Tante libertà per quale democrazia? 76


Pochi giorni fa su MenteCritica è comparso un breve ma incisivo post di Manrico Tropea dal titolo “Parole e Libertà che in sostanza dice :

1) il concetto di libertà si va svilendo in quello di piccoli diritti parziali, locali, addirittura egoistici;

2) nello specifico della libertà di opinione la società contemporanea permette l’esternazione di dichiarazioni chiaramente infondate quanto false.

L’Autore, che argomenta sinteticamente ma chiaramente, conclude dicendo che per queste pretese libertà non sacrificherebbe neppure un mignolo, rifacendosi alla famosa frase attribuita a Voltaire: “Non condivido le tue idee ma sono disposto a morire perché tu possa esprimerle”.

Diversi commenti – non solo su MC – contestano a Tropea questa posizione ricorrendo a un altro cliché che recita più o meno: “la mia libertà finisce dove incomincia la tua”, significando che ciascuno deve potersi esprimere come crede finché non prevarica il prossimo.

Questo mio post ha l’intento di argomentare che quest’ultima frase non è plausibile, che la bella citazione (forse) di Voltaire andava bene giusto-giusto nel ‘700 e che tutto ciò ci crea gravi problemi di democrazia che dovremo prima o poi comprendere e affrontare. I numerosi rinvii ipertestuali mi permettono di segnalare al lettore approfondimenti che gli risparmio qui.

1) Libertà e Complessità sociale. L’idea di diritti compresenti e conciliabili, che iniziano dove finiscono quelli altrui (come i confini dei terreni rurali, per intendersi) è valido in una società non complessa e quindi, semplificando molto, fino alla metà del secolo scorso. In tale società le differenze (sostanzialmente sociali in senso lato) erano nette, o quantomeno distinguibili, o perlomeno credute tali. Il contadino lavorava i campi, il maestro insegnava ai suoi figli, il direttore dirigeva e l’imprenditore intraprendeva. Il conflitto di classe, per capirci, era una lotta per la detenzione di quei medesimi mezzi di produzione, che erano dei capitalisti oppure – nei fini di una certa parte politica – dei lavoratori (per tornare alla metafora dei terreni si tratta di contestare la legittimità di un confine, ma il terreno è quello). Fuori dai conflitti di classe non c’erano che diversità coerenti e funzionali al funzionamento dell’intera collettività (senza entrare nel merito se tali diversità fossero giuste o no). L’affermarsi di una estesa complessità sociale, a partire più o meno dagli anni ’60 ma evidentissima oggi, presume qualcosa di molto diverso e storicamente nuovo: ciascuno di noi è tante cose contemporaneamente: genitore, lavoratore, giocatore di bocce, volontario, attivista politico, cinefilo… In ciascun ruolo esprime relazioni, istanze, bisogni, domande che non si configurano come elementi armonici assieme agli altri ma, al contrario, diversi in forma anche inconciliabile, dissonante. Questo accade in ciascuno di noi ed evidentemente, in forma amplificata, fra di noi. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli ma ritengo sufficiente proporne due. Il primo riguarda la TAV. Indipendentemente da ciò che ne pensate, è chiaro che si scontrano qui ragioni istituzionali e tutele della comunità della valle, elementi tecnico-gestionali e sentimenti personali, bisogni nazionali e bisogni locali. Questi elementi sono irriducibili e inconciliabili. Hanno tutti un fondamento, ma non si può fare una “media” e accontentare un po’ ciascuno. É una situazione senza pareggio. Ciò vale per sempre più situazioni che contrappongono il livello nazionale a quello locale e che va allargandosi anche a questioni istituzionali e politiche (per esempio, sulla difficoltà di tenere assieme posizioni differenti in un partito, ho scritto poco tempo fa questo post). Un secondo esempio eclatante riguarda i diritti civili individuali quali i matrimoni fra omosessuali, la fecondazione eterologa, il testamento biologico etc. Quelli che alcuni chiamano “diritti” sono visti dal mondo cattolico come una profonda ferita sociale, come un’offesa ai princìpi religiosi e quindi alla loro coscienza di credenti con una contrapposizione che non consente alcun vero dialogo, poiché “le parole” (a sostegno dell’una o dell’altra ragione) affondano il loro senso in universi di valori ed esperienze inconciliabili. Ormai non ci sono più “verità” sociali (o presunte tali, ma comunque accettate da larga parte dei cittadini) e le ragioni vanno sempre ricercate nell’avvento della complessità sociale nel mondo contemporaneo.

2) Libertà e parola. Come giustamente segnala Tropea nel suo post, questa esplosione di sensi e significati, spesso inconciliabili, si riflette nell’esercizio delle opinioni politiche, morali e di costume con posizioni sempre più confliggenti. Qui occorrerebbe una lunga digressione sul ruolo delle nuove tecnologie della comunicazione (Internet) e sul ruolo dei social. I social veicolano anche falsità, cliché demagogici e radicalizzano le posizioni anche in forme negative (ci sono studi che mettono in relazione uso di social e incremento del razzismo, per esempio); certo, fanno scambiare moltissime opinioni e sembrano “democratici”, ma tutti i più attenti osservatori argomentano contro (io ne ho parlato, anche citando alcuni di questi studi, qui e anche qui). Di fatto assistiamo a una specie di paradosso: la complessità rende spesso irriducibili le posizioni degli attori sociali, i quali hanno disponibili moltissimi mezzi potenti per comunicare fra loro e… non capirsi! Perché è vero che su Internet c’è tutto, ma proprio tutto, ma per distinguere il vero dal falso, o quanto meno il plausibile dal non plausibile, occorre una cultura di base, un senso critico e un tempo disponibile per districarsi che non è da tutti. Io che passo molto tempo su Twitter, per esempio, continuo a essere sopraffatto dalle migliaia di tweet arrabbiati, indignati, violenti su questioni false basate su informazioni a dir poco paradossali (dalle semplici bufale idiote che attraggono migliaia di creduli ai deliri di paranoici che sanno la verità su tutti i misteri fondamentali, dalla morte di Kennedy all’Area 51). E non è possibile aprire ogni volta una dotta discussione per spiegare il come e il perché di tali falsità: non c’è tempo, perché la Time Line è già oltre; non c’è voglia, perché aderire a una idea falsa e gridare in coro “Vergogna!” è più rassicurante che impegnarsi in un’argomentazione difficile. E non c’è neppure senso perché, per le ragioni dette, ciascuno vive dentro una provincia di significato differente, alla fin fine poco conciliabile con le altre.

3) Complessità sociale e Democrazia. A questo punto dobbiamo volgere lo sguardo al concetto di Democrazia. Assolutamente inadeguato al mondo di oggi se andiamo ancora a pescare nel ‘700 (dove, sia chiaro, tutti quei bei concetti, Libertà, Fratellanza… erano in realtà per pochi borghesi, non certo per il popolaccio). La questione si può porre così: il popolo, sia pure in forme ritenute inadeguate per molti, “governa” attraverso forme di rappresentanza, ma:

  1. il popolo aderisce a raggruppamenti (partiti) che rappresentano generiche istanze sociali in linea di massima. Noi votiamo – per esempio – PDL pensando a istanze liberali, SEL pensando ai diritti delle classi lavoratrici, M5S pensando al rinnovamento etico della politica etc., ma poi tutti i partiti devono anche occuparsi di commercio estero, riforestazione della Sila, guerra in Kissadovestan, gioco del Lotto… Miriadi di problemi pratici, alcuni gravi, che solo in parte possono essere appesi a un gancio ideologico. Ecco allora che (diversamente da 50 anni fa) i partiti hanno alcune posizioni ideologiche genericamente chiare (ma sempre più labili) e molte posizioni pragmatiche variabili, a volte non unitarie, e i singoli elettori non si riconoscono, non comprendono…
  2. Il popolo nel suo insieme non ha strumenti per comprendere tutte le cose di cui si occupa la politica, e spesso neppure delle principali. Esiste un’ovvia asimmetria informativa, ciascuno di noi sa poche o pochissime cose e può esporre la sua opinione su quelle ma non su altre se non sulla base di pregiudizi ideologici. Il concetto di rappresentanza ha, fra i suoi significati, anche quello di delegare a terzi lo studio e la soluzione di questioni tecniche che il popolo non può affrontare perché non competente. Salvo verifica dei risultati attraverso il voto popolare.
  3. Il ricorso a un presunto “volere popolare”, a investiture popolari e simili, è quindi demagogico, è ciò che chiamiamo populismo, con buona pace di quelle forze politiche che insistono sulla democrazia diretta, semmai via web, e dell’ognuno vale uno.
  4. Il combinato disposto dei precedenti elementi è devastante per la politica, che nel nostro sistema democratico (nostro = occidentale) deve rivolgersi al popolo per avere consenso e investitura, ma non si rivolge più a un popolo coeso (nelle sue diversità funzionali) e con le idee chiare (nei limiti e nel senso sopra richiamati). Da qui la necessità di forzare, blandire, simulare e infine anche mentire. Una mia riflessione di qualche tempo fa mostrava, significativamente, come i diversi leader politici (Berlusconi, Grillo, Renzi, Bersani e Vendola) facciano sistematico ricorso a bugie – in alcuni casi in maniera sfacciata e macroscopica – in qualche modo adatte al proprio elettore-tipo, con un adattamento diminutivo del ruolo democratico delle forze politiche di cui i cittadini-elettori non solo non si rendono conto, ma ne diventano complici.
  5. Infine occorre segnalare che quanto sopra, pur valendo in generale per tutto l’Occidente, è fortemente declinato nel contesto italiano che ha delle peculiarità che però necessiterebbero di un altro discorso che qui non farò, come non tratterò la questione psicosociale dell’individualismo crescente nelle società occidentali, che trascina edonismo, sopravvalutazione del sé, nichilismo, come non tratterò dell’importante questione della cultura, della formazione e dell’intelligenza degli individui nella costruzione delle credenze politiche e della partecipazione democratica. Questi e altri argomenti sono molto importanti ma devo correre a concludere questo fin troppo lungo testo.

4) Tornando a “Parole e Libertà”. Tropea, nel post ricordato all’inizio, distingue fra libertà fondamentali e in qualche modo “sacre” e libertà “profane”, ovvero veri e presunti diritti di carattere eminentemente localistico, o egoistico (dei quali siamo campioni assoluti in Italia, col buffo concetto di “diritto acquisito” e l’impossibilità di  riformare alcunché perché si vanno sempre a toccare “i diritti” di qualcuno). Concordo, anche se sarebbe complicatissimo redigere i due elenchi perché – per le ragioni ora viste – quelli che per me sono diritti fondamentali potrebbero apparirvi miei egoismi particolari. Questa non è una questione secondaria. La discussione sui “diritti” potrebbe impegnarci sterilmente nei prossimi mille anni senza venirne a capo, più o meno come fu sterile la discussione sui “bisogni” (che gli somiglia molto) fra i sociologi e i filosofi del secolo scorso.

E poiché in democrazia non ci viene in mente nulla di meglio che far prevalere la maggioranza (una cosa pericolosissima ma inevitabile, temo, salvo abbandonare il modello democratico…) occorrerà iniziare a pensare come conciliare questi problemi con una democrazia rappresentativa quale la nostra. Sarà materia di altri post e di altri commentatori che dovranno fare i conti, a mio avviso, almeno  con questi punti:

  1. il legame sempre più debole fra cittadini e partiti e fra partiti e rappresentanze sociali, incluso il tema della perdita di funzione delle ideologie;
  2. il concorso attivo o passivo dei cittadini alla politica in un contesto di crescente complessità sociale e di conseguente insormontabile gap informativo (in breve: sulla base di quali elementi il cittadino concorre alla decisione? In che modo favorire la sua partecipazione e competenza informata?);
  3. la tutela delle minoranze e dei loro diritti; poiché una conseguenza della complessità sociale è il fiorire di istanze differenti, ovviamente minoritarie, in che modo queste possano essere tutelate a fronte di una maggioranza sempre ostile o indifferente? Devono essere tutelate tutte (esempio: un’associazione nazi-fascista vegana che propone un modello ferreo di eugenetica, è una “minoranza” con dei diritti? Non affrettatevi a dire “no” se non sapete argomentarlo)? Questo punto, che reputo fondamentale, ha a che fare coi meccanismi della democrazia e con la cultura democratica diffusa, assai carente  in Italia.

(Ringrazio Manrico Tropea che ha gentilmente letto e commentato una prima versione di questo testo)


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76 commenti su “Tante libertà per quale democrazia?

  • GirFalk

    “esempio: un’associazione nazi-fascista vegana che propone un modello ferreo di eugenetica, è una “minoranza” con dei diritti?”
    No, perche’ metterebbe a rischio la democrazia stessa. Non tanto per il suo essere nazi-fascista (che pure gioca), quanto per la presenza di una regola che vorrebbe diventare “ferrea”, quando invece una democrazia per essere buona e funzionante necessita di flessibilità.

    “sulla base di quali elementi il cittadino concorre alla decisione? In che modo favorire la sua partecipazione e competenza informata?”
    Basterebbe, teoricamente, avere una buona stampa con differenti fonti d’informazione. E che sia stampa, giornalismo vero e quindi passibile di denuncia se riporta informazioni false, e non un blog che può scrivere quello che gli pare (senza, ovviamente, zittire i blog). Un ritorno della stampa, inoltre, che sia il più possibile “estranea” agli eventi e non di parte come accade con tutti i principali quotidiani italiani. E’ chiaro che in assenza di una florida stampa di qualità, ci si affida ad altre fonti d’informazione che però hanno il difetto di non essere professionali. Non abbiamo più dei punti di riferimento, in qualche modo, “ufficiali” e quindi ci affidiamo a quelle non ufficiali dimenticando che proprio per loro natura non e’ perfettamente controllabile ciò che spacciano per informazione; ed e’ questo secondo me ad alimentare false informazioni. Le false informazioni fioriscono proprio dove le fonti d’informazione ufficiale non hanno fatto abbastanza luce, se ci sono tante falsità in giro e’ anche perche’ chi dovrebbe cercare e divulgare la verità manca di svolgere bene e costantemente il proprio lavoro. Con una stampa migliore nessun sano di mente si fiderebbe più di un blog che di un giornale, più di un’opinione che di un’informazione neutra. O, perlomeno, l’opinione verrebbe dopo e sarebbe in qualche modo più sana. Adesso, invece, l’opinione viene prima e tante volte anche senza un’informazione di base.

    “il legame sempre più debole fra cittadini e partiti e fra partiti e rappresentanze sociali, incluso il tema della perdita di funzione delle ideologie”
    Chiaramente, finche’ i partiti continueranno ad essere autoreferenziali come i nostri (e per forza di cose lo sono) il problema non si può risolvere. A questo concorre anche il finanziamento pubblico, e il partito non avendo più bisogno di una base sociale da cui raccogliere i fondi necessari al suo sostentamento, non ha neanche più bisogno di crearla, quella base sociale, e quindi non ha più bisogno di una ideologia. Ovviamente non e’ l’unico fattore, ma e’ un fattore forte.

    Non so, potrei aver detto stronzate, correggimi se sbaglio.

    • bezzicante

      Grazie per il tuo lungo commento. Mi permetto un intervento sui primo punto da te sollevato.
      – La minoranza nazi-fascista vegana era ovviamente una provocazione, ma includeva una piccola trappola; il TUO punto di vista (e anche il mio, sia chiaro) è che vanno sanzionati per i motivi che hai scritto, ma probabilmente PER LORO è vero il contrario e siamo noi che impediamo il progresso che loro immaginano. Nell’ambito della discussione di questo post l’esempio indica la non realtà di un “bene” e di un “male” uguale per tutti, valori uguali, obiettivi uguali. E quindi non è affatto vero che “la mia libertà finisce dove inizia la tua” perché io (con te) non sono disposto a concedere tale libertà ai nazi vegani.

      • GirFalk

        Tu hai ragione, però il mio non e’ un discorso su ciò che e’ bene e su ciò che e’ male, o su ciò che e’ progresso o meno. Qui non si mette in dubbio quello, ma i presupposti e i paradossi di una democrazia: cioe’, la democrazia può tutelare un’opinione finche’ quella stessa opinione non mette in dubbio la democrazia. Se una minoranza vuole instaurare un regime dittatoriale perche’ ritiene che sia più efficiente non si tratta di decidere se ciò che affermano sia vero, si tratta di riconoscere che la loro idea mette in crisi la democrazia e quindi una democrazia non la può tollerare. Secondo me hai solo sbagliato esempio: se avessi fatto l’esempio del partito che vuole legalizzare la pedofilia in Olanda, avrei avuto molte più difficoltà ad argomentare un’opinione, perche’ in quel caso non si mette in dubbio la democrazia ma solo un valore consolidato all’interno dello stato democratico e (direi) consolidato anche a livello umanitario. Ma li’ usciamo dalla sfera della democrazia e tocchiamo solo il problema dei valori in una società, democratica o meno che sia. Fatto sta che, anche in quel caso, il paradosso sarebbe che se i favorevoli alla legalizzazione della pedofilia diventassero la maggioranza, avrebbe poi senso vietarla visto che con ogni probabilità porterebbero avanti la loro causa anche contro la legge?

  • @magistro42

    sapevo che il mio intervento avrebbe avuto il merito di stuzzicarti e infatti ecco il tuo “pezzo” bello e articolato anche se l’argomento (anch’esso soggetto alla relatività dei tempi e delle realtà sociali) non potrà mai essere esaurito. Credo che la maggior parte dei commenti riguarderà gli aspetti “politici” ai quali hai correttamente dedicato un “capitolo”. Amche in riferimento a questi vorrei solo aggiungere che la libertà non è solo quella di soggetto passivo ma non suddito del potere (democratico) ma soprattutto quella di soggetto attivo (elettore, controllore,ecc.) consapevole, cioè informato e artefice di quella (propria) opinione di cui consideriamo fondamentale la libertà di espressione. Da qui l’importanza dei media e anche dei social. Traguardo difficile e delicato poiché il maleinformato è sempre peggio dell’ignorante.

  • fma

    L’idea di diritti compresenti e conciliabili, che iniziano dove finiscono quelli altrui (come i confini dei terreni rurali, per intendersi) è valido in una società non complessa e quindi, semplificando molto, fino alla metà del secolo scorso.

    L’idea che viviamo in tempi in cui la complessità sociale è giunta a un livello che impedirebbe ai diritti dei singoli d’essere compresenti e conciliabili confesso che mi lascia perplesso.
    Da un lato, pur riconoscendo un incremento di complessità, non mi pare che questa sia mutata di “qualità”, fino a determinare un prima e un dopo. Dall’altro, ammettendo l’ipotesi, non riesco a immaginare un “dopo”, senza diritti compresenti e conciliabili.
    Gli esempi che seguono non chiariscono il quadro.
    È vero che oggi ciascuno è contemporaneamente “genitore, lavoratore, giocatore di bocce, volontario, attivista politico, cinefilo”, ma non mi pare che la situazione fosse molto diversa prima degli anni sessanta, o prima ancora.
    Secondo esempio, la Tav. È vero che si tratta di un nodo ove molti interessi convergono e confliggono, ma non poi così tanti da costituire un modello di complessità nuovo rispetto ad analoghi casi del passato. Stringi stringi ci sono i residenti, gli ideologizzati, i pragmatici. Suppongo che anche nell’ottocento ci fosse chi non voleva la ferrovia per principio, chi la voleva perché ci doveva trasportare il carbone, o le truppe, e chi risiedeva nella zona attraversata. L’incremento di complessità, qui, pare essere sostanzialmente determinato dall’incremento del numero e della varietà delle relazioni tra i componenti del conflitto. Che, perdonami la crudezza, alla fin fine sono chiacchiere.
    Terzo esempio, i diritti civili e la inconciliabilità di vedute tra i cattolici e i laici. Non mi pare una grande complessità e neppure una novità. Esisteva già cent’anni fa e attraversava come una faglia irriducibile la società d’allora e le stesse famiglie. Mi ricordo gli scontri furibondi, che non giungevano mai a nulla, tra mio nonno comunista e mia nonna cattolica. Ognuno aveva la sua verità e se la teneva stretta. Come oggi.

    • bezzicante

      Grazie del commento. Questa volta, a quanto pare, non siamo d’accordo, e l’oggetto del dissenso è il concetto di “complessità sociale” che non sono riuscito, a quanto pare, a rendere bene. Ti prego di seguire il link che ho messo nel post, per un chiarimento (vedrai che non c’entra nulla col dissenso dei tuoi nonni). Più in generale la risposta che ho dato al commento del BuonPeppe (più sotto in questa pagina) vale anche come risposta a te.
      Grazie per il tuo contributo.

  • tamara cucconi

    La ipotetica tutela dei diritti di una minoranza nazista dovrebbe essere la stessa di un eventuale accolita di criminali o potenziali criminali La libertá di esprimere determinate opinioni dovrebbe essere subordinata alla loro eventuale pericolositá ,distruttivitá,illegalitá ecc..E lasciamo pure che quella minoranza non si senta tutelata

  • Django

    Molto interessante questa idea evolutiva del concetto di libertà legato alla condizione contingente, come dice il signor Spok introduce il concetto di libertà come variabile piuttosto che di costante. Restituisce intanto un valore umano, limitato, al concetto di libertà ,mondandolo da attributi sovrumani. Interessante.

  • ilBuonPeppe

    Andiamo con ordine.
    1) Libertà e Complessità sociale
    I due esempi che riporti sono effettivamente distinti e ognuno significativo per un suo particolare aspetto, ma hai un approccio che non condivido del tutto.
    Nel primo caso (non voglio parlare della TAV per non andare fuori tema) c’è effettivamente una contrapposizione di interessi reali inconciliabili: se costruisco l’opera soddisfo un interesse ma ne sacrifico un altro e viceversa. Nel secondo invece è in ballo un solo interesse perché dall’altra parte c’è il nulla: se faccio il matrimonio omosessuale soddisfo un interesse speficico ma senza sacrificare l’interesse di nessun altro. L’opposizione non difende un interesse reale ma un principio più o meno astratto.
    Nel primo caso secondo me c’entra poco la libertà: sono interessi reali e non essendoci mediazione possibile, se si vuole procedere si dovranno prevedere compensazioni di qualche tipo. nel secondo invece è essenzialmente una questione di libertà che qualcuno vuole negare.

    2) Libertà e parola
    Io non credo che la situazione oggi, in termini di bugie e verità che circolano, sia sostanzialmente diversa dal passato. Le nuove tecnologie hanno aumentato la massa complessiva e la velocità di circolazione, ma la sostanza è sempre quella. Le bugie si sono sempre raccontate fin dalla notte dei tempi. Penso piuttosto che la mole di informazioni (vere e false) disponibili, rendendo impossibile un’analisi adeguata, porta alla superficialità e quindi alla radicalizzazione delle posizioni.

    3) Complessità sociale e Democrazia
    1-Non sono d’accordo sul fatto che la necessaria pragmatica sia alla base del mancato riconoscimento dei cittadini nei rispettivi partiti. Se oggi le persone non riconoscono più i partiti è perché questi hanno abbandonato i loro ideali, e hanno sposato interessi spesso in aperto contrasto con questi. Soprattutto nei partiti di ex-sinistra c’è stato un cambio profondo di posizioni che, non essendo mai stato spiegato, assume la connotazione di un tradimento.
    2-Non sono d’accordo sul fatto che le persone non possano in generale esprimersi che sulla base di pregiudizi ideologici. D’accordo sul principio di rappresentanza, ma l’incapacità dell’elettorato a comprendere certi problemi è di solito la scusa per tenerlo appositamente all’oscuro.
    3- Il ricorso al volere popolare non è demagogico di per sé: dipende dalla situazione e da come viene gestito. Sulla democrazia diretta ho espresso qui le mie critiche come pure sul “uno vale uno”, ma questo non esaurisce il discorso. La democrazia diretta ha, esattamente come quella rappresentativa, vantaggi e svantaggi, e chi pretende di applicare globalmente una sola delle due, per me non ha ben capito cosa sia la democrazia.
    4- La politica è moltissime cose (senza arrivare a dire che sia tutto), per cui dire che tutto questo ha effetti devastanti sulla politica è come dire che la mucca pazza ha avuto effetti devastanti sull’alimentazione. La menzogna, in politica come altrove, non è una necessità ma una scelta. Libera (tanto per tornare al tema).
    5- Ogni ambito ha le sue peculiarità, non è che le abbia solo l’Italia. A ciascuno il suo.

    4) I diritti acquisiti vengono massacrati continuamente, basti pensare a cosa fanno da decenni con le nostre future pensioni. Il problema non è quindi generale ma specifico di alcuni diritti, anzi di alcuni interessi. E il panorama cambia.
    Quanto al richiamo alle riforme vale lo stesso: siamo da decenni in perenne riforma (snaturando così il concetto stesso di riforma) su moltissimi fronti. Quali sarebbero queste riforme che nn si riescono a fare? Perché si parla sempre solo genericamente di riforme? Forse perché questo serve a fare “certi” tipi di interventi.

    Sono stato troppo lungo (e mi sono contenuto) ma l’argomento era troppo stimolante.

    • bezzicante

      Grazie, contento di avere scritto comunque un testo stimolante. Non posso rispondere dettagliatamente perché diventerebbe un altro post (ma ci puoi scommettere che scriverò altri post!) e la gran parte delle mie risposte sono già presenti nel mio testo e nei link che ho provveduto a mettere. Mi soffermo solo sul punto 1 – che è poi quello centrale per le finalità di questa chiacchierata.
      Tu distingui – sull’esempio TAV – “interessi” da “libertà” e – nell’esempio della morale religiosa – la liquidi come volontà di qualcuno di sopraffare. A mio avviso non è così, e proprio qui vediamo esempi splendidi di complessità che l’amico FMA, nel suo commento, non coglie. Liquidare come volgari interessi quelli che qualcuno, codici alla mano, rivendica come “diritti” e, illuministi del ‘700 in testa, come una sua significativa libertà (d’impresa per esempio), è un modo per leggere ideologicamente la cosa. Il meccanismo è “Io povero valligiano calpestato nei miei diritti e nelle mie libertà da imprenditori voraci con interessi senza scrupoli”. Ti invito a leggere un ipotetico punto di vista dell’imprenditore così: “Io, onesto imprenditore, limitato nelle mie libertà d’impresa e progresso dalla veduta ristretta e dagli interessi di parte di quattro valligiani”. Per capire bene: io non sto prendendo parte, sto dicendo che se non entriamo nella testa altrui, se non comprendiamo la testa altrui, facciamo demagogia. Poiché hai avuto la bontà di leggermi in altri post sai come la penso.
      L’esempio religioso è assolutamente più illuminante, proprio nello stesso senso ma più chiaramente. Sei tu che dici che il religioso vuole sopraffare la tua libertà, ma se ti compenetri nella visione del mondo del cattolico capirai facilmente che per lui sei tu, brutto ateo materialista, che negando Dio vuoi imporre leggi che negano la Sua Parola, e ciò procura una profonda ferita nel credente, una ferita che lui percepisce come una sopraffazione e una perdita di libertà. E guarda che io sono ateo, tanto per essere chiari.
      Concludo: se non capiamo che la libertà di ciascuno (ciò che ciascuno intende con libertà, la SUA libertà, la sua visione del mondo…) è sovrapposta a quella altrui in un gioco che NON è a somma zero, e che quindi l’affermazione della MIA libertà è una negazione della TUA, se non capiamo questo e la conseguente necessità di dialogo e mediazione, saremo sempre cane contro cane.
      Al volo: ciò incide pesantemente sul discorso dei cosiddetti “diritti acquisiti” che stanno ammazzando l’Italia: non fare l’esempio delle pensioni, guarda la miriade di veti incrociati. Le ragioni le conosci anche tu ma per chiudere mi permetto di rinviare al terzo paragrafetto del mio vecchio post “Non omologatevi!” (http://www.mentecritica.net/omologatevi/informazione/cronache-italiane/bezzicante/37985/)
      Grazie per il dialogo a distanza

      • fma

        Visto che sono tirato in ballo, per meglio chiarire il mio punto di vista: non sostengo che quello delle libertà sia un gioco a somma zero, nè che non ci sia bisogno di dialogo e mediazione.
        Dico che gli incroci, i contrasti di interessi, le negazioni di libertà evidenziati dagli esempi, c’erano già, ci sono sempre stati. Non mi sembrano cose nuove, portate dall’avvento di una particolare complessità sociale.
        Naturalmente è il punto di vista di uno che non si occupa di sociologia.

      • ilBuonPeppe

        Anzitutto io non ho definito “volgari” gli interessi. La precisazione è necessaria perché, al di là di casi specifici, ritengo tali interessi legittimi. Ma restano cosa diversa dalle libertà.
        Non so se riesco a rendere l’idea, ma ci riprovo. Fare impresa è un diritto, rispetto al quale io posso essere libero oppure no indipendentemente da diritti e libertà altrui (se apro una ditta non tolgo niente a nessuno). Costruire una casa è un mio interesse che invece va in conflitto con altri interessi: tutti gli interessi in ballo sono legittimi ma sono inconciliabili: o la casa si fa o non si fa, non ci sono vie di mezzo (per la gioia di FMA).
        Continuo a non parlare della TAV perché non condivido il tuo approccio e ne verrebbe fuori tutt’altro discorso.
        Nell’altro caso, il matrimonio omosessuale può piacere oppure no, ma la sua istituzione non toglie niente a nessuno e non impone (come pretendono i cattolici) niente a nessuno. Ecco perché sostengo che la posizione dei cattolici è indifendibile: la loro non è la difesa di diritti, libertà o interessi di alcun tipo, ma solo una posizione pregiudiziale e ideologica.

  • francesco m

    Caro Claudio, perché non mettere in discussione anche il voto popolare, la democrazia rappresentativa? La scelta di un individuo di delegare a terzi non si basa anche essa sulle asimmetrie informative, sulla carenza di cultura di base e di senso critico?

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