che al bar scommette 500 euro su chi uscirà quella settimana dal “Grande Fratello”, ne abbiamo ancora tanta, di pastasciutta, da mangiare.
C’è un problema ancora maggiore, ad allontanare il lieto fine. Se, come ci ripetiamo da mesi, come un mantra spocchioso, noi “non siamo la Grecia”, non abbiamo mica solo yogurt, capre, villaggi vacanze, ruderi a cielo aperto e dissenteria ma siamo l’Italia, è altrettanto vero che noi non siamo l’Argentina. Non abbiamo le enormi risorse naturali che ha quel paese. Non abbiamo la soia da vendere a prezzi stracciati alla Cina, non abbiamo il petrolio. Se l’Argentina ha potuto risollevarsi è stato in gran parte merito di questi asset, soprattutto quello agro-alimentare. Noi, per essere franchi, non abbiamo un cacchio. Abbiamo gli imprenditori fichi alla Marchionne e Montezemolo (Marchionne che difatti sta guardando con concupiscenza all’Argentina per produrre macchine agricole). Abbiamo i creativi con il ciuffo alla Lapo Elkann, i Giorgetti, gli stilisti modevni, la capacità di cavarcela sempre in ogni situation e, come arma segreta, un koolo pazzesco. Però non abbiamo i fondamentali: l’oro nero, le tonnellate di grano, le mandrie di bestiame che risolvono i problemi.
Forse ci potremmo salvare solo se convertissimo tutto il nostro paese in uno sciccosissimo salotto buono, un paese dei balocchi e dei divertimenti tra arte, turismo, spettacolo, gastronomia, sesso e trasgressione. Fankoolo le industrie tradizionali e le macchinette rugginose da quattro soldi ma produrre solo Ferrari, panfili della madonna, oggetti di lusso, moda e tutto ciò che viene spremuto dalla creatività nazionale e che quei cinesi di merda non potrebbero fare nemmeno facendosi venire gli occhi tondi dallo sforzo. Restaurare tutto il restaurabile: palazzi, chiese, musei e fare pagare il biglietto a orde di turisti bramosi di cultura che poi dovranno mangiare, dormire, trombare e portarsi via qualche souvenir. Forse così potremmo salvarci, forse.
Sperando di non dover prima ballare quest’ultimo tango.



Faccio alcune considerazioni, se no sembra tutto oro quel che luccica.
a) Se Marchionne guarda con concupiscenza all’Argentina non è perchè ci vede una bella donna, ma un buon affare.
b) Se è un buon affare per Marchionne le condizioni del lavoro salariato non devono essere granché.
Guardando questo grafico ci si fa un’idea.
http://www.google.it/publicdata/explore?ds=d5bncppjof8f9_&met_y=ny_gdp_mktp_cd&idim=country:ARG&dl=it&hl=it&q=pil+argentina#!ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=ny_gnp_pcap_pp_cd&scale_y=lin&ind_y=false&rdim=country&idim=country:ARG:ITA&ifdim=country&hl=it&dl=it
c) Se la nazione Argentina accoglie a braccia aperte Marchionne vuol dire che la formula Fabrica Sin Patron non ha avuto abbastanza successo per poterne fare senza, per diventare un metodo di produzione alternativo.
Bello il grafico e ottima la segnalazione. Ricordavo uno strumento google di questo tipo, ma dopo 6 anni di rete sto impazzendo. Interessante anche l’inversione di trend a partire dal 2008.
Nel merito, giusta l’osservazione su Marchionne che, però, non sembra così “libero” come vorrebbe apparire. Se l’Italia è una perdita, se all’estero ha basi migliori, se la Fiat è una multinazionale, ma perché non se ne va davvero invece di minacciare continuamente?
Inoltre, invece di focalizzarci su Marchionne, secondo me va fatta un’osservazione più complessiva. Guarda il documentario, se hai tempo e se non l’hai visto ancora. Paragonarsi con la storia è un utile esercizio.
In questo post e nei link segnalati sono evidenziate informazioni di vitale importanza per capire quello che è successo e quello che può accadere. Prego vivamente tutti di dare un'occhiata e, se c'è tempo e voglia, di approfondire. Chi sa, può fare. Chi non sa, al massimo può subire.
“noi invece siamo decisamente inadatti alle rivoluzioni”
Beh, è che l’Italia, proprio come nazione, è stato un parto difficile, direi podalico, in perenne fase di assestamento.
Vedrei più una sorta di guerra civile da noi, che una rivoluzione, se si arrivasse al tutti-contro-tutti.
Una rivoluzione andrebbe guidata, anche spannometricamente, e non vedo proprio nessuno in grado, sia ideologicamente che militarmente, qui da noi.
Anche per questo vedo le idee di Barnard, “modern money theory” etc. come utopistiche, per due semplicissime condizioni che in Italia non ci sono, ossia:
a) legalità – ossia seguire le regole in modo ferreo e non rubare (utopia qui da noi, proprio non c’è verso, si parte dal non fare il biglietto in autobus per arrivare alle tangenti milionarie – io che il biglietto lo facevo [e lo faccio], da ragazzino venivo simpaticamente etichettato come “coglione” da tutti i miei compagni di scuola)
e forse ancora più importante:
b) servirebbero qualche centinaio di bombe atomiche oppure (forse meglio), come hai saggiamente riportato alla fine del post, risorse naturali in abbondanza da scambiare, in modo da poter dare valore e stampare quanti soldi ci pare, ergo scialare tutti a barely legal & champagne (quoto dal Ras di MC).
Io personalmente ci vedo destinati ad un lento declinare, fatto di tirate di cinghia e pistolotti governativi, con la chiesa cattolica che capitalizzerà sui futuri poveracci, e un generale “state bòni”.
Diverremo però sempre più simili ai Romeni (i nostri cugini poveri).
Però ci arrangeremo. Se gli Italiani hanno dell’incredibile, è la capacità di arrangiarsi. Persino quando non serve.
Non poteva esserci lancio migliore per il pezzo su cui lavoro da qualche giorno.
Rispondo a Fma: ripartire significa ricostruire. Non è mai facile, e questo corrobora il fatto che le condizioni argentine non siano ottimali.
Di fatto, si riparte se si creano nuove opportunità. E laggiù ve ne sono.
Dovrebbe sorprendere un dato che invece vedo trascurato: una volta definita la questione dell’haircut sul proprio debito, seguita alla dichiarazione di fallimento, l’Argentina ha attirato investimenti esteri DA SUBITO.
Chiaramente è un volano: i soldi iniziano a far girare il meccanismo ma ci vuole tempo perchè prenda velocità.
Non esiste un solo modo per ripartire.
Sicuramente è più facile ripartire dopo un tracollo, vedi l’Italia del dopoguerra. Ma io me la ricordo l’Italia del dopoguerra e se dovessi pensare a qualcosa da proporre ai miei giovani nipoti non gliela consiglierei.
Tra distruggere per ripartire e tener buono quel che si può recuperare, mi sembra più ragionevole la seconda.
Guarda l’andamento del reddito pro capite di Argentina e Uruguay, due economie simili. Che vantaggi ha portato il fallimento dello stato argentino?
http://www.google.it/publicdata/explore?ds=d5bncppjof8f9_&met_y=ny_gdp_mktp_cd&idim=country:ARG&dl=it&hl=it&q=pil+argentina#!ctype=l&strail=false&bcs=d&nselm=h&met_y=ny_gnp_pcap_pp_cd&scale_y=lin&ind_y=false&rdim=country&idim=country:ARG:URY&ifdim=country&hl=it&dl=it
Il grafico racconta due cose però
Anche che il default non ha poi fatto così male all’argentina
Perfetto.
Potendo scegliere io avrei preferito essere Uruguagio ed evitarmi tutto quel casino; dove a rimetterci sono stati di sicuro i più deboli.
Oh, certo. Per i puù deboli non deve essere stata una passeggiata. Per i più deboli
Sì.
Gli altri argentini, quelli che potevano, avevano già portato i soldi in Uruguay e a cose finite li hanno riportati a casa.
Con la Svizzera a mezz’ora di macchina ci vuole poco a diventare forti.
)
(sto provocando
e ci riesci pure
Pero’ è vero… E Lugano è proprio carina!
Avevo visto il documentario qualche mese fa, credo prima di Monti, e già all’epoca avevo avuto una brutta impressione (sarà che conosco gente in Argentina che ha passato davvero dei brutti momenti).
Adesso mi fa ancora più impressione.
Non sapevo quello che avevano fatto gli operai in Argentina, eppure sono dei mesi che parlando quà e là con la gente azzardo un approccio di questo tipo nei confronti dei problemi: ovvero prendere in mano la situazione e gestire le cose come si crede debbano essere gestite. La risposta e’ quasi sempre stata un attaccamento viscerale alla “legalità” e al rispetto della legge. Siamo diventati bestie abitudinarie, in questo momento siamo i cani che rispondono al comando “seduto” o “a cuccia” per avere il biscottino. Neanche ci rendiamo conto che c’e’ un mondo là fuori, oltre il padrone e il suo schiaffo. (con tutto il rispetto per i cani, che col padrone ci stanno anche per questioni affettive, altrimenti il cibo se lo cercherebbero da soli)
il rispetto della legge ce l’hanno in Svezia o in Norvegia.
Qui si chiama vigliaccheria.
Completamente d’accordo, ed e’ una vigliaccheria talmente grande da pararsi il culo dietro il rispetto della legge. Ma resta il fatto che vedo davvero poche persone anche solo vagamente intenzionate a prendere coraggio. Mi sa che finiremo molto peggio dell’Argentina…
p.s. complimenti per la foto che hai scelto di Scassino, e’ quella in cui e’ venuto meglio!