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Il Discorso di Monti al Senato

La voce di Monti è educata, pacata, convincente. In alcuni tratti, specialmente quando racconta del Ministro della Difesa soldato in Afghanistan, addirittura commovente. Qualche incertezza solo quando si allontana dal testo, ma è evidente che è persona autorevole a cui è stata conferita autorità e intende utilizzarla.
La differenza con quello a cui ci hanno abituato 20 anni di circo è sostanziale, percettibile, misurabile appunto tra la distanza che c’è tra La Russa che si traveste da soldatino ed un ammiraglio che viene svegliato alle 3 di notte in zona di combattimento per essere chiamato a Roma per assumere compiti di governo.

E’ proprio per questo che quando Monti anticipa, per sommi capi, le misure sulle quali si baserà, almeno inizialmente la sua attività di governo, il brivido che percorre la schiena è pienamente giustificato. Nascosto tra le pieghe forbite delle parole dal suono di velluto, si percepisce l’entità del disastro e la mutazione epocale che la nostra cultura dovrà subire se vuole sfuggire ad un destino che, per certi versi, pare comunque irreversibile.

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Italia Fallita: La Rivoluzione non è Gratis

La nostra malattia non è di quelle che hanno bisogno di ulteriori accertamenti, non abbiamo bisogno di cercare altre note di demerito a carico di questo governo, di questo parlamento, di questa classe politica. Quelle prodotte fin qui sono ampiamente sufficienti a seppellirli tutti.

Quel che ci serve sono le alternative, a saldo positivo, con le risorse che abbiamo a disposizione.

Qualcosa che sia fattibile da domani, senza bisogno che ci invada la nazione germanica, che l’uomo diventi migliore, che venga il regno dei cieli.

Qualcosa che, pur non ribaltando la situazione da così a così, ci faccia deviare dalla rotta che ci sta portando dritti nel regno dei poveri. Perché la povertà, non va scordato, salvo quella praticata a maggior gloria di Dio, è sempre accompagnata da mancanza di libertà, di benessere, di felicità.

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Default Italia, 31 Giorni al Fallimento: Oltre Berlusconi

Cosa accadrà quando la sua parabola politica, quasi ventennale, sarà giunta al termine? Sarà bene chiarire subito che non s’intende in questa sede sollecitare un pronostico in ordine al nome del successore nella carica di Presidente del Consiglio e neppure alla formula politica del governo, per quanto quest’ottica risulterebbe senza dubbio molto più attraente e stimolante per chi volesse cimentarsi nell’avanzare una risposta. La costante attenzione dei media intorno alla specifica problematica consentirebbe agevolmente a ciascuno, secondo le proprie simpatie, di intervenire con diffuse argomentazione, mutuate in parte dai commenti degli editorialisti, opinion maker, ed in parte (quella più succulenta) dai resoconti dei cosiddetti retroscenisti, una sorta di topi di Montecitorio, il cui scopo principale sembra essere quello di lasciar intendere ai lettori, con opportuni ammiccamenti, di saperla molto più lunga di quanto effettivamente scrivono.

Ribadito, quindi, che non si vuole portare l’attenzione su Mario Monti, sul governo del Presidente o sulla grande coalizione, lo scopo della domanda si connota, più modestamente, nel sollecitare una riflessione sui cambiamenti che interverranno (o potrebbero intervenire) nella vita quotidiana degli Italiani, nei loro redditi e nelle loro relazioni sociali. E’, infatti, del tutto evidente che va montando in una parte crescente del Paese una grande aspettativa, gravida di speranze indistinte intorno all’inesorabile avvicinarsi dell’ora della caduta, percepita come uno spartiacque fra il bene e il male, quasi che dovessimo inserire quella data nei libri di storia per poi dividere gli anni in avanti Berlusconi e dopo Berlusconi.

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Italiani Pizza e Spaghi, toglietevi dalle balle

26 settembre, 2011 di  
Archiviato in Cronache Italiane, Cuore di Tenebra

Riceviamo e, con un certo divertimento pubblichiamo(1)

L’Italia certo è un bellissimo paese. Pieno di storia, di cultura, di paesi e città meravigliosi, paesaggi naturali splendidi, dai mari ai monti, passando per laghi e colline. Ha un clima principalmente mediterraneo e tutto sommato invidiabile (pensiamo al gelo russo o all’afa dei paesi equatoriali). C’è il sole e il caldo, e c’è la neve e il freddo.

Insomma, ammettiamolo, vivere in Italia non è male. Certo, problemi ce ne sono tanti, ma avendo basi storico/culturali/naturali così buone, gli altri problemi, nelle giuste mani si possono, non dico risolvere tutti, ma una buona parte si.

Sono convinto che a tanti tedeschi, scandinavi, olandesi, belgi piacerebbe vivere in Italia.

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Note
  1. N.d.R L’appello del lettore è stato da noi raccolto addirittura in anticipo quando 3 anni fa abbiamo lanciato la campagna Invadeteci. Stiamo ancora aspettando. Evidentemente i Nord Europei non hanno interesse ad un’operazione di questo tipo. []
Fine delle Note

Breve storia incazzata d’Italia

21 settembre, 2011 di  
Archiviato in Cronache Italiane

Sono anni difficili dicevano i nonni. Eppure da quando posso ricordare non è la prima volta in cui viene portata all’attenzione dei tartassati il periodo contingente, la necessità di sacrificio, l’aggiunta del famoso ulteriore buco alla cinta: sempre ovviamente come necessità da lasciare alla moltitudine indistinta e passiva a vantaggio della minoranza, che tanto piccola comunque non è, dei membri di caste, castine, logge e loggette…non parliamo dei vantaggi degli evasori: quelli non essendo identificati dobbiamo matematicamente far finta che non esistano.

Si fa un bel dire, e concordo, quando si afferma che se TUTTI pagassero le tasse TUTTI potrebbero pagare la metà delle tasse che attualmente pagano i TUTTI-EVASORI. Prima occorre trovarli, o meglio occorre trovare la volontà di trovarli e farsi restituire, propongo con le cattive, il maltolto. Ma scimmiottando la pubblicità del noto caffè italiano non si ha la minima idea di quanti siano questi tutti che se non son troppi perché no? Leggi il resto

Gola profonda, Carie Meningee

B2B
Mancava, ieri sera a cena, B., un ragazzo pakistano.
Nell’incavo della sua assenza, un po’ guardinga, si è incuneata la signora B.
L’ho sempre osservata da lontano. Anche perché è bianca. Di un bianco flaccido, che quasi sembra flaccidità dell’anima.

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Fenomenologia del Bene, del Male e dei Numeri al Lotto

27 giugno, 2011 di  
Archiviato in Accademia DFC, Cuore di Tenebra, latest

Giudicare un uomo è opera complessa al punto che vi è delegato un essere divino o un magistrato il che, almeno dal punto di vista dello stipendio, è più o meno lo stesso.
Alcuni sono generosi, ma inaffidabili. Altri sono precisi come orologi svizzeri, ma opachi di mente e di cuore. Altri, a seconda delle contingenze, dell’umore e dell’intossicazione chimica possono essere di volta in volta ombrosi, spumeggianti, freddi, sorprendenti, noiosi, brillanti.

E’ per questo motivo che più che gli uomini, si cerca di giudicare le loro azioni, le scelte. Anche queste, però, sono di difficile valutazione. Aveva tutte le informazioni per fare quella scelta? Era lucido? Ci ha pensato abbastanza?
Alla fine, la montagna partorisce il topolino e ci si riduce all’elementare interpretazione della fenomenologia, in questo caso l’effetto delle azioni degli uomini. Se un uomo fa cose il cui effetto ci garba lo giudichiamo bene (è in gamba, si applica, è generoso, è competente, è onesto). Se, invece, il suo lavoro ci danneggia, egli diventa un pessimo soggetto (cazzeggia, è maligno, è ottuso, le puttane gli hanno succhiato il cervello).
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Buon Compleanno Giovine Italia

17 marzo, 2011 di  
Archiviato in Cronache Italiane, latest

“Esce di mano a lui che la vagheggia/prima che sia, a guisa di fanciulla/che piangendo e ridendo pargoleggia,/l’anima semplicetta che sa nulla,/salvo che, mossa da lieto fattore,/volentier torna a ciò che la trastulla” (Purg., XVI).

Buon compleanno, Italia. Giovine Italia. Sei ancora come quella fanciulletta descritta da Marco Lombardo. Sei “un’anima semplicetta che sa nulla”, e che “di picciol bene in pria sente sapore”, smarrendosi poi, come nel giardino dell’Eden dopo il peccato di conoscenza. Così, d’improvviso, prima ancora di diventare adulta, ti sei ritrovata vecchia, stanca, spogliata e sterile. “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”.

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Cronaca di un Giovedì Inutile

Oggi sono a casa per decreto ministeriale. Una dozzina di cazzoni strapagati hanno temporaneamente interrotto le loro attività trombatorie e profittatorie per riunirsi e decidere che oggi è festa e devo essere felice, per legge. Ovviamente a spese mie, con un mio giorno di ferie, perché mica i loro amichetti imprenditori ci potevano rimettere per farmi stare a casa in un giorno di merda come questo (non lo sapevi? Leggi qui stronzo, leggi)
Grazie, soprattutto da parte della mia bambina. Magari potevo usare questa giornata di ferie in estate, per farla stare con i nonni che sono vecchi e non possono viaggiare o magari ficcarmi cento euro in tasca (lordi) che male non fanno.  Ma La Russa & Co. mi hanno inculato per l’ennesima volta e quindi me ne resto qui in mezzo al nulla, a mille chilometri di distanza, in una giornata piovosa e fredda, mentre a casa mia è già estate. Fottiti e zitto e non cacare il cazzo, vecchio stronzo di merda. E zitto. E non cacare il cazzo. Vecchio di merda, non cacare il cazzo. Vecchio. Di merda.

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La Tristezza di Essere di Sinistra

Sempre più spesso mi accade di leggere su facebook o su alcuni blog commenti “di sinistra” sicuri e precisi, taglienti ed efficaci, nei quali, in tutta onestà, fatico a riconoscermi completamente, per cui mi viene spontaneo chiedermi se non sono diventato un vecchio reazionario, inutilmente incline ad interrogarsi sulle ragioni degli altri e, più in generale, al dubbio, inteso come metodo critico.
Va da sé che questo interrogativo mi urta notevolmente, a causa della mia piccola storia personale, che non mi permetto qui di richiamare, consapevole dell’assoluta mancanza d’interesse per gli amici ai quali mi sto rivolgendo. Una storia modesta, ma, mi sembrava, abbastanza coerente e, quindi, degna di essere preservata con una certa benevola affezione.
In breve, sono piuttosto invidioso della sicurezza acquisita da compagni, giovani e meno giovani, e profusa a piene mani su questa bacheca collettiva. Ma, per togliersi i dubbi, non c’è altra strada che porre delle domande ed attendere le risposte chiarificatrici. Cominciamo, allora.

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150 Anni: Decisamente Troppi. E Troppo Pochi

150 anni dall’unità dell’Italia sono decisamente troppi perché io mi senta emotivamente e idealmente partecipe alla “nostra” storia.

150 anni dall’unità dell’Italia sono troppo pochi per appianare le differenze manifestate dai campanilismi, i rutti leghisti, le mafie bianche e quelle rosse di sangue.
Le pietanze sulla mia tavola assomigliano più a quelle tirolesi, austriache e tedesche, che alle romagnole, laziali o siciliane.
Le mie logiche e le mie etiche, le mie paure e il mio reddito, anche.
Se fossi cittadina in uno stato (realmente) poggiato sul diritto (e sul dovere) – su istruzione, sanità, lavoro, pensioni e sistema fiscale, e laicità, mi sentirei meno orfana.
Vice versa – vivo in uno stato che finanzia la papamobile e scarpini di broccato a chi professa l’esistenza del serpente tentatore. Che paga oltre 10mila euro di stipendio mensile a centinaia di: mafiosi, incompetenti, puttane e clown.
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E’ Terribile ma Ammettiamolo: Abbiamo il Primo Ministro che ci Meritiamo

5 febbraio, 2011 di  
Archiviato in Cuore di Tenebra, latest, Storie Italiane

Continuo a sentire strepiti, urla, proteste perché da venti anni continuiamo a mantenerci un governo porcellum con un adeguato presidente del consiglio. Ma se ci pensate bene, queste proteste sono sbagliate.
Noi siamo l’Italia dei compromessi, che ha cancellato il fascismo non con un atto di eroismo, ma con un tradimento di quelli che aveva accettato come alleati, che sbagliati o no, alleati lo erano davvero.

Noi siamo quelli che per il 50 per cento vogliamo un governo egoista bovino e retrivo. In ogni famiglia, in ogni casa, in ogni ufficio, in autobus o al cinema è quasi certo che il vostro vicino pensa che sia giusto che i gli stranieri poveri siano lasciati al loro destino perché noi veniamo prima.

Noi siamo quelli che mai pensiamo di poter avere un lavoro senza una raccomandazione, magari da Papy.

Siamo quelli che per il cinquanta per cento troviamo alla fine non disdicevole mandare le nostre figlie o sorelle o fidanzate a vendersi un tanto a peso con un vecchio porco in cambio di una sistemazione economica per tutta la famiglia.

Siamo quelli che ci facciamo eleggere con in mano una bandiera, ma poi corriamo appena qualcuno ci getta il boccone e lecchiamo per ringraziare.

No, non è strano che abbiamo questo primo ministro, la maggior parte di noi conosce solo il marketing di “c‘à niscuno è fesso” e mai rinunceremmo a nessuna briciola a costo di qualsiasi equilibrismo della coscienza.
No la corruzione non la porta Berlusconi, lui è solo il termometro di quanto ignobile un popolo possa diventare quando proviene da una storia di subalternità secolare senza il riscatto di una rivoluzione.

Giuseppe Verdi 1813/1901: Un Secolo di Storia d’Italia

29 novembre, 2010 di  
Archiviato in latest, Storia e Memoria

Non si può parlare della storia politica e culturale d’Italia senza evocare il volto altero del grande vecchio: con  la sua barba bianca. serio, ma con gli occhi brillanti ed ammiccanti, già vecchio, sembra osservare con attenzione i mutamenti  della  sua amata  Italia.  Quella  patria  che,  appena  nata,  1o  fece  senatore  a vita  e che non dovrebbe mai  scordare ciò che Verdi  ha fatto  per lei.

Già dal 1842, da quando le note del Nabucco erano risuonate alla Scala di Milano. l’Italia, quella dei carbonari. quella che aspettava di allontanare gli usurpatori, aveva capito di  avere  in  Verdi  un  grande  alleato e,  da  quel  giorno,  il   musicista  era  diventato  la bandiera della rivoluzione, entrando pian  piano nel cuore di tutti: cosi, nelle piazze si cantava  il  ”Va pensiero”  e  sui  muri  si  scriveva  “Viva  V.E.R.D.I.” per  significare  “Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia”. D’altra parte, Verdi. uomo pragmatico e sanguigno. musicista e contadino, non poteva non appassionarsi alla vita politica del  suo tempo cosi animata e vitale. Eccolo quindi partire “con l’elmo in testa”, come diranno molti suoi detrattori, e dedicarsi anima e corpo a storie guerresche ove, tra i clamori della lotta, s’odono i lamenti degli oppressi: ecco,  dopo Nabucco, I Lombardi, Emani, Giovanna D’Arco, Attila

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Il Crepuscolo del Bunga Bunga

Il Ventennio e gli Anni del Bunga Bunga

Gli anni del Bunga Bunga stanno per finire. E’ vero, Berlusconi è ancora lì, ma il belrusconismo è morto. Lo si capisce non dall’avanzata degli avversari, ameboidi ed inerti anche nel momento di massima debolezza del loro antagonista, ma dalla fuga disperata ed irriverente dei tanti topi che stanno abbandonando la nave. Per farsene un’idea basta leggere l’intervista di Feltri a “Il Fatto Quotidiano” dove il caro Vittorio, in poche righe,  non si limita a rinnegare tre volte prima che il gallo canti, ma si offre già candidamente al nuovo padrone di domani, quella Lega Nord con la quale da tempo condivide l’approccio culturale alla vita e l’elegante, misurata dialettica.
E’ probabile che di qui a qualche settimana si assisterà ad una successione di abiure che ricorderà quella che seguì la caduta del fascismo, quando per strada si camminava calpestando “cimici”, il distintivo del PNF che si portava appuntato sul bavero della giacca.
Gli anni del Bunga Bunga non ci lasciano nemmeno un distintivo. Magari si correrà il rischio di sporcarsi le suole con un preservativo usato o con della polvere bianca di incerta natura, ma certamente non ci saranno lasciti culturali da rinnovare con una nuova visione della vita o ambizioni nazionali da sostituire con un rinascimento filosofico e morale. Gli anni del Bunga Bunga sono stati un periodo di vacanza del cuore e della mente che ci lasceremo alle spalle ritrovandoci di colpo più vecchi, più stanchi, con le tasche vuote e con la sensazione di essere stati ingannati ed illusi come dei bambini. Gli anni del Bunga Bunga sono un pezzo della nostra vita, un tributo pesantissimo che abbiamo voluto pagare all’ambizione di un uomo mediocre che, invece di migliorare se stesso, ci ha convinto a diventare come lui, se non peggio.

La colpa è stata e rimane nostra. Non essere stati capaci di espellere il virus dall’organismo del nostro paese è la prova che la nostra democrazia è seriamente ammalata di immunodeficienza e che questa mancanza di anticorpi ci espone a rischi ancora più gravi nel futuro quando la nazione, fortemente debilitata,  all’uscita dal lungo sogno ad occhi aperti dovrà affrontare la terribile realtà di un’economia in recessione e di un paese che non sa più creare valore industriale o culturale.
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Italiani e Immigrati: Realtà tra le Righe

12 novembre, 2010 di  
Archiviato in latest, Storie Italiane

Mentre leggo il giornale spesso mi capita  di rivedere tra le righe storie vissute da vicino, di sentire parole che se non sono proprio del caso specifico almeno ne possono spiegare il contesto. E’ stato così in questi giorni per gli operai sulla gru. Anche qui è successo una cosa del genere tra l’indifferenza e la mancata risoluzione del problema drammatico dei lavoratori senza stipendio. A dire il vero, non l’avrei notato nemmeno io, presa come sono dalle mie difficoltà, se la sera prima che uscisse l’articolo nel giornale locale in quinta pagina non me ne avesse parlato un giovane lavoratore italiano che, oltre a non poter mandare i soldi alla famiglia a Cuneo, deve pagare  insieme agli altri l’affitto qua.

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Cucitrici di Camicie Rosse

La ricerca pittorica in Italia a metà dell’ottocento avvenne per opera di un gruppo di artisti, Lega, Signorini, Fattori, Borrani, Abbati, Cecioni, per nominarne alcuni, che volse la propria attenzione alle emozioni che la realtà muoveva attorno a loro. Questi artisti avevano una formazione severa e incontrandosi al Caffè Michelangelo di Firenze, stavano “componendo” un percorso comune finalizzato al rinnovamento della ricerca nell’arte.

Fattori scrive: “Cos’era la macchia? Era la solidità dei corpi di fronte alla luce” (Alfredo Aleardi: “Sullo ingegno” Atti della reale Accademia di Belle Arti. Venezia).

Adriano Cecioni afferma in “Scritti e ricordi” che “l’artista non deve ispirarsi né a scuole filosofiche né ad accademie. La sua opera deve essere la riproduzione delle sue emozioni personali create dall’ambiente in cui vive.” (Firenze, Tipografia Domenicani 1905 pag. 295)

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Tagliare gli Alberi Alti

Italia, agosto 2010. Il crollo della fiducia nelle ideologie stimolato dal pensiero unico non poteva che portare a questa situazione, qui, dove a causa di Yalta non si era potuta fare una salutare pulizia. La Storia insegna.

Ora ne stiamo pagando il prezzo e sperare in una rivoluzione sociale di tipo rumeno o rwandese – da cui il titolo – che permetta un drastico cambiamento e quindi una ripartenza è alquanto problematico, anche se non da escludere.

Stiamo pagando il prezzo di una democrazia imposta e immatura che si alimenta attraverso l’ignoranza e la clientela, siamo un laboratorio di
politica neomedievale.

Unica via per un ritorno al dominio della ragione che non sia quello della
ricostruzione strutturale del sistema, ma un percorso dolce, è quello dell’affermazione di nuove regole elettorali – argomento già oggetto di riflessioni – che definiscano l’accesso al voto, che permettano l’esercizio del diritto in base a due fattori fondamentali, la richiesta formale e il possesso degli strumenti.

Questo sempre che si voglia davvero un cambiamento e la supremazia della responsabilità.

dal nostro lettore archibald

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