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The Internet: Serious Business

10 settembre, 2008 di harlot  
Archiviato in Democrazia e Diritti, Informazione, Sul Web



Se in questi giorni vi capita malauguratamente di passare per Cantù e di essere al contempo possessori di un blog o di un sito, vi conviene fuggire a gambe levate. E in fretta: da un momento all’altro può arrivare una segnalazione anonima al “numero verde” (il modo migliore per inaugurare la nuova Fase del Terrore: a quando le ghigliottine nell’agorà?) che vi dichiari clandestini; non clandestini extracomunitari, beninteso. Piuttosto, stampatori clandestini (1), pericolosi carbonari, propalatori di oscuri samizdat telematici volti all’eversione dell’ordine costituito.

La vicenda è quella del giornalista Carlo Ruta. Due mesi fa, il suddetto era stato condannato alla multa di 150€ e (soprattutto) alla refusione delle spese processuali per essersi macchiato del reato di “stampa clandestina”, modernissima fattispecie prevista dall’art. 16 della l. 47/1948. Bene, cioè male: da qualche giorno in rete circolano le motivazioni della sentenza.

Per farla breve (spoiler): se i tribunali interpretassero la normativa vigente in questo modo, tutti i blog e i siti d’informazione sarebbero prodotti editoriali non registrati, quindi clandestini, quindi criminali. Tutti, sic et simpliciter. Ma andiamo ad analizzare i punti salienti della pronuncia giurisprudenziale.

Orson Welles delivers!

La definizione di prodotto editoriale è fornita dall’art 1 della l. 62/2001: “prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici“. Su questo regime la dottrina e la giurisprudenza si sono divise in due orientamenti differenti: il primo riconduce l’applicabilità dell’art. 1 solamente a chi usufruisce delle agevolazioni previste dalla legge stessa (cioè finanziamenti & affini); l’altro, quello più seguito, equipara un sito internets ad una pubblicazione a mezzo stampa.

L’art. 5 della l. 47/1948 (quella violata – pfff! – da Carlo Ruta, per intendersi), prescrive che “nessun giornale o periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi“. Un giornale, com’è noto, è caratterizzato prevalentemente dalla diffusione al pubblico, dalla testata (art. 1 comma 3 l. 62/2001), dalla periodicità della pubblicazione, che può essere quotidiana, settimanale, quindicinale, mensile, etc. e da molte altre cose (vedi: art. 2 l. 47/1948). Insomma, dopo alcune disquisizioni giuridiche, il Tribunale dice che:

L’art. 16 della legge sulla stampa [l. 47/1948] si applica anche ai giornali telematici non già in via analogica, come da alcuni sostenuto, ma perché è lo stesso legislatore che rinvia a detta disposizione nel momento in cui impone alle testate periodiche l’obbligo della registrazione.

Perfetto. Poi c’è il d.lgs 70/2003, che regola l’attività di prestazione di servizi di informazione, del quale ci interessa l’art. 7 comma 3: “La registrazione della testata editoriale telematica e’ obbligatoria esclusivamente per le attivita’ per le quali i prestatori del servizio intendano avvalersi delle provvidenze previste dalla legge 7 marzo 2001, n. 62“. Qualcuno potrebbe dire: ma quindi il singolo – giornalista o meno – che scrive articoli sul suo sito senza beccarsi una lira e senza essere prestatore di servizio è esentato dalla registrazione! Beh, no:

il complesso sistematico delle norme impone un’esegesi delle medesime nel senso che al singolo giornalista, che non svolge la propria attività in forma economica e che non presta servizi in favore di una società di informazione, non può applicarsi la disposizione di cui all’art. 7, comma 3, del D. Lvo n. 70/2003 [...] perché tale disposizione riguarda solamente il c.d. prestatore di servizi, rimanendo conseguentemente il singolo giornalista sottoposto all’obbligo di cui all’art. 1, comma 3° ultimo periodo, della 1. n. 62/2001.

Chi scrive online con periodicità di “fatti di cronaca” e di “tematiche socialmente meritevoli di essere note” deve dunque registrare la testata al tribunale – e non si può fare altrimenti, dal momento che se così non fosse si verrebbe a creare “un’ingiustificata disparità di trattamento tra i giornalisti della carta stampata, i quali soli sarebbero costretti a rispettare il dettato della legge del 1948 sulla stampa, ed i giornalisti telematici i quali, invece, potrebbero pubblicare in rete senza alcuna limitazione e senza alcuna forma di controllo (2)”.

L’internets, inoltre, oltre ad essere una realtà sfuggente e magmatica, giuridicamente traversale e fonte di preoccupazione per le mamme e le vecchie, è

la forma più efficace e potenzialmente più insidiosa [corsivo dell'autore] di diffusione di una notizia, dato o informazione, giacché tale “luogo” virtuale può essere visitato non solo da colui che è specificamente e direttamente interessato a conoscere una certa notizia, ma può essere visitato anche da soggetti che, inserendo uno o più termini in un motore di ricerca [ooooh!], vengono indirizzati al sito in oggetto.

Coraggio: il meglio deve ancora arrivare.

Blog macht frei

Il sito di Carlo Ruta (www.accadeinsicilia.net), alla luce di quanto detto sopra, è sicuramente un prodotto editoriale ex art. 1 l. 62/2001. Perchè?

Innanzitutto perchè lo dice lui:

è lo stesso imputato che, intitolando il proprio prodotto “Accade in Sicilia giornale di informazione civile”, ha definito e qualificato il proprio prodotto come giornale diretto a svolgere attività di informazione e, dunque, come prodotto editoriale.

Capito? Bisogna stare attenti, la prossima volta, a mettere certe tagline. Ad esempio, se si scrive “Ho Ucciso Kenny”, oppure “Ho Corrotto Tutto Il Mio Consiglio Comunale Con I Soldi Rubati Alla Parrocchia”, preparatevi, nel primo caso, a farvi stringeri i polsi da gelide e dentellate manette; nel secondo, invece, tenetevi pronti a scaldare il futuro laticlavio di Montecitorio.

Accadeinsicilia, inoltre, è da considerarsi un prodotto editoriale per il tenore degli articoli e per la periodicità delle pubblicazioni. Ora, periodicità significa ripetizione costante, regolare – quindi un prodotto editoriale, come già detto in precedenza, deve essere a cadenza quotidiana, settimanale, etc. per rientrare nel paradigma legale. Ed invece si viene a scoprire che, stando a quando riportato nelle motivazioni della sentenza e nei tabulati (3), di periodicità non si può esattamente parlare:

Dalle pagine del suddetto giornale rinvenute dalla Polizia Postale di Catania e da quelle già acquisite al fascicolo per il dibattimento si evince chiaramente che gli articoli venivano pubblicati con cadenza giornaliera, dato peraltro confermato, come già anticipato, anche dalla denominazione data dallo stesso imputato di “Giornale” che letteralmente significa quotidiano di informazione” (vedi articoli datati 27.11.2004, 25.11.2004, 15.11.2004, 17.11.2004, 10.11.2004, 6.11.2004, 3.11.2004, 1.11.2004, 30.10.2004, 28.10.2004, 14.10.2004, 13.10.2004).

Uhm. Davvero “cadenza giornaliera” significa “articoli-ogni-due-o-tre-giorni”? E’ questa la chiave di volta dell’intero affaire: se per periodicità, frettolosamente liquidata dal Tribunale in poche righe, si intende qualsiasi momento temporale, allora tutti i siti ed i blog d’informazione sono fuorilegge.

Ruta aveva inoltre affermato, in sede di dichiarazioni spontanee, che accadeinsicilia.net non rappresentava un giornale, ma era un blog, un “diario civico”. A mio avviso non si può parlare di blog: trattavasi piuttosto di un sito, piuttosto rudimentale e datato, chiaramente Web 1.0, con caricamento manuale in HTML di articoli, interventi e documenti – comunque, di certo non un giornale riconducibile alla fattispecie normativa. A questo punto, il Tribunale si avventura in un’ardua sistematizzazione del termine “blog”, della sua funzione e del suo utilizzo:

[...] Per pubblicare degli articoli sul sito creato dal Ruta era necessario contattare costui e sottoporre alla sua preventiva valutazione l’articolo che si intendeva pubblicare. Pertanto appare evidente come il sito in questione non fosse un blog, al quale chiunque potesse accedere e partecipare al dibattito, ma era un vero e proprio giornale dotato di una testata e di un editore responsabile.

D’accordo. E i blog multiautoriali? E i contributi esterni? E gli articoli tradotti da un altra lingua? E i post di un’altra persona citati nel proprio blog? Insomma, alla fine un blog si riduce a questo: un diario in cui si affrontano gli argomenti più eterogenei (4) (anche qua: e se ci sono dieci articoli di attualità e cinque di anedotti personali?), basta che i commenti siano aperti. Ai siti che hanno disabilitato l’opzione dall’admin panel: riabilitatela, prima di trovarvi la forza pubblica tra le mura di casa.

Siamo nel vostro Internet, corrompendovi le vostre libertà

In definitiva, è abbastanza ragionevole pensare che tali motivazioni non reggano ad un vaglio giuridico più approfondito. Tuttavia, a parte alcuni aspetti squisitamente tecnici, il thema decidendum non è completamente fuori dalla realtà, come ad esempio può esserlo Frattini in relazione alla crisi russo-georgiana o Kossiga che rilascia una dichiarazione credibile.

L’impianto legislativo parte da una legge di 60 anni fa, che per forza di cose non può rispecchiare nemmeno astrattamente i cambiamenti intercorsi nell’ultimo decennio, ed arriva a correlarsi in maniera del tutto distonica con le recenti riforme legislative del 2001 e del 2003. Riforme che, unite al famigerato ddl Prodi-Levi (patetico tentativo di ordinare la materia), sono sintomatiche di un atteggiamento antidiluviano e retrogrado della classe politica, sempre mirato ad interventi estemporanei, disorganici e tardivi che non fanno altre che addensare inquietanti nubi di incertezza sulla coltre legislativa, già ipertrofica e gargantuesca oltre ogni sopportabile limite.

Tuttavia, è troppo comodo (certo, ora che non c’è più Mastella magari lo è un po’ di meno) rivalersi esclusivamente sulla politica. E’ colpa di ogni strato della società, dai giornalisti ai forzati del divertimento, passando per i liberi professionisti e le generazioni perdute. Una società profondamente pervasa da quello che i tedeschi chiamano Shadenfreude, ovvero la gioia suscitata dalle disgrazie altrui: ad ogni censura e ad ogni sopruso la squallida folla dei moralisti intransigenti si infoltisce sempre di più, inneggiando alla repressione metodica di qualsiasi comportamento sospetto o non consono – cioè normale, in qualsiasi altro paese che non sia la Libia…err, l’Italia.

Internet non è la libertà. E’ uno strumento neutro che corre parallello alla libertà e che si assimila alla sua essenza, convergendo su essa, solamente quando qualcuno – un qualcuno inteso come Società, come Politica e come Res Publica – decide di infondere nel media le sue consuetudini, le sue abitudini, i suoi principi e le sue leggi.

In questa fase di consolidata transizione Internet è, tra le altre cose, lo specchio del Paese. Ed è un ritratto osceno, deturpato da mille piaghe, incrostato, sconcio, che nasconda l’antica e fiera bellezza sotto cumuli di macerie e di sporcizia. Sempre più orgoglioso di farlo, a testa alta verso il baratro.

Note:



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Comments

57 Risposte a “The Internet: Serious Business”
  1. Il piccolo diavolo scrive:

    Comandante…stai in campana! :)

  2. Il Gobb scrive:

    Il bello di frequentare Mentecritica!
    Da tempo volevo scrivere un articolo su quella questione, che mi ha colpito moltissimo perché è CENSURA PER LEGGE in barba alla Costituzione.
    Perché non è la prima volta che blogger e assimilati ricevono querele, minacce, denunce, da parte di gruppi di potere (dai parlamentari alla chiesa cattolica… ricordo il caso Molleindustria e il papabanner).
    Dopodomani cito, e venissero pure ad arrestarmi ^________^

  3. max scrive:

    Non sono convinto che sia un problema di cattiva legislazione (nel senso che si usano normative vecchie mischiate a nuove). Questi sono semplici tentativi di avere un controllo su qualcosa di nuovo che non rientra negli schemi.
    Viviamo in un paese dove è radicato e fondamentale l’appartenenza a ordini professionali a gruppi politici associazioni ecc.
    Da questo punto di vista ad esempio la battaglia di Beppe Grillo per la cancellazione dell’ordine dei giornalisti la condivido in pieno.
    In questo campo le regolamentazioni sono una vera porcheria. Esistono tutta un altra serie di leggi sulla calunnia ecc. che sono più che sufficienti alla tutela.
    Non si potrebbe alzare un dubbio di costituzionalità su queste normative di controllo dell’informazione ?

    • Il Gobb scrive:

      Regolamentare la libera espressione del pensiero significa togliere da questa frase la parola “libera”.
      Concordo sul fatto che le leggi su calunnia e diffamazione bastano e avanzano a punire chi va oltre il diritto di dire la propria.
      O almeno, basterebbero in un Paese democratico, quale ormai non siamo più da molto, molto tempo… almeno dagli attentati contro Falcone e Borsellino, se proprio devo indicare una data -____-

      • max scrive:

        Secondo me si potrebbe andare indietro fino all’inizio di questa repubblica passando per Moro e Mattei. Siamo sempre stati un protettorato di un altra nazione…
        Per cui certe pratiche le abbiamo importate con le dovute modifiche all’italiana.

  4. ilBuonPeppe scrive:

    Abbiamo un ministro per la semplificazione. Perchè non semplifica le cose cancellando l’assurdo reato di “stampa clandestina”?
    Utopia…

    • max scrive:

      Ma io non capisco il fatto che possa esistere un reato di “stampa clandestina” siamo ancora in tempo di guerra sotto qualche regime ?
      Come si concilia con la costituzione, non sono un giurista per cui non riesco proprio a capire.

      • Il piccolo diavolo scrive:

        Sulla gerenza di qualsiasi testata, devono necessariamente essere presenti:

        - la registrazione della testata presso il Tribunale;

        - il nome dell’editore;

        - il nome del direttore responsabile;

        - il luogo dove viene stampato il giornale.

        Mancando anche solo uno di questi requisiti, si incorre nel reato di stampa clandestina.

        …siamo tutti rei qui….

        COMANDANTE…aiutoooooooooooo….affolleremo le carceri in attesa di un nuovo indulto!

        • ilBuonPeppe scrive:

          Sì, ma questi sono semplici vizi di forma che si risolvono con un’ammenda come un divieto di sosta, e non hanno certo bisogno di processi.
          E’ il concetto stesso di stampa clandestina che non ha senso.

          • Il piccolo diavolo scrive:

            Ovviamente ero ironica, perchè è meglio sorridere di questa Italia che va sempre più allo sfascio!
            Concordo con te che il concetto in sè non abbia alcun senso.
            Ma tanto per capire quanto il nostro sistema giudiziario sia assurdo, ti dirò di più: l’art. 663-bis del codice penale ( divulgazione di stampa cladenstina) è stato depenalizzato.
            Ciò che resta punibile, invece, è l’art. 16 della legge 47/48 che cita ” chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall’art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000.
            La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell’editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero “.
            Se ci rifletti…la divulgazione avviene attraverso la pubblicazione…a meno che non si pensi che una notizia o un’opinione debba essere divulgata al bar bevendo un caffè!

            Forse in Italia vale il parziale detto verba volant….e arrivano a tutti.

      • JP scrive:

        è scritto tutto nel post.

        • max scrive:

          Si ma penso che il problema sia ad un altro livello molto più basso. Secondo me non ha nemmeno senso capire se un blog è periodico oppure no o cose simili. Mi sembrerebbe inutile anche una legge che considerasse le particolarità di nuovi mezzi di comunicazione. Non ci deve essere regolamentazione e basta. Io voglio scrivere delle notizie sul muro di casa mia senza preoccuparmi del fatto che ci sia una regolamentazione.

          • Lara scrive:

            sarebbe bello non doversi preoccupare, ma dal momento in cui l’informazione rischia di trasmettere verità e la verità è pericolosa per alcuni “ignoti” (i soliti, per intenderci) è impossibile che l’informazione sia libera

            E’ ingiusto, è orridamente ingiusto, ma come alle solite è un’ingiustizia in un mare di soprusi che va solo ad accodarsi all’elenco delle cose che non vanno per il verso giusto.

            A questo punto una regolamentazione ci vorrebbe, ma in difesa dei blogger, non contro!!!
            in fin dei conti siamo dei “poveracci”, non siamo tutelati come autori, non prendiamo uno stipendio, possiamo vedere tutto il nostro lavoro cancellato come se nulla fosse da un giorno all’altro!!!
            Ma anche questo, temo, è un’utopia.

          • JP scrive:

            La regolamentazione deve esserci – aggiornata, ovviamente – si possono benissimo compiere reati su internet.

  5. Lara scrive:

    Ma come possiamo immaginare una legislazione adatta ai nostri tempi in materia informatica quando-nel migliore dei casi- abbiamo dei governanti-mummia???

    Non voglio sparare a caso, ma dall’età media dei nostri politici oserei azzardare che tra loro nessuno sia un esperto di computer o anche solo un appassionato: come possono comprendere che cosa sia un blog e come vada regolamentato???

    So che il paragone non regge, ma mia nonna è nata nello stesso anno del Berlusca e sono mesi che le spiego passo passo che cosa è internet e come funziona.
    Non è ritardata, anzi, ma stenta a stare dietro a concetti semplici come “questo spazio è gratuito: tu leggi gratis, tu scrivi gratis”.

    Dato che la sua età è abbastanza in linea con quella dei nostri politici (e di cervello li supera ampiamente) nutro seri dubbi su un’eventuale competenza in materia da parte dei governanti…

    (ovviamente non conosco uno per uno tutti i nostri politici e non so se questi siano laureati in informatica o diplomati alla cepu, se ho detto castronerie mi scuso anticipatamente)

  6. pacatoegentile scrive:

    Buongiorno, benvenuti in italia, dove eravata fino a ieri ?
    su marte o dormivate ?

    Sono anni che la situazione e’ cosi’ con cose anche peggiori, vi siete persi la proposta di
    depositare tutti i siti di informazione nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

    http://www.punto-informatico.it ospita diversi vecchi articoli sulla questione della stampa online, articoli scritti anche da giuslavoristi vi invito a ricercare negli archivi e scoprire tutto quello che si dovrebbe fare, dal depositare il sito, al registrare il blog al richiedere fondi statali all’iscriversi all’albo dei giornalisti ecc. ecc.

    Esistono tuttavia dei modi per evitare tutte quelle leggi e consistono nell’indicare chiaramente che il vostro blog non e’ un quotidiano di informazione ma un punto in cui inserite i vostri pensieri, le vostre opinioni

    - Eh ma lui non lo sapeva tutto cio’, diranno alcuni di voi.
    - Ignorantia legis neminem excusat rispondo.

    E comunque anche se la legislazione attuale sulla “stampa online” e’ ridicola ci dovrebbero essere comunque degli strumenti legislativi per garantire che vi siano dei responsabili nei casi di calunnia o di disinformazione non credete ?

    Vi sentite parte del popolo della rete? Allora iniziate ad informarvi sulle leggi nazionali, europee e internazionali.

    Ad esempio:

    Lo sapete che non potete condividere la wireless col vicino perche’ altrimenti telecom piange ?

    Lo sapete che scaricare un film dal p2p di per se’ non e’ illegale, e’ illegale condividerlo anche se non ne ricavate profitto ? (legge Urbani)

    Lo sapete che se scoprite un problema in un software o volete capire come funziona (un po’ come smontare la lavatrice) commettete un reato ? (EUCD)

    Lo sapete che – per motivi di sicurezza – il vostro provider deve tenere traccia per anni di quello che fate ? (legge pisanu)

    Lo sapete che i siti inglesi di scommesse online non sono raggiungibili dall’italia perche’ costoro non pagano il pizz…ehm la tassa al monopolio di stato ?

    Lo sapete che un ragazzino e’ quasi finito in galera perche’ spiegava sul suo sito (solo spiegava) come vedere le partite di calcio italiano dai server cinesi ?

    …e potrei continuare …

    • Lara scrive:

      Dato che sembri davvero ferrato sull’argomento potresti spiegare per bene a noi ignoranti???

      io ho un blog e mi stai “inquietando”.
      dove si possono reperire delle informazioni un po’ più profonde delle classiche quattro cavolate???
      (ti proporrei subito come quotato autore di un “istruzioni per l’uso” relativo ai blog…)

    • Il Gobb scrive:

      So tutto, grazie :D
      L’argomento mi interessa da sempre, anche se non ne scrivo spessissimo (c’è molta più roba sul mio vecchio blog).
      Quella del deposito dei siti alla Biblioteca di Firenze è gustosissima perché, alla data di messa in vigore della legge, lo stesso sito dei Beni Culturali la violava :D

    • Julo d. scrive:

      1) nel momento in cui tramite un ap wireless dai accesso a terzi, diventi un provider per cui sei obbligato a tenere il log degli accessi per 5 anni. Inoltre devi tenere fotocopia dei documenti di tutte le persone a cui hai dato accesso alla rete. Deve essere inoltre possibile abbinare i dati dei log alle persone in modo da sapere chi il giorno tale all’ora tale era collegato in rete

      2) per quanto riguarda i problemi al software questo riguarda solo i software proprietari (e anche in questo caso dipende dall’EULA). Per i software opensource non è un discorso valido.

      Inoltre se andando per strada ti accorgi che c’è un ap wireless non protetto e ti linki alla rete, non solo chi ti ha dato (non scientemente) l’accesso commette un reato, ma lo commetti anche tu.

      Saluti
      Julo d.

      • Lara scrive:

        scusa, ma allora il mio ragazzo che mi lascia allacciare al suo router commette reato????

        • Oris scrive:

          Se lo fai da casa sua, non penso possano dirti nulla, ma se lo fai da un altro appartamento diventi in sostanza un sub-erogatore di servizio senza averne titolo.

          • Lara scrive:

            è una cosa incredibile!!!

            tra l’altro se non erro se il nostro vicino riesce a entrare nella nostra rete non solo noi commettiamo un illecito “fornendogli internet” ma se lui dalla nostra rete commette qualcosa di losco nella melma ci finiamo noi, giusto???

            Ma ha senso???

      • pacatoegentile scrive:

        1) nel momento in cui tramite un ap wireless dai accesso a terzi, diventi un provider per cui sei obbligato a tenere il log degli accessi per 5 anni. Inoltre devi tenere fotocopia dei documenti di tutte le persone a cui hai dato accesso alla rete. Deve essere inoltre possibile abbinare i dati dei log alle persone in modo da sapere chi il giorno tale all’ora tale era collegato in rete

        vedi il caso phonera

        2) per quanto riguarda i problemi al software questo riguarda solo i software proprietari (e anche in questo caso dipende dall’EULA). Per i software opensource non è un discorso valido.

        un po’ troppo semplificato: la questione va oltre il software per arrivare anche a veri e propri sistemi, vedi ad esempio un futuro voto elettronico, nessuno potrebbe denunciarne eventuali bug, problemi per non finire in galera, ecco quindi che ci potremmo trovare ad usare un sistema insicuro ma che ci viene spacciato come infallibile.. sulla diatriba per chi e’ interessato legga anche del DMCA, la legge americana alla quale quella europea si e’ ispirata.

        Inoltre se andando per strada ti accorgi che c’è un ap wireless non protetto e ti linki alla rete, non solo chi ti ha dato (non scientemente) l’accesso commette un reato, ma lo commetti anche tu.

        Non capisco questo cosa centri con il discorso e comunque anche questa situazione e’ discutibile in quanto l’art. 615 nasce come equiparazione all’abuso di domicilio (! sic).
        Se la WIFI di cui sopra e’ aperta per volonta’ del suo proprietario (come lo si evince? solo dopo un “browse” della rete cioe’ quando il reato – se c’e’ – e’ gia’ commesso) e tale rete fornisce unicamente un pc con – per esempio – le previsioni del tempo tu non commetti un bel niente e tanto meno lui.

  7. Poco pacato e non molto gentile all’inizio…poi prezioso e chiaro!!
    Grazie per le info.
    Quindi se io scrivo nella testata del mio blog che non si tratta di un quotidiano di informazione ma di un luogo in cui metto nero su bianco le mie personalissime idee/opinioni/sfoghi sono a posto?

  8. marista urru scrive:

    Non riesco a capire bene come un blog possa esser definito stampa clandestina. Effettivamente forse conviene metter in home la canzoncina: questo non è un quotidiano e bla..bla.

    Pur nella mia ignoranza in materia, ma conoscenza di italici magheggi, mi dico che tutti i santi finiscono in gloria.. quindi dopo averci spaventati.. tutto si risolverà con una bella tassa per i blogger.. che partirà piccola e crescerà, si scremeranno i blogger scomodi grazie a regolette per la “sicurezza” e gli altri verranno o assorbiti o pagheranno, chi non paga non pubblica; in attesa di pagarci pure la imposta sul reddito in quanto editori.
    Mi sa che siamo agli sgoccioli, probabilmente nel gioco eterno ai 4 cantoni, questa chicca tocca al prossimo governo.

  9. Iniquo scrive:

    A pensar bene si può credere che questo giudice sia un ignorante e che quindi – poverino – abbia preso una cantonata madornale ledendo però il diritto di libera espressione di Ruta ed anche il suo portafogli.
    A pensar male è uno a cui la costituzione repubblicana non va giù ed allora trova ogni appiglio possibile per cercare di mettere i bastoni tra le ruote a questi sovversivi che osano essere critici ed informare in rete.
    Idem per il pubblico ministero che ha agito contro Ruta.
    Comunque sia in appello dovrebbero fare a pezzi una sentenza tanto ridicola, male male che vada in Cassazione. Nel frattempo il danno rimane e Ruta avrà speso molti soldi solo perchè ha esercitato un suo diritto.

    Morale della favola: usare server statunitensi o servizi come quelli di Autistici Inventati (garantisco l’anonimato e l’assenza di censura); le autorità degli Stati non democratici potrebbero ugualmente inibire l’accesso rivolgendosi ai provider, in questo caso basta usare degli open dns.
    E poi ci sono persone che dicono che chi denuncia le continue violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo in Italia è un isterico…

  10. Chiunque scriva in Internet fa informazione, attualità o politica o cultura in senso lato e il giornale (o meglio la carta stampata) non è un genere di comunicazione, ma piuttosto un mezzo. Se io scrivo su di un sito notizie, sto facendo un giornale? Non proprio, sto facendo informazione? Si. Sto usando la carta stampata? No. Sono editore? Nella stragrande maggioranza dei casi no, visto che non posseggo i mezzi (il server, ad esempio) per rendere pubblico ciò che voglio ma sfrutto quelli altrui (quelli del mio provider di hosting, che però non è editore in senso classico perchè non controlla nè approva il mio contenuto se non in senso molto vago)Sono autore? Sì.
    La legge attuale vuole regolamentare Internet facendo riferimento ad un impianto chiaramente studiato per la carta stampata e che non distingue fra mezzo (la carta, Internet), genere (l’ articolo, il saggio, la riflessione personale) e argomento (i fatti miei, la cronaca), nonchè fra le figure professionali al di la’ dell’ambito specifico di questa o quella attività. Una volta infatti c’era da regolamentare un sistema molto più semplice e vincolato di Internet: c’era un solo mezzo, la carta, che ospitava quasi solo articoli o che comunque non faceva differenza di generi unendo articolo, commento, saggio culturale sulle stesse pagine, un solo argomento principe, la cronaca, un solo sistema di figure professionali, la redazione col suo editore.
    Oggi il sistema si è fatto più libero e al di là della legge ognuno ha la potenzialità di parlare di ogni cosa e di accedere ad un sapere e ad uno sguardo sul mondo non settoriali, tutto questo senza obbligatoriamente farne un mestiere. Un sito poi unisce i vari media (è multimediale): può contenere ogni cosa dello scibile umano dal filmato alla musica alle immagini ad ogni genere di scritto, sia esso un romanzo o un commento d’attualità o qualsiasi cosa stia in mezzo ad essi.

    E questa splendida sintesi di civiltà umana, questa prova di meravigliosa partecipazione civile e finalmente, autenticamente di massa dovrebbe essere schiacciata dall’ ottusità di chi vorrebbe che chiunque faccia comunicazione, cioè chiunque voglia essere parte attiva nel mondo debba sottoporsi a controlli e autorizzazioni? Per come la vedo io è come pretendere di avere l’autorizzazione per respirare: subordinare ad una serie di burocrazie non credo gratuite un diritto, quello della libera espressione, che è costituzionale.
    Io posso fare diffamazione o fare cronaca o politica o cultura anche scrivendo poesie o un romanzo, ma ditemi, ad esempio perchè per fare lo scrittore non devo appartenere a nessun ordine (giusto, sto esercitando un’attività di tutti gli uomini: l’ espressione artistica) ma per fare il giornalista sì.
    Inoltre c’è da aggiungere che tenere un blog, salvo poche eccezioni,non è un’attività professionale poichè non è remunerativa (anzi) e la legge era nata per essere rispettata dai giornalisti ed editori di mestiere…

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