Tiziano Ferro o della Semplicità


Adesso è la consacrazione. Sempre piaciuto a tutti, amato da tutti, persino simpatico, umile, irresistibile con quel sorriso largo e comunicativo. “Bono”, anche. Questione di gusti. Non è il mio tipo, forse ha il naso troppo corto, non è eccessivamente alto, tende alla pinguedine. Ma chissà, un domani questi difetti potrebbero rivelarsi un pregio, rendere il suo aspetto più intenso. E poi si porta dietro, diciamo che ora sfoggia con un certo vezzo, quell’aria provinciale che presto entrerà, è già entrata, nella leggenda. Tutto normale e prevedibile. “Semplice”, direbbe lui, col lampo sornione negli occhi di chi sa che “tutto“, in realtà, è terribilmente complicato. Perché appartiene alla vita, è la vita stessa; forse la parte più interessante dello speciale a lui dedicato, del tre gennaio su Raidue, è stato proprio l’accenno alla felicità e alla possibilità di cantarla restando ispirati.

Semplice? Macché, incasinatissimo: evitare la disperazione e le sere nere (pur nel loro abisso d’angosciante bellezza), aprirsi alle azzurrità potenti e meravigliate dell’affetto “puro”, o almeno realizzato, è impresa titanica. Perché poi subentra sempre quella dannata natura umana, insoddisfatta, alla ricerca dell’orizzonte, quindi dell’impossibile. Un amico scrittore ha confessato: scrivere è come camminare. Un cammino o, se si vuole, una maratona, lenta ed eterna, cosparsa di panorami e di soste, ma continua, acciottolata, fumigante di fatiche. Anche noiosa, prevedibile, ripetitiva. Racchiudere la variegata semplicità in pochi versi è dono di rari poeti. Ma un pizzico di poesia può annidarsi in ogni cuore, in qualsiasi professione, in sperduti e impreveduti scampoli d’esistenza. Non è ineffabile, ma pop – altro genere di cui Tiziano non si vergogna, ben consapevole, ormai, di poterselo permettere: il suo popular è, anch’esso, complesso, sincopato, soul, inattendibile e al tempo stesso ampio e tradizionale. E ha ragione il suo amico Jovanotti, a tratti ricorda un po’ Ranieri, ne ha la teatralità soprattutto nella possanza vocale come pure in certa enfasi saporosa.

Ogni epoca ha il suo portavoce, e Ferro è diventato lo specchio delle ultime generazioni, ne ha saputo svelare l‘inaspettata intimità, la ricerca d‘un senso che non è, forse, voglia di cambiare il mondo, ma almeno, prima, di comprenderlo, e di darsi una direzione. Tiziano giunge tra le macerie di un paesaggio spersonalizzato, senza memoria, e cerca di costruirsene una. Nell‘ambiguità, naturalmente. Ovviamente. “Uno sorride di com’è, l’altro piange cosa non è/e penso sia un errore”, che poi si tramuta nel misterioso “e penso sia bellissimo”. Non si tratta di alta poesia, però è efficace nella molteplicità delle interpretazioni. Certo, è un errore la troppa sicurezza di sé così come il senso di colpa, ma può diventare “bellissimo” se ci si riconcilia con noi stessi, coi nostri errori, se accettiamo le stranezze della nostra affettività, e si sorride e si piange al tempo stesso, sensibili alle foglie come tutti i depressi – che non sono tristi, bensì spalancati alla vita, quindi capaci di gioie superlative – e inermi, pure. Il futuro ci dirà se quegli “issimi” saranno rivelazioni sabiane o sciatteria lessicale. Per ora, ci piacciono e ci rincuorano. L’ispirazione giunta al giovane Tiziano attraverso non solo il “nobile” gospel ma anche dalla musica elettronica – e a me, personalmente, già aliena – degli anni Ottanta, conferma l’intuizione di Proust: “Detestate la cattiva musica, ma non disprezzatela”. E poi, chi non s’è emozionato con Forever young, sì, proprio quella degli Alphaville? Pur formatami in un diverso contesto, ne fui rapita anch’io, un giorno in Francia, nella pienezza del tumulto amoroso.

A proposito di quest’ultimo, e della vicenda personale di Ferro, nella serata televisiva solo confusamente accennata, ho scritto qualcosa altrove, e in futuro forse ne parlerò ancora. Per adesso, resta l’artista consacrato ma schivo, furbo la sua parte da non volersi trasformare in bandiera di nessuno (siamo avvertiti), protagonista di spettacoli coinvolgenti e caldi, perfettamente studiati – e supportati da uno staff abile ed efficiente – ma non showman né divo puro. Un minimalista affettivo nel senso migliore del termine, quasi tondelliano. Scopriamolo e lasciamolo auto-scoprirsi, senza attenderci nulla, ma quietamente, facendoci stupire dalle nuove, possibili invenzioni. Oggi, la diversità non s’esprime attraverso costumi particolari o atteggiamenti eccentrici, ci passeggia accanto e tutto resta mescolato, vicino a noi eppure distratto. A Tiziano il compito, non facile, ma semplice, di marcare quella differenza, di personalizzare l’intimo di ognuno. Se ci riuscirà, sarà il vero, significativo successo.


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