Terrorismo: Errori, Omissioni, Incertezze 89


Sulla questione dell’attacco terroristico di Parigi dispongo ancora di poche informazioni, per cui non ritengo professionale addentrarmi in un’analisi dettagliata che potrebbe portare a conclusioni ingannevoli. Ci sono però alcuni elementi strutturali dei quali si può parlare perché sono noti da tempo e richiederebbero una maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica perché si crei la pressione politica necessaria alla loro risoluzione.

La rapida identificazione dei sospetti autori dell’attentato, l’immediata disponibilità di biografie, foto e curriculum, dimostra l’esistenza di dossier preesistenti. Lo stesso escamotage utilizzato come foglia di fico per giustificare l’attribuzione (la famosa carta di identità dimenticata in auto) potrebbe dimostrare che i due soggetti erano da tempo “attenzionati” dai servizi e che sia stato sufficiente mettere insieme le informazioni disponibili per giungere ai nomi degli assassini. Il fatto che personaggi già classificati come pericolosi siano stati capaci di procurarsi armi e munizioni e organizzare un attentato potrebbe passare per una distrazione dei servizi. In realtà, più che un’inefficienza è uno degli effetti della crisi economica e finanziaria che sta attanagliando l’occidente da anni. La politica distoglie aliquote di finanziamento da capitoli di spesa non evidenti per trasferirli su quelli dove è più facile guadagnare il consenso dell’elettorato. I servizi segreti, che non godono nemmeno della copertura che le forze armate ricevono dalle grandi lobby internazionali dell’industria delle armi, subiscono consistenti riduzioni di finanziamento. Considerando che, dopo la fine della guerra fredda, l’obiettivo primario è assicurare la stabilità politica interna, le risorse disponibili per sorvegliare i flussi criminali internazionali sono ridotte. Per cui, più che la prevenzione, compito primario di un servizio segreto, l’opera si esplica come supporto alla repressione.

Gunmen kill 12 at French magazine Charlie Hebdo

Dalla visione dei filmati si ricava che i due criminali hanno ricevuto un minimo di addestramento militare. Sanno utilizzare un fucile automatico, per quanto elementare, sostituire rapidamente un caricatore e sono sufficientemente freddi per sparare a un uomo ferito a terra. Nelle fasi di movimento e presa di posizione, viceversa, si nota una certa goffaggine. Uno dei due, spostandosi, interseca la linea di tiro del compagno e volge le spalle al fronte di fuoco. Insomma, non si tratta di professionisti, ma di gente che ha ricevuto il minimo di formazione necessaria per portare a termine un’azione non particolarmente complessa vista l’assenza di presidio di difesa e sistemi di sorveglianza. Questo ci porta a discutere del “corridoio turco” che si è aperto nel 2012 per consentire il passaggio di volontari dall’Europa alla Siria quando il conflitto medio orientale ha raggiunto  l’apice dell’attenzione dei media occidentali. In pratica, in alcune città di frontiera turche, sono attivi punti di raccolta e scorta che assicurano la circolazione di personale tra l’Europa e il Califfato. Il corridoio serve per condurre “volontari” combattenti europei nel califfato (informazioni di intelligence parlano di duemila cittadini europei di cui cinquanta italiani) di cui parte per motivi ideali ed altri per garantire prestazioni professionali. Il corridoio però, è a doppio senso. Alcuni cittadini europei o immigrati naturalizzati lo percorrono all’andata per ricevere formazione militare nei campi di addestramento del Califfato, contatti logistici e indirizzo politico e poi ritornano in Europa per formare cellule dormienti o mettere in atto azioni terroristiche come quella di Parigi. Il corridoio è una pericolosa Via della Seta. L’Occidente dovrebbe attivare tutta la pressione politica necessaria sulla Turchia per farlo chiudere costringendo i “volontari” ad allungare il giro nella speranza di scoraggiare un viaggio che, attualmente, si svolge per massima parte utilizzando linee aeree e i confortevoli controlli di confine della società occidentale.

Infine una considerazione meno tecnica, ma più di opportunità. Ormai tutti si saranno convinti che è in atto un conflitto. L’asimmetria di mezzi disponibili è compensata dalle tecniche utilizzate dai criminali i quali approfittano della libertà di circolazione offerta dall’Occidente per colpire a sorpresa persone indifese nei luoghi più inaspettati. Questo fenomeno è destinato inevitabilmente ad aumentare: treni, stazioni, traghetti, stadi, scuole, centri commerciali, ecc. sono obiettivi praticamente indifendibili. Se si dovessero verificare altre azioni sanguinose, una militarizzazione del territorio metropolitano occidentale è praticamente inevitabile. In questo caso, la riduzione di libertà di circolazione e l’azione repressiva di polizia, servizi e forze armate, porterebbe, questa sì, ad una vittoria morale del nemico che ci obbligherebbe a darci leggi simili a quelle che lui impone sul suo territorio. L’Occidente deve scegliere se obbedire supinamente alla sensibilità dell’opinione pubblica e dei media e tenersi la guerra in casa o se esportare il conflitto nei luoghi di origine creando una serie di zone cuscinetto da interporre tra sé e il territorio nemico chiudendo ogni supporto tecnologico, commerciale, sanitario e umanitario confidando sull’antica regola che “sacco vuoto non sta in piedi” ed adoperandosi tramite la intelligence per tramutare un conflitto internazionale in una guerra civile locale.

Il dottore prescrive questa medicina, se il paziente non vuole prenderla perché dice che è amara, ne subirà le relative conseguenze perché questo non è un film e il lieto fine non è assicurato.

 


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