Thriller Ingroia e gli zombie arancioni 6


Abbiamo assistito in questi giorni a movimenti convulsi nel mondo “a sinistra del PD”, sfociati nel probabile scioglimento del neonato movimento “Cambiare si può” e nella formazione di un cartello elettorale di partitini (PRC, PdCI, IdV, Verdi) sotto la candidatura di Ingroia.
E’ l’ennesima riproposizione del solito copione, già mille volte recitato: a ridosso delle elezioni c’è sempre qualcuno che propone la formazione di una lista capace di riunificare quel che resta dell’arcipelago della sinistra alternativa (stavolta mettendoci in mezzo anche l’IdV pur di raccattare i voti necessari a superare lo sbarramento), e di riconnetterlo alle tante realtà di cittadinanza attiva nella società. Basterebbe chiedersi come mai ne è disconnesso per capire quanto sia inutile un tale lavoro. E invece ogni volta la stessa storia di tentativi finiti male: abortiti ancora prima di nascere o trasformati in carrozzoni ad uso dei capibastone dei vari partitini, destinati a disintegrarsi (fortunatamente) immediatamente dopo le elezioni.

Lo scopo dichiarato di questi tentativi di aggregazione è sempre lo stesso: costruire una sinistra vera, buona, giusta, capace di rinverdire i suoi antichi ideali, che mandi in soffitta quella falsa, cattiva, ingiusta, traditrice, cioè quella che effettivamente esiste oggi.Quasi sempre tutto ha inizio dall’iniziativa di brave persone che si rendono disponibili a coprire col proprio volto pulito queste basse operazioni elettorali.

Sarebbe molto meglio se, invece di continuare in questi tentativi, chi voglia costruire un movimento di riscatto popolare, di lotta anticapitalistica, di riconquista dei diritti, prendesse atto della realtà politica presente in Italia e nella maggioranza degli altri paesi avanzati: la definitiva trasformazione dell’intero ceto politico (di destra e di sinistra) in un gruppo di funzionari delle oligarchie nazionali e internazionali, la cui unica funzione (ben pagata) è quella di gestire la politica in modo da ottenere ciò che tali oligarchie vogliono: la distruzione dei diritti sociali, del livello di vita popolare, della civiltà sociale dei nostri paesi. Il ceto politico ha assunto il compito di controllare e gestire il disagio e il dissenso che tutto ciò genera. Destra e sinistra sono totalmente unificate, da questo punto di vista, e si dividono solo su questioni secondarie e su problemi di immagine, producendo scontri e polemiche che funzionano come “armi di distrazione di massa”.
Una politica di difesa dei ceti subalterni e della civiltà del nostro paese non può che passare, quindi, attraverso la rottura drastica con l’intero ceto politico, di destra e di sinistra (sia essa moderata, radicale, alternativa o vattelapesca).
L’appello “Cambiare si può” si avvicinava a queste considerazioni, ma la sua proposta è fallita proprio perché “orientata a sinistra”.
I promotori speravano di poter dar vita ad una lista elettorale incentrata su candidati della società civile, ma capace di coinvolgere anche i partiti, che però avrebbero dovuto fare un “passo indietro” rinunciando almeno a candidare i proprio segretari.
Ma se è vero, come è vero, che solo spazzando via l’intero ceto politico attuale, di destra e di sinistra, ci può essere speranza per il nostro Paese, come è possibile creare un movimento politico che abbia chiari questi concetti e allo stesso tempo si definisca “di sinistra”, o faccia comunque riferimento, anche solo implicitamente, al mondo della sinistra?
Procedere in questo modo non porterà che alla morte del movimento ed al ribaltamento di quanto proposto dagli stessi promotori. Il che è esattamente quel che è successo a “Cambiare si può”, dove gli aderenti hanno votato a favore della lista Ingroia, nonostante i promotori fossero contrari, dato che il magistrato ha fatto spallucce di fronte alla richiesta di non candidare i segretari di partito.
Il punto è che, essendo “Cambiare si può” un movimento di sinistra, gli aderenti ai partiti di sinistra vi si sono immediatamente tuffati, ed hanno sostenuto gli interessi dei loro caporioni.
Più in generale, quel che accade in queste realtà politiche, è che chi vi aderisce ritiene, ovviamente, che la sinistra realmente esistente sia meglio della destra realmente esistente. Dal che discende l’idea che un governo di centrosinistra, alla fin delle fini, sia meglio, o meno peggio, di uno di centrodestra.
Così un movimento nato su queste basi, indipendentemente dalle ragioni e dagli obiettivi dei promotori, inizia ad avere difficoltà a dire la verità, cioè che la vittoria di Bersani oppure quella di Monti o Berlusconi sono tutte, allo stesso modo, disgrazie per l’Italia. Magari differenti negli aspetti esteriori, ma identiche nella logica economico-sociale e negli esiti.
Stiamo dicendo, in sostanza, che la posizione di “Cambiare si può”, e di tutte le iniziative analoghe, era minata da un’evidente contraddizione. Da una parte proponeva, giustamente, di porsi all’esterno dal centrosinistra. Dall’altra non voleva o poteva rompere definitivamente con esso.
Di qui la posizione ambigua nei confronti degli “arancioni”, che invece sono pieni zeppi di ceto politico e non vedono l’ora di aprire il dialogo col PD (e non stanno nella coalizione di centrosinistra solo perché Bersani li tiene fuori). L’esito non poteva essere più scontato.
Quanto agli “arancioni”, non vale la pena di spenderci molte parole: un’accozzaglia di micropartiti che cercano di mettere assieme i voti necessari per portare in Parlamento i loro capetti. Senza ovviamente proporre nulla di alternativo all’austerity, alla trappola dell’euro, alla dittatura della UE.
Spiace che persone per bene come Ingroia accettino di far da copertura a queste basse operazioni politiche. Ingroia sembra il Michael Jackson di “Thriller”, che trovandosi di fronte ad un gruppo di zombie, si accorge di essere uno di loro, si pone alla loro testa e ne dirige il ballo.
Aggiungiamo una considerazione finale. E’ da decenni che sentiamo parlare della costruzione di una sinistra che sia finalmente quella giusta, buona, vera, capace sul serio di difendere i ceti subalterni, l’ambiente, i diritti.
Di tentativi analoghi a “Cambiare si può” ne abbiamo visti in numero infinito, grandi e piccoli. Forse al primo o al secondo tentativo si poteva concedere il beneficio del dubbio. Oggi ci sentiamo di dire a chiunque pensi di ritentare: “lasciate perdere”.

di Marino Badiale e Fabrizio Tringali dal sito Main Stream


6 commenti su “Thriller Ingroia e gli zombie arancioni

  • Vittorio Mori

    Io penso che l’organizzazione in partiti abbia un po’ esaurito la sua formula in Italia. Oppure la nostra politica tutta. Ossia: io credo che finché la politica da noi ha questa connotazione carrieristica, non si va da nessuna parte. Un uomo politico da noi serve solamente come grimaldello per accedere una (virtuale) cassaforte che si chiama “soldi pubblici” e drenare da lì più risorse possibili, per creare finti posti di lavoro burocratici per gli amici,i sodali, appalti per gli sponsors, etc. Più è abile in questo più ha successo, carriera e stabilità politica. Una componente di spregiudicatezza, e anche di affiliazione malavitosa, sono dei bonus che permettono carriere fulminanti, tipo quella di Belsito, per fare un esempio. Penso che sia per questo che il debito pubblico da noi esploda ogni volta: c’è un problema di come viene intesa la politica, da noi ipocritamente vestita di ideali, quando invece è solo una Gilda di Ladri che si prepara a scassinare una cassaforte che è oramai vuota, e la si riempie a debito, da una venticinquina di anni. Saranno dicorsi populisti, ma è la realtà. La miopia di questi ladri è questa, nella loro ingordigia senza fine hanno fatto morire di inedia la vacca che faceva loro il latte, ossia il tessuto produttivo del paese. Al primo vento di crisi, la pelle morta che ricopriva lo scheletro della vacca è volata via, e ora siamo lì davanti, basiti, ad osservare queste ossa morte, senza nessuno che sappia più cosa fare, c’è solo questo belare di “più europa” solo perché NON SI SA COSA FARE, non perché sia una vera soluzione. Più europa, per molti, è sperare che il lavoro delle altre nazioni europee serva a tappare i buchi (neri) di bilancio di chi ha inteso la politica come puro ladrocinio. Trovo normale che c’è chi si opponga a questi discorsi e agli eurobond. Io all’Italia non comprerei più un centesimo di Euro di debito pubblico, in modo che fallisca, in primis, questo sistema ladresco. Purtroppo questi maiali a Roma stanno facendo di tutto, ma proprio di tutto, per continuare in questo sistema suicida. Io non credo al biocapitalismo dei soldi-che-si-fanno-coi-soldi. Credo che sia solo un sistema virtuale che può durare, al massimo, una generazione. I bisogni umani di realtà, alla fine, esplodono, e per quanto ci si dia da fare al massimo con i pannicelli caldi, il giochetto “ha da finì”. E finirà, credo presto, quando ci finiremo i “pagherò” che stiamo facendo solo per mantenere la spelonca di ladroni.

    • lucaspazio

      Ciò che ci racconti avviente più o meno in ogni altro stato. Solo che negli altri stati, specialmente quelli nord atlantici, hanno dei mastini a guardia dell’etica. Basta che uno tiri fuori dal portafoglio una carta di credito dello stato che hai già il giornalista pornto a pubblicare la foto dello scontrino ed un magistrato pronto a metterti in galera ed una popolazione pronta a metterti in un cassetto e a non tirarti fuori mai più. Io direi che in Italia, come in molti altri stati c’é da riformate altro che la politica, o meglio, la politcia in quanto gestione della cosa pubblica in tutte le sue componenti.

  • Adriana

    Mi piace questa attenzione di Redazione a Main Stream, che non seguo sistematicamente solo per questioni di tempo. Agli interessati segnalo che Badiale e Tringali sono autori di “La trappola dell’euro” con prefazione di Alberto Bagnai, edito da Asterios. Dalla pagina di Main Stream si possono attivare i link di cui nel cartaceo.

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