Trafitto dalla Freccia del Tempo


Ormai non è solo una questione di sopravvivenza. In questo posto e in questo tempo mi devo rassegnare a considerarmi una sorta di anomalia statistica, una deviazione. Ci sono arrivato tardi, ma almeno ci sono arrivato. Inutile disputare torto e ragione. Sono così estraneo a questo sistema che l’unica relazione che posso intrattenerci è modulata lungo la scala rubizza della difesa personale e dell’indifferenza. Perderò, è inevitabile. E non avrò nemmeno la speranza che la mia disgrazia possa essere in qualche modo riconosciuta perché so che l’Universo non ha memoria.

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Mi incantano l’evoluzione dei fenomeni naturali, l’armonia potente della meccanica, la composta efficienza dell’elettronica, il gelo letale delle armi. Mi sono seduto nel centro esatto dell’Apocalisse guardando sorgere il sole su una spiaggia senza mare dove la vita non potrà tornare mai più, ho volato a bordo di un elicottero fra gli scoppi festosi della contraerea, ho disegnato macchine eleganti e scritto disperate lettere d’amore che non hanno mai ricevuto risposta. E tutto questo, in qualche modo, mi è sembrata una declinazione sottile ed inusitata della bellezza.

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La freccia del tempo è stata scoccata e procede indifferente nella sua direzione. Lungo la traiettoria i piatti si rompono per guadagnare entropia e le tazze di caffè si raffreddano per obbedire all’implacabile dettato della seconda legge della termodinamica. Per questo, mia principessa, anche se sono un vecchio soldato e non ho paura della morte, non posso invertire il flusso delle cose e tanto meno curvare lo spazio perché i nostri destini, nuovamente, si ricongiungano. La nostra resterà per sempre una storia interrotta. Per questo nemmeno chi conosce l’arcana cifra delle cose potrà scriverci la parola fine.