Todos Indignados 3


Secondo l’Asian Development Bank nel 2050 il Pil asiatico raggiungerà la cifra di 148 trilioni di dollari, pari al 51% del prodotto planetario, in Asia si concentrerà la metà del commercio e degli investimenti globali. Sempre quell’anno il Pil pro-capite sarà di 38.600 dollari, duemila in più della media del resto del mondo. Entro la metà di questo secolo circa tre miliardi di asiatici godranno di un tenore di vita più alto.  (( fonte ))
E per l’immediato? Per il 2015 si prevede che il costo del lavoro in Cina sarà pari al 17% di quello negli Stati Uniti: nel 2000 era del 2%. Le conseguenze saranno un incremento dei consumi interni e un decremento della quota di produzione destinata all’export, che produrranno a loro volta un’impennata dei prezzi delle merci sui mercati internazionali, che porterà inflazione laddove non sarà compensata da un corrispondente aumento di produttività.
Già oggi alcune multinazionali prevedono di spostare la propria produzione dalla Cina nei paesi limitrofi. Addirittura un ritorno negli USA, per i quali sono previsti un robusto incremento della produttività e una significativa svalutazione del dollaro rispetto allo yuan.

Per l’Europa nessuno prevede aumenti di produttività significativi, salvo che per la Germania. Dunque i capitali continueranno ad andarsene dalla maggior parte dei paesi d’Europa, con l’effetto di ridurre ulteriormente i posti di lavoro.
La cosa non piacerà ai lavoratori, che protesteranno.

“Apoliticos, superpoliticos” dice un cartello di protesta in piazza in questi giorni a Madrid.
Disoccupati, studenti, delusi ma non rassegnati. Non hanno leader, sono organizzati in comitati. Discutono. Non fanno scioperi, non hanno alle spalle partiti e sindacati. Non spaccano vetrine non bloccano treni. Sono forse il primo vero movimento nato dalla crisi economica in Europa: pacifici, colorati e determinati (( vedi articolo Sole 24 Ore )).
Una protesta che non frenerà l’esodo dei capitali, se mai il contrario, e che sarà tenuta a bada attraverso l’impiego degli ammortizzatori sociali, fin dove possibile, dei più svariati tipi e generi, finanziati dalla fiscalità generale. Fiscalità che non potrà evitare i contraccolpi derivanti dalla riduzione della produzione e dei redditi. La diminuzione delle entrate, unita all’espansione della spesa necessaria al mantenimento della pace sociale, porterà a un incremento dei deficit di bilancio e dei debiti pubblici che sarà sempre più difficile e costoso rifinanziare.

È la storia recente d’Europa. In alcuni paesi europei tutto questo sta già avvenendo, in altri avverrà in tempi relativamente brevi, ove non vi sia un radicale mutamento di indirizzo nell’uso delle risorse pubbliche e nelle attese dei cittadini. Cosa difficile da immaginare, considerata la renitenza degli attori sociali a riesaminare i propri comportamenti alla luce dei fatti, che pure sono sotto gli occhi di tutti. Vale per i politici, i finanzieri, gli imprenditori, gli insegnanti, i preti, i sindacalisti, gli operai e tutti gli altri, senza distinzione di censo e di cultura.
I politici dovrebbero smettere di credersi una casta ierocratica illuminata di luce propria, i finanzieri che si possano moltiplicare gli euro e i dollari neanche fossero pani e pesci, gli imprenditori di potersi improvvisare tali dalla sera alla mattina, gli insegnanti di rappresentare la cultura, i preti di avere il monopolio dell’etica, i sindacati di credere che i diritti siano una variabile indipendente, i lavoratori che il lavoro sia un diritto sancito dalla costituzione.
Tutti dovremmo ricordare che l’art. 4 è fatto di due commi e che il primo resta una vuota declamazione senza il secondo (( La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. )).

Ciò che manca è la convinzione, a monte di ogni forma di rivendicazione o di protesta, che è indispensabile esercitare al meglio, ciascuno secondo le sue possibilità, “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Ciò che manca, in un certo senso, è la coscienza del solve et repete. Lo sport in voga non è di dare ma di chiedere aiuto. È opinione diffusa che chiedere sia il punto di partenza per ricevere, senza entrare in complicati giudizi di merito. Anche se il più delle volte non sarebbe difficile prevedere dove si andrà a parare tenendo un comportamento anziché un altro.

Gli abusivi di Napoli si lamentano dello stato patrigno che gli abbatte le case (abusive) invece di dargli un alloggio e il cronista di “Ballarò” modula il servizio in modo da farli apparire più vittime che colpevoli, raccomandandoli alla simpatia della platea televisiva. Non potendo negare l’abuso indica nell’assenza di un’adeguata edilizia popolare la causa del malcostume, facendo leva sull’antico pregiudizio secondo cui gli uomini nascono buoni ed è la società che li rende cattivi. Mentre, a ben guardare, si potrebbe tranquillamente arrivare alla conclusione opposta, che gli uomini allo stato di natura siano delle bestiole afflitte da tutti gli egoismi propri dell’istinto di sopravvivenza e che solo in seguito, assimilando le regole del vivere civile elaborate e lasciate in eredità dalla ristretta cerchia dei migliori di coloro che li hanno preceduti, assurgano alla dignità di uomini. Talvolta. Non tutti. Non sempre.
Che succederà se non sapremo guardare in faccia il problema, farcene una ragione e ricominciare? Parlo dell’Europa, di noi.
Nessuno conosce il futuro, ma per quel che è alle viste potrebbe succedere che chi avrà la ventura di vivere abbastanza morirà cinese.
Indignato, ma cinese.