Tirate fuori gli argomenti! (Il caso dell’immigrazione) 45


Premessa veloce e quindi incompleta sulla differenza fra ‘asserire’ e ‘argomentare’: io sono della scuola che sostiene che gli asserti indimostrati e indimostrabili vadano bene per commentare le partite di calcio, mentre i ragionamenti politici, economici, programmatici etc. devono essere argomentati. Con “argomentazione” intendo una serie coordinata, pertinente e logica di sentenze a sostegno di una tesi, in grado di corroborarla o, in alcuni casi, “dimostrarla come vera”. Se io dico “Grillo ci ha stufati con le sue chiacchiere” propongo un asserto basato su oscure mie riflessioni personali, sui miei mal di pancia, forse su questione di pura empatia; una frase di questo genere servirebbe solo a catalogarmi come avversario di Grillo, ma non sarebbe utile per capire perché Grillo debba piacere o no. Ma se dico: “Grillo non è affidabile perché dice un sacco di bugie, per esempio questa e quest’altra…”, allora sto argomentando il mio giudizio, fornisco evidenze, prove… Argomentare raramente significa “dimostrare”, come vedremo, e consente di regola una contro-argomentazione. Per esempio alla mia critica su Grillo qualcuno potrebbe dire “Quelle che tu hai indicato come bugie di Grillo non sono tali, perché…”. L’argomentazione a supporto di una tesi è il cuore della logica razionale che dovrebbe guidare qualunque discussione, scelta programmatoria, piano quinquennale, disegno strategico. Vale per il Pentagono, vale per Palazzo Chigi e vale per le discussioni qui su MenteCritica.

Argomentare nel mondo “hard” e nel mondo “soft”: a partire da Cartesio e fino a buona parte del secolo scorso, l’idea della razionalità deduttiva che presiede questa idea di “conoscenza argomentativa” ha cercato di fare d’ogni erba un fascio pretendendo “dati” (nel senso di numeri) a sostegno dirimente di qualunque tesi. Numeri: indicatori economici, per esempio, secondo i quali 100 disoccupati sono 100, e non 99 o 101, e il 3% di PIL è il 3,000%, e non il “più o meno 3” o il “3 all’incirca”. Poi si è scoperto che i numeri sono manipolabili, o inattendibili per varie ragioni; che vanno contestualizzati per capirli se no sono piuttosto insensati; che spesso non ci sono; oppure – e questo è il cuore del mio ragionamento – che fenomeni importanti non sono passibili di essere “contati” o “misurati”, ma solo “classificati”. Qui occorrerebbe una lunga discussione tecnico-epistemologica che devo saltare ma, per capirsi, non si può “misurare” la felicità, l’amore, la compassione, la qualità della vita e così via, se non ricorrendo a sistemi indiretti e vaghi. Se volete esempi di argomentazioni hard (possibili in parte, e con gravi rischi se si è ingenui, in campo economico) potete leggere fra gli altri gli articoli del signor Spok qui su MenteCritica (per esempio QUESTO oppure QUESTO; tutti gli articoli di Spok andrebbero letti attentamente come esempio di come si argomenta evitando scivoloni ideologici, asserti meramente umorali, fantasie et similia… ma lui è un vulcaniano e ovviamente parte favorito).

Il problema è che il mondo è più complicato di quello che appare guardando una tabella o un grafico. L’occupazione cala ma anche la disoccupazione, le aziende chiudono ma il commercio con l’estero va bene, lo spread cala ma il debito pubblico aumenta. E quindi? Stiamo migliorando o peggiorando? Anche laddove ci sono “i numeri” la questione che si pone è sempre quello della loro interpretazione. Quali numeri si prendono, come vengono accostati l’uno all’altro (e fin qui può nascondersi anche il dolo) ma soprattutto come vengono poi interpretati, sono questioni di capitale importanza, che fa sì che neppure l’economia – per intenderci – sia una scienza esatta, checché dicano di loro stessi gli economisti che in questo decennio hanno preso cantonate a dir poco colossali.

Ma è fuori dal campo economico che ci si trova ad argomentare senza dati (o pochi e non centrali) e l’argomentazione – per non scadere negli asserti da bar – deve farsi logica, indicazione di fenomeni palesi, esperienza percorribile e verificabile. Una diversa argomentazione che ovviamente lascia lo spazio a molte più possibilità contro-argomentative, anche a quelle viziate da profondo ideologismo che potrebbero non essere immediatamente riconosciute.

L’esempio della cosiddetta immigrazione clandestina; come porre la questione. Potrei fare numerosi esempi ma quello più attuale è ovviamente questo che vorrei sintetizzare in questo modo:

  1. sbarchi continui con morti, fino al barcone di Lampedusa con centinaia di vittime;
  2. sindrome dell’”italiano brava gente”, commozione, Autorità, “Mai più”, “Vergogna!”, “Bisogna fare qualcosa”. Questo è uno degli aspetti dell’italianità che più mi produce fastidiose allergie epidermiche;
  3. immediate polemiche pro o contro il reato di clandestinità e pro o contro ciò che si deve fare (su MenteCritica ne ha parlato il nostro Comandante in due distinti articoli che trovate QUI e QUI).

Qui i “dati” disponibili sono pochi e scarsamente significativi sotto il profilo di un’argomentazione capace di indicare una soluzione. Ma di contro abbiamo molte “informazioni” sui flussi, loro ragioni e composizione, normative e così via. Ce n’è insomma abbastanza per capire almeno queste poche cose:

  • lessico: siamo noi a definirli “immigrati clandestini”, loro invece si definiscono Amir, Jaber, Anisa o Rania. La “clandestinità” è un’etichetta stigmatizzante entrata davvero lestamente nella mentalità collettiva. Non posso dilungarmi sugli effetti perlocutori del linguaggio ma, in breve, il linguaggio “costruisce” la realtà, e se questi sono chiamati “clandestini” sono già fritti, poco altro resta da dire; chiediamoci come mai usiamo certe parole, chi le ha proposte e imposte… avremmo già una visione differente delle cose;
  • reato: reato è ciò che le leggi stabilisco essere reato; se domani passa una legge che impone il carcere per chi lecca il cono gelato anziché usare la più igienica palettina, avremmo il reato di leccata e magistrati in tutta Italia felici di avere la scrivania ingombra di nuovi fascicoli. Voglio dire: che una cosa sia sancita come “reato” non significa che sia sicuramente il male, ma solo che qualcuno ha avuto la forza politica di imporla come tale. Se non capiamo questo punto è inutile discutere qualunque cosa;
  • giustizia: questo fantastico “reato” ingombra di inutili fascicoli i tribunali italiani, assieme a quell’altra genialata della destra, la Giovanardi-Fini che reprime i piccoli spacciatori e tossicodipendenti. Decine e decine di nuovi fascicoli giornalieri sui tavoli dei Sostituti Procuratori che devono occuparsene, uno per uno, assieme ai due tre veramente gravi (rapine, omicidi, stupri…). Chi chiede di depenalizzare il reato di “immigrazione clandestina” ha soprattutto in mente l’ottuso ingolfamento della giustizia italiana anche a causa di questo. E ha in mente anche il prossimo essenziale punto, ovviamente;
  • efficacia: pari a zero. Essendo una legge stupida e repressiva buona per i gonzi leghisti e, a quanto pare, non solo per loro, utile per la propaganda e la demagogia, ovviamente non ha fermato un solo migrante e raramente ha condotto in galera qualche scafista (scafisti che sono cani rognosi, ma sono la manovalanza dell’organizzazione di tali migrazioni). In una nazione di persone capaci di intendere e di volere dovrebbero bastare questi “dati” per valutare il fallimento della Bossi-Fini (prima o poi scriverò un post sulla necessità di valutare le politiche pubbliche; intanto potete leggere QUI).

Immigrazione clandestina. Quali soluzioni. Le soluzioni non possono che partire dalla chiara formulazione del problema. Che – come ho  mostrato – non mi sembra esserci. E, ovviamente, da una chiara volontà a risolvere il problema che in Italia c’è sempre, almeno a giudicare dalla quantità di talk-show dove, notoriamente, si affrontano le questioni serie da noi. i) Analisi del problema; ii) valutazione delle possibili soluzioni; iii) legiferazione; iv) valutazione del successo o insuccesso dei dispositivi adottati. É così difficile? Io non sono un esperto di migrazioni (ma non è che mancano, e anche autorevoli, in Italia), e quindi mi avvio alla conclusione segnalando quanto meno questi punti:

  • distinguere, in qualunque normativa, fra rifugiati e migranti economici: i primi non possono essere soggetti alla stessa disciplina dei secondi;
  • aprire tavoli seri con i Paesi di partenza, almeno nei casi di governi stabili; non nel modo sciagurato con cui Berlusconi trattò con l’amico Gheddafi, ma organizzando localmente e di concerto con quei governi operazioni di individuazione e contrasto alle organizzazioni malavitose che lucrano sui disperati, e di cui gli scafisti sono solo quadri intermedi facilmente sostituibili (analoga attività investigativa in Italia per snidare i basisti);
  • aprire un serio negoziato con l’Europa (Letta ha promesso di farlo, e sarebbe anche ora!) perché è noto che la stragrande maggioranza dei profughi e migranti vogliono proseguire per il Nord del Continente. L’Italia è solo una porta, ma è porta di molteplici Paesi che devono farsi carico del problema assieme a noi;
  • realizzare centri di accoglienza umani e dignitosi  (così come occorrerebbero carceri umane e dignitose, altro tema caldo di questi giorni) perché l’Europa ha norme severe perfino per un dignitoso e “umano” trasporto dei maiali che vanno al macello, e non credo che Amir, Jaber, Anisa o Rania debbano essere trattati peggio dei maiali.

Questi quattro punti non bastano, ovviamente. Resterebbe l’impossibilità di trattare con Governi instabili, inaffidabili o in guerra; resterebbe una parte di clandestinità; resterebbe l’onere economico… Parliamone. Poiché è constatazione largamente condivisa che i fenomeni migratori siano inarrestabili, e poiché vediamo che in Italia ne abbiamo assai meno che in altri Paesi, la conseguenza logica è affrontare il tema con mente sgombra cercando soluzioni possibili. Senza gli isterismi che accompagnano qualunque emergenza in Italia.


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