Tre Gradi di Solitudine 29


Il primo Grado di Solitudine

Mi sveglio e non ti sento respirare. Ti tocco la mano, è gelida. Risalgo velocemente verso la giugulare. Niente. Mi alzo dalla poltrona dove dormivo sdraiato accanto a te. Accendo la luce, la più fioca che c’è. Prima che il polso, a dirmi che il tuo cuore si è fermato è il tuo viso disteso e l’accenno di sorriso che ti si è disegnato sulle labbra per la prima volta dopo settimane e settimane. Non provo nessuna emozione. Guardo l’orologio. Sono le tre e trenta di mattina del quindici febbraio duemilaventi. L’ennesima data che dovrò tatuarmi sul petto. Ti copro meglio e resto dieci minuti con te prima di premere il bottone rosso. Sei bellissima con la tua pelle traslucida, le agili membra distese ed il lungo corpo abbandonato in una posa di pace. Poi, il desiderio di staccarti dalle inutili flebo diventa più forte e chiamo aiuto. Sul certificato necroscopico che ho preteso di avere, perché tutto quello che ti riguarda è mio, come ora della morte ci sarà scritto tre e quaranta. Sono riuscito a sottrarre dieci minuti al destino e ti ho amata disperatamente, che non c’entra nulla adesso, ma avevo voglia di scriverlo. E così è.

Il secondo Grado di Solitudine

Due giorni passati insieme in una stanza piena di fiori, ma non ci possiamo vedere. In una eruzione istintiva di gelosia morbosa ho preteso tassativamente che la bara fosse chiusa immediatamente. E ho voluto sigillare io il coperchio, vite dopo vite, perché questo era il modo di dimostrare a me stesso che che il mio amore per il tuo spirito è più forte della sofferenza per la separazione dal tuo corpo. Quando l’altoparlante dice che mancano quindici minuti alla chiusura mi prende un attacco di panico. L’idea che il mio lungo turno di guardia stia per finire mi provoca una silenziosa disperazione, quasi che la mia funzione sia menomata e che i giorni che stanno per venire non abbiano bisogno di me. Finisce che il guardiano mi caccia via. Prendo la foto poggiata sul feretro bianco, la metto in tasca, carezzo il grande mazzo di rose con le quali ho ricoperto la cassa, spengo la luce, chiudo la porta e percorro il lungo corridoio fino all’uscita. L’unica cosa che rompe il silenzio è mio respiro che diventa sempre più corto.

Il terzo Grado di Solitudine

La nostra casa è una grande nave nella cui chiglia si è aperta una falla. Giace poggiata sul fianco ed è abitata da una vita interrotta. Mia figlia è a scuola. E’ tempo di percorrere il relitto alla ricerca dei chiodi che hai infisso nelle paratie e estrarli uno ad uno per nasconderli alla vista. Inizio dal piano terra. Le borse con i tuoi vestiti, quelli con i quali eri arrivata all’ospedale. Al primo piano l’immensa scorta di medicine ancora in giro. A piano notte i tuoi pigiami, nella mansarda la tua valigia. Sono tre ore di silenzio nelle quali sospendo ogni forma di emozione, ma è inutile. Il dolore monta internamente ed esplode poco prima di pranzo quando realizzo che è impossibile cancellarti perché la memoria non è nelle cose che hai lasciato, ma nella tua assenza. Mi siedo, guardo il tuo giardino che fra poco fiorirà di ciò che hai seminato e lungamente piango. Siamo appena alla prima metà del primo giorno e tu mi manchi e mi mancherai immensamente.

Ho paura.


La voce degli amici: Questo post letto da @giulym53 .

@giulym53 è su twitter.


29 commenti su “Tre Gradi di Solitudine

  • gianluca calzolari

    Quando ho letto il tuo post l’altro giorno che tua moglie non c’era più mi è mancato il fiato per un attimo. Ho sempre pregato che non arrivasse quel momento per te e per noi che facevamo il tifo, che ti abbracciavamo tutti i giorni. Rileggere oggi queste tue frasi mi ha riportato indietro di quasi tre anni, a una data che dovrei tatuarmi anch”io. Sono stato anch’io una sentinella, e tornato a casa pensavo ci fosse un manuale di sopravvivenza. Mi sono illuso. Il mio pensiero va a te e a tua figlia. Davvero ti auguro la forza per poter passare tempi bui di vuoto e silenzio, di ricordi che ti assillano e di mente che non riesci a deviare. Un abbraccio e … la tua condivisione ci ha portato ogni giorno a sentirci più umani e più fratelli. Gianluca

  • Stefano

    Mi dispiace tanto.
    È stupido tutto quello che potrei scrivere ad una persona che non conosco colpita da un lutto così grave, ma comunque ti voglio dire, inutilmente e in maniera stupida, di farti coraggio.
    Mi dispiace davvero tanto.

  • Denise

    Vorrei abbracciarti e consolarti anche se so che non c’è consolazione, non adesso. È questa è la condizione umana. Spero ti arrivi il mio affetto. Denise

  • serpiko

    Comincia la tua nuova vita, boss. L’ennesima.
    Non l’hai scelta, come altre volte t’era già successo. E sei stanco di marciare, e anche questo altre volte t’era già successo. Eppure stavolta lo zaino ti sembra più pesante.
    L’alba è lontana, la strada lunga, il deserto grande. Ma vi sono oasi sicure dove ricevere acqua fresca da mani amiche.
    Un pensiero a lei, al suo nome che m’ha fatto pensare a un fiore cereo. E un abbraccio a voi.

  • Laura

    Caro Signor Nebbia, seguendo in punta di piedi la vostra storia arrivo qui. Sulle note del suo dolore leggo e la stringo così forte da indolenzire le braccia, altrettanto piano da non farmi sentire. Per non disturbare. Combatto e pensando alla mia di fine vorrei risparmiare questo rituale al mio amore. Chissà se ne ho il diritto? Coraggio Capitano e grazie.

  • Marzia

    Non ti conosco, non conosco nemmeno il tuo nome ma il tuo dolore mi è entrato dentro. Ho letto tutto quello che hai scritto ed ora sono qui che piango. Il tuo amore per lei era ed è immenso. Ecco perché hai visto un sorriso sul suo volto. Sarai un bravissimo padre x la tua piccola e, se posso fare qualcosa x voi, chiedi. Un abbraccio forte 🤗🤗 ad entrambi

  • Vincenzo Spinola

    Non so cosa dirti, Comandante, ho il cuore a pezzi leggendoti… È bellissimo quello che hai fatto, quei dieci minuti che hai aggiunto alla vita di lei, saranno i più dolci e nello stesso tempo i più dolorosi del vostro amore. Ti vorrei abbracciare forte forte, sei diventato un fratello molto speciale.

  • Angela Polin

    Siamo nati e non moriremo mai più. Sono parole della Beata Chiara Corbella Petrillo, proferite in occasione della morte del primo figlio. Quasi subito è nata una figlia, anch’essa con problemi per poter sopravvivere. La Beata Chiara sapeva che non sarebbero sopravvissuti e tuttavia scelse di farli nascere. Ebbe poi una uova gravidanza : un maschio sano, di al ente!. Ecco che per lei si profila un problema grave al 4′ mese di gravidanza: un tumore sulla lingua che decide di curare, ma senza chemio o altre cure invasive. Voleva che quel figlio nascesse sano e così sarà, ma lei morirà quando il piccolo aveva 14 mesi di vita. Chiara aveva la certezza che per lei il Signore aveva in Serbo cose grandi. Ha pronunciato il suo Eccomi!
    Non so perché ti ho raccontato queste cose. Certo. È un tentativo di consolarti e infonderti la Speranza che questa vita non muore.
    Siamo nati e non moriremo mai più.
    Appunto!

  • Maria

    Anche io ho paura, sentinella. Prego ogni giorno di essere altrove, di non essere mai più sentinella.
    Spero che il tuo giardino rifiorisca presto.
    Sorridi per la tua bambina. Lei ti sorriderà il doppio.
    Questa è l’ unica luce che funziona, contro certe notti dell’ anima.
    Vi voglio bene
    Maria

  • Luciana

    Coraggio, Comandante, coraggio. I primi giorni sono i più terribili… Respira forte, un passo dopo l’altro… Senza pretendere troppo da te stesso, solo un piede davanti all’altro… Se posso permettermi di dirti quello che aiutava me (che ho vissuto la tua stessa storia): stare molto tempo con il mio piccolino, e con persone che mi volevano bene.

  • Enza Castrovilli

    Come sempre le tue parole profonde colpiscono il cuore. Si rimane in silenzio con i pensieri che ci hai lasciato, fardelli pesanti che ci portano a riflettere sulle nostre misere vite. Comandante lunga vita serena a te e tua figlia.

  • Io e basta

    Gentile Dottore,
    ho già scritto del mio profondo cordoglio per la sua perdita familiare.
    Sono qui come tanti altri, perché su MC ci sono stata sin dai primi giorni del suo blog. Ed ero qui anche quando Lei ci fece dono di quel pezzo straordinario che intitolò: “Il valzer delle ore profonde”. Era tanto felice allora. Noi siamo stati testimoni della Sua gioia.
    Non voglio aggiungere altro; Le auguro, in futuro e per il Suo e il Vostro futuro, la stessa gioia.
    Con un abbraccio forte.
    Sempre io

  • Silvia

    Mi spiace troppo. 🙁
    Non posso nemmemo immaginare il dolore…forse in parte ma questo tuo dolore è solo, dannatamente, tuo.
    Avrei voluto sapere prima e poter fare qualcosa. Frase banalissima, lo so…ma è reale che si abbia voglia di poter aiutare qualcuno come si possa anche se c’è poco da fare.
    Scusami se ho scritto qui, ma non ho più nessun contatto tuo. Sono Silvia, la ex del Falco.
    P.s. qualsiasi cosa, io ci sono. 🙁

  • 23luglio2018

    sono capitata per caso da un post di un’amica…e ho riconosciuto subito questa paura, questo dolore…anche io ho una data analoga in cui il tempo si è fermato…anche io ho figli che soffrono…
    però voglio portare un po’ di speranza…un giorno andrà un pochino meglio, e tua figlia farà una risata che non pensavi possibile sentire nuovamente… e poi parlerà della sua mamma senza piangere… e poi riderete e piangerete assieme…
    se mai volessi condividere con chi sa cosa sta succedendo, io ci sono…

  • Fabian Forrester

    Come si fa a non piangere forte? C’è chi ha dato, chi sta dando e chi darà. Non posso fare altro che darti il mio braccio in segno di sostegno per la mano che ti stringerà e la presa di cui avrai bisogno. Forza…Forza!Per te e per la tua piccola ma soprattutto per lei!

  • Sa

    Quando ero piccolo la sera nel buio della mia stanza piangevo in silenzio pensando al giorno in cui sarebbe mancato mio nonno, è successo quasi subito e tutte le lacrime piante non sono servite a nulla. Quando ero già uomo è toccato con mio padre, mi sono letteralmente consumato, dentro e fuori, e non è servito a niente, credevo che essendo nato quando lui aveva solo 21 anni lo avrei avuto a fianco a lungo, mi sbagliavo. Ho fatto la sentinella ed è stata l’esperienza più devastante della mia vita, a distanza di anni ricordo ancora ogni singolo istante. Sto cercando di non consumare il mio tempo ora provando ad evitare l’inevitabile, l’ho fatto troppo a lungo e non è servito.
    Niente si può cancellare e tutto fa parte del rischio che corriamo vivendo, non conosco il senso di queste sofferenze ma penso che in qualche modo sia necessario per essere quello che siamo ed è sicuramente inevitabile.
    Come impossibile è non avere paura, ne prima, ne dopo.

  • Salvatore

    Quando ero piccolo la sera nel buio della mia stanza piangevo in silenzio pensando al giorno in cui sarebbe mancato mio nonno, è successo quasi subito e tutte le lacrime piante non sono servite a nulla. Quando ero già uomo è toccato con mio padre, mi sono letteralmente consumato, dentro e fuori, e non è servito a niente, credevo che essendo nato quando lui aveva solo 21 anni lo avrei avuto a fianco a lungo, mi sbagliavo. Ho fatto la sentinella ed è stata l’esperienza più devastante della mia vita, a distanza di anni ricordo ancora ogni singolo istante. Sto cercando di non consumare il mio tempo ora provando ad evitare l’inevitabile, l’ho fatto troppo a lungo e non è servito.
    Niente si può cancellare e tutto fa parte del rischio che corriamo vivendo, non conosco il senso di queste sofferenze ma penso che in qualche modo sia necessario per essere quello che siamo ed è sicuramente inevitabile.
    Come impossibile è non avere paura, ne prima, ne dopo.

  • Filomena

    Sono raggelata leggendo il tuo scritto..
    Ero io.. in tutti e tre i recconti..
    Erano le 3 e 30 del 30 dicembre.. e la mia metà, capitano per mestiere e ancora più militare nel resistere coraggiosamente alla malattia, smetteva direspirare.. lasciando me e mia figlia a raccogliere i pezzi..
    Fatto pulizia in fretta.. medicinali per primi..
    Ma l’ordine.. ancora manca..

  • drmjwls

    Da sentinella a Comandante: dal fronte a chi è tornato dietro le linee un affetto infinito, consci che una volta diventato sentinella non si cesserà mai di esserlo nel profondo dell’animo

  • Antonello Puggioni

    Stavo seduto, nell’oscurità e nel silenzio. Sotto il grande solaio, tra le travi oblique e opprimenti.
    Stavo seduto accanto a te, le mie spalle di sentinella gobbe e pesanti.
    Io, uomo violento, e fatto per la violenza, ma che poteva qui la violenza?
    Ecco la mia ferita peggiore . Né tempo, né cambiamento, né whisky potranno mai curare: l’aver visto i muscoli del tuo bellissimo collo affilati sollevare le clavicole, fragili fili di un corpo sfinito, affaticati, e affaticarsi ancora per un po’ d’amore e un po’ di tempo in più.
    Aspettavo il Nemico.
    La notte incupì intorno alla casa come una valanga di pece; in lontananza le onde marine si riversavano nel fiume, e il fiume le respingeva.
    Una voce mi chiamò ed io la ignorai.
    Aspettavo il Nemico, e mi preparai per colpire.
    Lo strato superiore, cosciente, della mia mente neppure per un istante credeva che la Solitudine avesse una gola da afferrare o un corpo da ferire, ma il mio sangue lo credeva.
    Poi la mia gola si chiuse e smisi di respirare, e il tempo si fermò.
    Guardavo nel buio, quando mi voltai: il Mostro era nella stanza.
    Sentii i miei sensi scattare all’unisono, mentre un brivido arroventato frustava la mia schiena.
    “Calmati, Uomo, non fare storie, non è per te che sono qua.” disse la Solitudine, e la sua voce affondò con artigli di ghiaccio nelle mie ferite.
    Vidi la sua gola e con un balzo le fui addosso.
    Ma era come nuotare in un oceano di cadaveri, la Continua Messe di Anime dai campi del mondo, deboli grida e sussurri, inutili come la Nostalgia che Niente Può.
    Colpivo la vaga testa con le mani e il ventre con i piedi, e ci nuotavo sopra e dappertutto.
    Era parsa un’ombra, ma era più dura dell’acciaio.
    Riuscii ad afferrarle la gola, e per un attimo eterno rimanemmo abbracciati come amanti.
    La Solitudine rideva sguaiata e stringeva sempre più il suo orrido abbraccio.
    Mi piegai indietro, dimenandomi e singhiozzando.
    Sentivo i giorni e gli anni rosicchiarmi il cuore come ratti.
    Colpii più forte che potevo e mi piegai ancora di più all’indietro, e d’improvviso caddi sulla schiena, trascinando la Solitudine con me; agile come un felino le laceravo la gola e le viscere.
    Poi un fetore terrificante e lo smarrimento riempirono l’aria oscura.
    “Maledetto, cos’hai fatto!?” urlò, e la ferrea carne mi si scioglieva nei pugni, come una carogna nella calura estiva, e liquefacendosi scivolava via.
    Mi alzai, e piangendo e ridendo insieme, la cercai.
    Nulla, nulla… non c’era più Nulla!
    S’udì una musica meravigliosa levarsi dovunque, oltre la muraglia nera della notte.
    Erano quasi le tre.
    Per un quarto d’ora, nessuno si senti più solo: né Uomo, né Animale.
    Cessarono le malattie, e le guerre periferiche e sconosciute, le carestie e i tradimenti, e il dolore divenne leggenda.
    La Solitudine, odiosa e odiata, si era incontrata con qualcuno più forte.
    E non poteva venire.

    E ora andiamo, Comandante.
    Un altro avamposto a bisogno di te, non facciamolo aspettare.

  • Giemmeceleste

    ….. Due lacrime grosse come diamanti mi
    Impediscono di scrivere tutto il dolore che ho sentito leggendo…

    🙏🌼🌼🌼

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