Dimenticateci


Ho scritto questo pezzo a gennaio di quest’anno, ma non l’ho mai reso pubblico condividendolo solo intimamente. Probabilmente una questione di pudore per un racconto che non ho filtrato con i soliti schermi. Da gennaio a oggi le cose sono molto cambiate e poi ho letto questa notizia sull’abbattimento del teatro Kombetar a Tirana, costruito durante l’unificazione dei regni italiano e albanese nel 1935. In Albania ha prestato servizio un mio altro congiunto, non quello di cui leggerete nelle righe che seguono. Questo mi ha fatto venire in mente queste righe dimenticate. Da tempo penso che l’energia e la forza spese per costruire la storia del nostro paese, nel bene e nel male, oggi non abbiano più nessun valore. Ora sarebbe tempo di discutere di passato, futuro e, soprattutto, presente, ma non ne vale più la pena. Nemmeno di nascondersi.

Approaching
I Rangers la chiamano Mog. Ci metto un po’ a capire di cosa parlano perché sono tutti del sud. Il frastuono dell’elicottero, insieme al loro accento, mi rendono incomprensibili le loro battute fitte di termini Spanglish. Mi sporgo a guardarla dal portellone laterale mentre l’MH-60 fa una leggera virata di approccio. Nella luce rossa della sera, distesa su una lunga spiaggia frastagliata. la Città e suoi minareti suggellano una promessa silenziosa fatta di caldo secco dell’equatore, di profumo di fiori passiti e dell’odore di morte che sembra sorgere fino a questa quota.
Dai quartieri a est si levano tre colonne di fumo e si vede lampeggiare un’alta fiamma che illumina il crepuscolo. In cuffia mi arriva la voce del pilota. C’è un cambio di programma. Intorno all’aeroporto sono state avvistate delle tecniche dei Secchi e si teme che possano essere equipaggiate con Manpads o RPG. Tutti i sentieri aerei di approccio alla base sono chiusi fino a quando il personale impegnato nel rastrellamento non comunicherà il suo “Clear”. Ci tocca sbarcare su un tratto di spiaggia fatto di rena sottile, bagnato da una lunghissima onda grigia. Quando l’MH-60 decolla e ci lascia in attesa degli Humvee con i quali raggiungeremo gli alloggiamenti, non so se è l’aria salmastra che mi ricorda casa, il rombo dei suoi motori, il rosso cupo di un tramonto severo, il turbine di sabbia che si scatena o semplicemente la mia paura a fermarmi per un attimo il cuore.


Welcome
Il sergente mi scruta in silenzio e i suoi occhi si posano subito sulla patch col Jolly Roger che porto sulla spalla. “Questa devi toglierla” mi dice. “Ci sono tuoi camerati che lavorano per i Secchi e finisce che qualcuno di noi ti apre in due”.  La gente che fa il mio mestiere non piace a nessuno perché non si capisce mai esattamente da che parte sta. Non posso indossare insegne dell’ONU e tanto meno di una nazione della coalizione. Affittano gente come me proprio perché non sono tenuto a rispettare le regole di ingaggio. Però devo per forza portare un simbolo di riconoscimento. Scopro che la soluzione che hanno trovato è quella di appiccicarmi una patch completamente bianca, senza nessun simbolo. “E’ il colore della Pace” mi dice il sergente e sorride “e poi i Secchi non riescono a tenere niente pulito. Il bianco è un colore che non possono portare per questo non si arrendono” e ride di nuovo.  Poi mi chiede da quale parte dell’Italia vengo. Il suo bisnonno veniva da Sapri e lui ha ancora parenti lì che è andato a trovare un paio di volte. Parliamo un po’ di quel mare azzurro, della cucina e della pace che si respira a un miliardo di chilometri da qui.
Quando arrivo nella baracca del personale a contratto mi viene incontro un polacco con cui ho fatto un altro deployment di un paio di mesi qualche anno prima. Era uno di quelli che per dimostrare di non avere paura fanno il diavolo a quattro quando gli metti in mano un fucile. Gente pericolosa dalla quale stare lontani perché strafare, nel nostro mestiere, vuol dire lasciarci la pelle. Si fa quello per cui si viene pagati. Niente di meno, niente di più.
Mi chiede subito quanto rimango e quanto mi hanno pagato. Non mi piace, ma proprio per questo gli dico quello che vuole sentirsi dire. Una cifra bassa, poco oltre il limite dell’accettabile. Gli dico che avevo bisogno di soldi, che ero fermo da troppo. Lui mi sorride tutto contento, convinto di aver estorto a Zurigo il massimo possibile. Probabile che gli abbiano dato la metà di quello che ho preso io, ma ora siamo tutti felici.
A cena mangiamo in un tavolo a parte dedicato al personale a contratto. Come dicono loro, i Ranger sono volontari tre volte e quelli della Delta che si riconoscono subito per le divise fuori ordinanza e l’atteggiamento spavaldo, lo sono anche una volta in più. E’ normale che noi non gli si piaccia. Gente che combatte senza una bandiera, e che, soprattutto, prende una paga che è cinque volte la loro.
Nella notte, mentre dormo spossato dal viaggio, sogno la luce che si riflette sulle case bianche, i pescherecci che prendono il mare la sera e il caldo silenzio nel quale a casa mia si consumano i pigri pomeriggi d’estate.


Mog
Faccio i miei primi turni di servizio lungo la Linea Verde, il confine che taglia in due la Città e che segna l’invisibile frontiera tra le fazioni del nord da quelle del sud. Il nostro obiettivo è tenerle separate per evitare che gli scontri possano diventare la scusa per le sanguinose rappresaglie sui civili. E’ un lavoro inutile. Siamo troppo pochi e non conosciamo il terreno come si dovrebbe. Gli elicotteri che ci danno supporto volano con la minaccia costante dei Manpads, ma si procede con la rassegnazione che solo il fucile e il cammino silenzioso sanno insegnare.
Mi sono sottratto da tempo al fascino insinuante della devastazione, ma la profonda ferita nella quale ci aggiriamo come piccoli insetti e ben più di una città fantasma. Tra le case diroccate, i muri macchiati di fumo, i resti di quelli che una volta sono stati animali o uomini o bambini, il trionfo della morte celebra il suo massimo splendore.
Nei nostri giri di pattuglia arriviamo nei pressi di una costruzione che sembra una specie di binocolo poggiato sulle lenti anteriori. Nonostante le condizioni disastrose, quello strano edificio mi ricorda qualcosa. Solo dopo molte ore mi ricordo di una vecchia cartolina ingiallita che mia madre ancora conserva tra i ricordi di suo padre. In basso era scritto “Piazza 21 Aprile” e dietro, in una grafia elementare, i saluti che mio nonno mandava alla sua giovanissima sposa di allora. Da bambino avevo visto una sua foto, circondato da uomini sorridenti con le tuniche bianche. Alle spalle aveva una cattedrale con due campanili che somigliavano a torri medioevali. L’idea che, a tanti anni di distanza, io e lui siamo partiti dalla stessa terra per fare servizio nella stessa città distante migliaia di chilometri per un attimo mi fa girare la testa. E’ stato un nonno divertente. Ogni tanto mi faceva mettere il suo cappello con le piume e mi raccontava di quando il suo bastimento di ritorno dall’Africa era stato affondato da un sottomarino inglese. Alla fine, senza nemmeno sapere bene perché, mi metto a cercare questa vecchia cattedrale che so esistere ancora. Infine, in uno degli infiniti giri di pattuglia, ci arriviamo. Chiedo all’autista di fermarsi un attimo. Della cattedrale è rimasta solo la facciata e i resti dei campanili che saranno definitivamente abbattuti qualche anno dopo. Per un istante mi viene in mente di farmi fotografare nello stesso posto. Una cosa stupida che non faccio mai perché odio guardarmi, ma la storia di mio nonno e del suo cappello con le piume mi ha rincretinito. Mog mi rimette subito in riga. Su un lato dello slargo c’è un mezzo blindato bianco. La pattuglia di soldati pachistani al check point ci fa segno di andare via subito. Uno di loro mette due dita vicino al collo facendo il segno della gola tagliata. A terra ci sono diversi corpi coperti alla alla bell’e meglio con dei teli scuri. Alcuni dei corpi sono piccoli. O sono dei cani o sono dei bambini. Ma non ci sono cani a Mog. Li hanno mangiati tutti. L’orologio sulla facciata è fermo alle nove e quarantacinque.

Della vita e della morte
La notte che precede l’appuntamento, in quelle luminose giornate di ottobre, passa senza che io sogni nulla. Così che mi avvio verso la pallottola che porta il mio nome senza che un viso o una parola amica mi abbiano accompagnato. Prima del fuoco gli uomini hanno tutti paura. Più che del lunghissimo buio, che è troppo enorme per essere veramente compreso, si teme il dolore, l’atroce sofferenza della mutilazione, l’incubo della prigionia. Ci si avvia comunque, perché ciascuno di noi stringe un patto di accettazione con se stesso che spesso conduce per strade poco battute.
Sono più o meno le due del pomeriggio. Indosso un vest bullet proof molto scomodo ed ho fatto la stupidaggine di non alleggerire l’abbigliamento che porto sotto. Ho caldo e i quattro chili dell’M870 che mi trascino quando sono di “punta” mi hanno stancato le braccia. La zona è quella interdetta a militari e civili. Ho tre uomini che mi coprono mentre avanziamo in perlustrazione. La strada sembra deserta, ma le decine di ruderi e costruzioni diroccate fanno di questa capitale dell’apocalisse il luogo ideale per un’imboscata. Mi sembra di sentire un rumore da una stradina laterale e decido di controllare più che altro per evitare un attacco a sorpresa. Faccio cenno alla mia scorta di coprirmi mentre entro nel vicolo ombroso alla mia destra. Attendo che i miei vadano in posizione e faccio qualche passo. MI fermo per dare agli occhi il tempo di abituarsi, poi proseguo. Sento un rumore di ciottoli alla mia sinistra e mi giro. Dietro una parete sfondata c’è qualcuno che mi punta addosso un fucile. Non ho nemmeno il tempo di avere paura che mi trovo scaraventato a terra dall’impatto di una pallottola. Sento un dolore molto forte al torace e mi sembra di non riuscire a respirare, per questo mi giro cercando di strisciare sotto il fuoco di copertura che la mia squadra sta scatenando. Riesco a mettermi seduto, ho giusto il tempo di raccogliere l’M870 quando vedo una sagoma uscire dalla casa e dirigersi verso di me. Sparo senza mirare e il calcio del fucile a pompa poggiato sul torace mi provoca un dolore così forte che sento immediatamente il vomito salire alla gola. Il tango, sotto la raffica di pallettoni a breve distanza cade lasciando il fucile. Io cerco di mettermi al riparo, in attesa di essere recuperato.
Passano circa dieci minuti. La mia squadra si avvicina lentamente in attesa del backup che dovrebbe arrivare di lì a poco. Un compagno mi raggiunge. Non sono ferito. Il giubbotto mi ha protetto, ma devo essermi rotto una costola per questo ho dolori così forti. Poi arriva il “clear”. Probabilmente si trattava di qualcuno che cercava qualcosa da rubare nella zona interdetta ed era venuto da solo al nostro appuntamento.
Quando mi rialzo e lo guardo capisco perché li chiamo Secchi. Avrà avuto poco più di quattordici anni. Nessuno diventa mai vecchio a Mog. Magro e scuro come un bastone bruciato. La mia fucilata lo ha praticamente spezzato in due come un ramo secco. Dal torace squarciato si vede il bianco delle costole sottili e lunghe come pistilli di un fiore.

25 anni dopo
Sulla strada del mio ritorno non ci sono stati sottomarini inglesi e io non ho portato un cappello di piume da appendere in camera da letto con cui giocheranno i miei nipoti. Ho solo avuto una larga macchia viola che si era allargata fino a coprire il cuore. Poi, è passata anche quella.
Mi sono spesso chiesto cosa avrebbe pensato mio nonno se avesse potuto vedere Mog ridotta nello stato in cui l’ho lasciata io. Tornato a casa, ho incominciato a cercare le foto della “sua” Mog e le ho raccolte insieme in una cartella. Ogni tanto le sfoglio per ricordare che tra il mondo di luce e quello di tenebra il confine è quasi impercettibile e che ogni giorno di pace va sempre preso come un prezioso regalo.