La Putrefazione di Silvio
8 novembre, 2011 di Comandante Nebbia
Archiviato in Cuore di Tenebra
Not Afraid
Il destino è un creditore pertinace. Esige le sue spettanze con precisione assoluta e con un certo sadismo. Prima o poi tutti siamo chiamati a restituire con gli interessi ciò che ci è stato prestato. In alcune occasioni in maniera palese, in altre più sottilmente.
Non deve essere piacevole sentirsi un nano, fisicamente, intellettualmente e culturalmente, specialmente quando questa turba della mente si insinua in ogni fibra e avvelena una vita che, ad una persona maggiormente equilibrata, si sarebbe rivelata piena di soddisfazioni. Ancora peggio deve essere sentirsi chiamato a rendere quei trenta centimetri di altezza che si è impropriamente, e soprattutto inutilmente, portati per 17 anni.
Solitudine preventiva
19 agosto, 2011 di seipuntotrentasette
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Come ho smesso di amare la bomba e iniziato a preoccuparmi.
C’era un freddo -c’è ancora adesso- hai presente come quando qualcuno entra in un posto e tu sei dentro già da un po’, ecco, senti che se lo porta dietro, questa cosa impalpabile. Perché mi ritrovo molte volte a cercare delle persone, ed è curioso il fatto che mi porta, nel momento in cui più vorrei parlare a qualcuno, a ritrovarmi ancora più solo, accompagnato da un insistente inesistente, i famosi Piccoli Fastidii Quotidiani, lo scendere a buttare i rifiuti e farci andar dietro le chiavi di casa, come ad accompagnare la balistica del gesto, il percorso. Li tenevo nella stessa mano (il verde melograno/ dai bei, etc.). Ci sono un mucchio di cose che danno fastidio, e questo è un dato. Forse proprio un mucchio no, ma dipende se le sparpagli in giro o le raccogli, quelli sono fatti che dipendono da come ti vuoi organizzare i fastidi. Alcuni lo fanno in macchina, per dire.
Il Figlio Matto
14 luglio, 2011 di Lameduck
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Un figlio malato, malato fisicamente di qualunque malattia organica, anche la più inesorabile e devastante, raramente viene respinto dai genitori e lasciato al suo destino. Qualche padre o madre possono decidere di fuggire, di rifiutarsi di accettare una vita di sacrifici da costruire attorno alle esigenze del figlio sfortunato ma è più frequente l’accettazione, fino all’eroismo, del proprio destino.
Tra i casi più estremi di eroismo genitoriale tutti ricordiamo la storia commovente e incredibile della famiglia Oddone, di quei genitori che si reinventarono biologi per scoprire la sostanza che avrebbe potuto alleviare le sofferenze del loro .
Questi genitori agiscono spinti dall’amore e dalla consapevolezza che un figlio malato ha ancora più bisogno di amore e dedizione.
La modernità e un nuovo senso di civiltà dei rapporti umani, dopo averci permesso di piangerne la morte come qualcosa di profondamente ingiusto ed innaturale, ci hanno insegnato che i figli hanno diritto alle cure e all’amore anche e soprattutto se imperfetti o deboli. La Rupe Tarpea ci fa orrore, l’aborto selettivo e le teorie eugenetiche che pretenderebbero di ripulire le razze eliminando gli infelici con il gas sono stigmatizzate culturalmente come disumane ed illegali.
Gilles
“E qualcosa rimane, fra le pagine chiare e le pagine scure”(1)
Potrebbe in effetti iniziare così la storia odierna di Gilles e dei suoi ricordi lungo quella strada che stancamente intraprese in una giornata al calar d’estate.
Per le strade, quelle vere, della sua fumosa città in degrado, pozzanghere ridisegnavano la geografia di quella periferia in odor di salsedine.
Cosa rimane, si chiedeva, mentre come un vecchio Pierrot si trascinava triste e s’inzuppava distrattamente i piedi negli acquitrini distribuiti come frattali lungo la via del porto.
La sua risposta era sempre quella, la solita di ogni post-sbronza, amari ricordi che tormentano come mosche, rimorsi per le scelte sbagliate, rimpianti per il fato che toglie e che da, come se qualcuno giocasse a dadi.
Note
- [↩]
Ai Confini della Follia
14 aprile, 2011 di ob1kenobi
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Questo scritto dovrebbe essere letto dopo i precedenti “Non premete quel pulsante” e “Dopo il fuoco e il tempo l’uomo invento la realtà”
Non credo che ci potrò scrivere un altro post su questo argomento perché ritengo veramente quello che sto per dire al limite del ragionevole e forse un po’ più in là.
Nei due scritti precedenti dicevo sostanzialmente che la non esistenza intesa come morte non è verificabile e che il mondo come lo conosciamo non è cosi certo come pensiamo.
Lise – Parte seconda. Sotto il Vestito.
Sulla pista dell’aeroporto Suvarnabhumi di Bangkok il Boeing 777 era in attesa dei passeggeri.
Power755 si trovava in un bunker di Dallas negli USA ad una profondità di 5 piani sotto terra. L’immenso locale C3 della computer farm era illuminato da luci di sicurezza che spandevano una luce flebile. La temperatura fredda del condizionamento garantiva il funzionamento di alcune centinaia di server che ronzavano sommessamente. Cavi inondavano il pavimento.
Lise era nella stanza. Nuda. Il suo corpo era femminile e seducente la sua pelle morbida appena spruzzata da riflessi rossi dava l’impressione di una recente esposizione al sole. Aprì un comparto e cominciò a vestirsi, ogni movimento metteva in risalto la sua grazia e la sua sensualità dolce senza aggressività di una bellezza amichevole e positiva.
Si vestì con una camicetta scollata che metteva in risalto la sua pelle dorata e un paio di jeans. Finì di vestirsi e prese a truccarsi leggermente. Aprì il comparto e prese la borsa da viaggio e si apprestò ad uscire.
Lise – Parte prima. Il viaggio
Un’altra partenza. Il passare delle ore e improvvisamente il tempo che sembra contrarsi: sempre troppo poco per fare tutte quelle cose che non si erano previste precedentemente e allora forsennatamente si cerca di fare tutto di corsa. Poi la partenza verso l’aeroporto, il taxi, il check in e poi finalmente si tratta solo di aspettare l’imbarco. L’attesa con persone anonime che mai si ricorderanno di me come mai mi ricorderò di loro.
Finalmente si sale sull’aereo, la gente si accalca per giungere al posto chissà perché poi visto che sono tutti prenotati.
Novembre
16 febbraio, 2011 di Comandante Nebbia
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Quando accadde era un giorno di novembre. Io ero seduto solo, proprio sugli scogli del molo di levante, quelli che si raggiungono con due chilometri di cammino sul sottile braccio di ferro e cemento che non è terra e non è cielo, ma un mondo a se stante sospeso tra il silenzio della solitudine ed il rombo sordo del mare e del vento.
Il cielo era scuro, perché era mattina presto e dai radi squarci di luce non si poteva capire se sarebbe stata una giornata di sole o di pioggia, ma lì non valeva nemmeno la pena di pensarci perché qualunque sarebbe stato il tempo a terra, in quel punto esatto sarebbe stata comunque una fredda giornata di mare.
Ero lì perché quando era cominciata la guerra ero scappato lontano di casa per proteggere la mia famiglia, ma poi ero tornato, perché quando c’è la guerra c’è guerra ovunque e se si deve morire, il posto più giusto ti sembra sempre casa tua.
Nicole Minetti non è una Vittima
1 febbraio, 2011 di Comandante Nebbia
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Fra gente civile il genere sessuale, come il colore della pelle, non dovrebbe rappresentare un fattore di discriminazione. Questo nella teoria, ovviamente, perché nella pratica è tutta un’altra cosa. Il colore della pelle conta e conta molto in un paese come il nostro dove già l’accento sbagliato, in certe regioni, scatena il pregiudizio. Le donne, aldilà della presa in giro delle quote rosa, sono vittime di discriminazione in politica, sul lavoro e, in generale, tutte le volte che aspettano un bambino o fanno il loro dovere di madri.
Tutto questo, come premesso, è incivile, ma non può servire per giustificare l’utilizzo del colore della pelle o del genere sessuale come attenuante. Mi spiego: se una persona è inaffidabile, disonesta o violenta, rimane inaffidabile, disonesta o violenta anche se è di colore. Cercare attenuanti per chi si comporta male ed appartiene ad un’etnia sfortunata, è un atteggiamento di colonialismo paternalista e ipocrita.
Strade
30 gennaio, 2011 di Emanuele
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La strada di ogni giorno
Se ne stava li in parte alla carreggiata, tra il fosso e il guard-rail, appoggiato al suo decespugliatore, in un momento di pausa.. chissà; immerso nei residui della nebbia notturna che soffoca la pianura guardava quel fiume di macchine passare, con gli occhi spenti sul vuoto.
Sembra dire “che ci faccio qui?” Ed io, che ci passo a non più di qualche metro, inizio a pensare la stessa cosa.
Ancora quel ragazzo. L’ho visto in almeno 5 paesi diversi. Vende noci di Sorrento sul ciglio della strada. 5 euro per 2 chili. Cammina avanti e indietro sul marciapiede e si soffia sulle mani per combattere i 4 gradi che mordono la pianura. Ha i pantaloni strappati, ma non quegli strappi fashion che vanno di moda, un giubbotto quasi estivo.
Tra una nuvola di fiato e l’altra sembra dire “che ci faccio qui?” Ed io, che ci passo a non più di qualche metro, continuo a pensare la stessa cosa.
Pellegrino dell’Assoluto
29 gennaio, 2011 di Comandante Nebbia
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Ricevo e, dopo aver avuto il permesso dell’autore, pubblico l’intero carteggio.
Carissimo Comandante Nebbia,
mi presento. Il mio nome è Bijuu (sostituito con un nickname N.d.R.), studente, affezionato lettore di MC dal lontano 2007, nonché del che è stato l’origine del mio percorso con Dellefragilicose/CN.
Lei ovviamente non può conoscermi direttamente, seppure forse io compaia come numerino nel conteggio degli accessi al sito. Se fosse giunto fino a questo rigo, si starà altrettanto probabilmente chiedendo per quale motivo abbia deciso di scriverle; la ragione è molto semplice eppure non banale: ho finalmente trovato il coraggio e l’occasione di condividere sul suo sito qualcosa che, spero, sia degno dello stesso.
Non a caso però le invio questa piccola lettera-prefazione del pezzo(di per se’ piccolo)…
Ricordo ancora con discreta precisione, 4 anni fa al tempo della maturità, la prima volta che accedetti al suo sito originale. Cercavo qualcosa relativamente ad Einstein ed alla teoria della relatività (non ricordo invece le esatte chiavi), e finii per imbattermi nei suoi disegni con piccoli insetti sui piani curvi. Feci una saporita risata; tra tutte le cose utili per la mia seconda prova in fisica, doveva uscirmi proprio una pagina del genere? Chiusi il tutto con fretta sommaria.
Alla fine dell’atto ministeriale che avrebbe dovuto rendermi magicamente più “maturo” ero al settimo cielo, pronto ad affrontare il mio personale percorso universitario e di vita. Mi tornò in mente, non so come, non tanto il testo sulla curvatura delle spazio e del tempo quanto l’impegno che vi era stato profuso nel redigerlo: chiunque fosse stato il pazzo che si era messo veramente a disegnare insettini per spiegare la teoria relativistica meritava una ricerca su google! Rilessi con piacere l’articolo e pensai all’aforisma: “esistono una stagione ed un tempo per ogni cosa”. Forse perché con la mente libera dall’ansia degli esami, riuscii ad avvicinarmi al suo articolo come prima non mi era riuscito.. Scoprii -a seguire- tutti gli altri post dalla natura così variegata che avevano denominatore comune nell’affascinarmi terribilmente. Risalendo la fonte, arrivai ad MC la quale era(ed è) pervasa da un pluralismo di idee francamente unico. Il mio primo desiderio fu quello di unirmi alla comunità di persone sconosciute che sembravano avere un’aria così familiare fra loro, di scrivere qualcosa: ero così pieno di pensieri da condividere, ansante di rendere lustro al mio personale modo giudicare il mondo che credo mi fosse sfuggito il principale scopo del blog.
Ed infatti leggendo sempre più avidamente ogni commento e testo la voglia sparì rapidamente. Crebbe invece il monito di non fermarmi alla prima occhiata qualsiasi argomento venisse presentato, di capire veramente cosa ci fosse a monte di ogni atto, di immedesimarmi in maniera personale e critica. Più che la voglia di commentare con altri, cominciai dunque quello che a posteriori si potrebbe definire un dialogo intimo, personale. Non so se ciò di cui sopra faccia parte degli obiettivi che si fosse inizialmente prefisso, ma è quello che, ad oggi, mi spinge a scriverle. Provare ad andare oltre all’immediato che avvolge cose in cui siamo immersi, provare a darsi risposte che eludono i toni semplicistici, l’arroganza della supponenza, la questione di principio (se preferisce). Guardare il mondo con occhi non migliori, semplicemente diversi. Per questo, non posso fare a meno di ringraziarla. La ammiro e la stimo molto (e questo forse traspare dal testo che le invio), così come si potrebbe avere piacere di leggere qualcuno che non si conosce fisicamente. Condividendo pensieri, opinioni ed idee per poi tramutandoli in parole, in questi anni lei probabilmente si sarà reso conto di cosa ha creato. MC è un eccezionale sito di divulgazione, un’alternativa necessaria alle fonti di informazioni e confronto classiche. Lo è per me.
Consciamente o meno, lei ha in questi anni impresso una porzione di se considerevolmente ampia su queste pagine. Come ha avuto più volte modo di ripetere, il suo riserbo è frutto del suo carattere ed in quanto tale non voglio intromettermici. Ho appreso, tuttavia, dei suoi recenti problemi lavorativi ( che appaiono quantomeno tamponati)ed il distacco che essi le causano dalla sua famiglia ed i suoi affetti. Non ho mezzo alcuno per sanarli, mi dispiace veramente. Durante le feste mi sono chiesto quindi cosa avrei potuto fare per restituire anche solo un briciola di ciò che ho letto e ricevuto, e mi è venuto in mente un testo letto in prima liceo, così straordinariamente aderente a lei ed alla sua situazione, che non ho potuto fare a meno di condividerlo. E’ la prima volta che sento di avere “realmente ” qualcosa dire, da quando vi seguo. Il testo è dedicato anche ad MC, su cui sembra essersi perso un po’ il fermento che c’era nei primi tempi (se posso permettermi) e non ne capisco la causa. Sono certo che ritornerà.
Il testo che riporto di seguito è stato scritto da L. Bloy, scrittore francese vissuto a cavallo fra il 19° ed il 20° secolo, che in tutto il vasto universo di internet non ha ancora trovato collocazione in nessuna pagina. Lo scritto, come l’autore, è pervaso di una coscienza cristiano-cattolica che so non appartenerle. Non appartiene neppure alle mie personali convinzioni, nel caso se lo stesse chiedendo o lo trovasse importante (anche se l’aforisma sopracitato è biblico). Perché dunque chiederle di vagliarlo per MC? Per quale motivo spero che possa esserle di conforto in questo periodo? Non posso rispondere con adeguatezza a queste due domande; quel che posso dirle esattamente, è che quando mi è tornato in mente ho subito pensato fosse adatto a lei. Con onestà, più probabilmente, mi è tornato in mente per lei. Il modo in cui ha spesso menzionato la “fede” senza accostarvici il concetto di religione è uno dei è uno dei miei motivi di riflessione più ardenti sui suoi scritti.
La prego di voler considerare il seguente testo come una metafora, una osservazione spogliata e laica, del suo percorso personale e del suo blog. Con l’augurio che, alla stregua di Colombo, lei possa portare avanti il suo impegno su MC. Il mio auspicio è quello che lei sappia -a differenza del pellegrino dell’assoluto- che certi viaggi hanno compagni virtuali o reali che non mollano perché, semplicemente, non possono farlo.
I miei più sentiti auguri ed ogni bene a lei Comandante ed a chi le è vicino nei pensieri, quando si addormenta.
Di seguito il testo del pezzo.

I marinai spagnoli che accompagnavano Cristoforo Colombo si ammutinarono più volte, fino a minacciarlo di morte se egli non avesse dato l’ordine di tornare indietro, poco prima di arrivare nelle vicinanze di San Salvador. Soltanto con una meravigliosa fiducia in Dio questo uomo incomparabile riuscì a rassicurare gli increduli: “Concedetemi ancora tre giorni, vi darò un mondo” e l’America fu scoperta.
Ma l’America non era l’assoluto. Era un punto di arrivo estremamente difficile da raggiungere, ma pur sempre un punto di arrivo in cui sostare e da dove alla fine si sarebbe ritornati. L’Assoluto, al contrario, è senza ritorno. Non si ritorna perché è un viaggio senza termine.
Il mistero risiede nel fatto che l’Assoluto non è soltanto un abisso sull’Eternità, è al tempo stesso l’unico punto di partenza, il capolinea. Si parte da Dio per andare a Dio, è il solo spostamento che abbia un vago senso, un’utilità. Tutto il resto, ossia ogni altro viaggio che si crede porti in qualche luogo non vale nulla e, più si va in fretta meno ha senso. Non sono ricco, è noto, ma prometto diecimila franchi, mi avete capito bene, mi impegno a tirar fuori dalla mia tasca vuota una decina di biglietti da mille franchi e a darli alla persona che mi dimostrerà che vi è qualcosa di più cretino di correre a centocinquanta chilometri all’ora con una ridicola maschera da diavolo, in un’orribile macchina molto costosa, che appesta e schiaccia.
Ma ancora una volta l’Assoluto è un viaggio senza ritorno ed ecco perché coloro che lo intraprendono hanno così pochi compagni. Pensate, volere sempre la stessa cosa, andare sempre nella stessa direzione, camminare giorno e notte senza mai girare a destra o a sinistra, neppure per una volta o per un attimo, concepire per tutta la vita ogni pensiero, ogni sentimento, ogni atto, fino alle minime palpitazioni come una specie di successione perpetua di un iniziale decreto della volontà.
Cercate di rappresentarvi un uomo d’azione, una specie di esploratore in partenza. La forza della sua parola ha attirato qualche entusiasta che ha deciso di seguirlo. L’inizio del viaggio è un trionfo. Pioggia di fiori, acclamazioni, delirio della folla. Nelle città e nei villaggi si organizzano imbandieramenti e luminarie, si festeggiano gli audaci. Anche nelle campagne banchettano al loro passaggio.
Poi ben presto l’allegria diminuisce. Si arriva in paesi nuovi che non sanno nulla, che non comprendono nulla e che restano indifferenti. Talvolta i viaggiatori suscitano diffidenza. …. Lentamente i cibi e i vini raffinati sono rimpiazzati dalle bucce, e il contenuto dei vasi da notte prende il posto dei fiori. L’entusiasmo dei compagni si è già completamente spento.
Molti si sono allontanati con i più diversi pretesti. I rari fedeli, a loro volta, cercano il modo di fuggire senza perdere troppo l’onore. Non avevano previsto che c’era da soffrire.
Tuttavia ci si rassegna ancora per pudore e per orgoglio. Finché ci saranno delle abitazioni umane e degli uomini buoni o cattivi, ma con un po’ di coraggio, il viaggio potrà essere sopportato.
Ma ecco che gli uni e gli altri si rarefanno. Si entra nel deserto, nella solitudine. Ecco il Freddo, le Tenebre, la Fame, la Sete, la Fatica immensa, la Tristezza spaventosa, l’Agonia, il Sudore del sangue…
Il temerario cerca i suoi compagni. Capisce a questo punto che per la voluttà di Dio deve restare solo in mezzo ai tormenti e va nell’immensità nera, portando davanti a sé il cuore come una fiaccola.
Tratto da “Le Pèlerin de l’Absolut”, di
Gentile Bijuu,
ho letto immediatamente la sua lettera, ma mi sono preso qualche giorno per risponderle perché l’impegno profuso nel redigerla richiedeva una riflessione adeguata.
Spero che le faccia piacere sapere che leggerla mi ha fatto felice, non tanto per i generosi complimenti ai quali l’età e l’esperienza mi hanno vaccinato, quanto per la consapevolezza che almeno uno dei miei lettori ha recepito in pieno il messaggio che è e resta: io non posso
dirti il perché delle cose, ma posso stimolarti a cercarlo.
Ho iniziato a scrivere perché in questa società io sono un disadattato. Ho seri problemi di identità e relazione. La mia attitudine è troppo personale per poter essere apprezzata. La scrittura mi ha permesso di trasferire parte della mia alienazione a chi legge, alleviando il carico per me ed inducendo uno stimolo alternativo alla grande platea di MC.
MenteCritica come esperimento collettivo è fallito. Purtroppo, non ho imparato abbastanza per essere un buon compagno di strada per chi mi era affianco. Ora continuo con quei pochi che hanno imparato a sopportarmi e con la collaborazione di qualche affezionato lettore al quale, probabilmente, non ho mai espresso gratitudine in termini adeguati.
Pubblico volentieri il suo contributo. Credo che senza la premessa e la mia risposta, sarebbe risultato incomprensibile ai più. Pertanto la ringrazio per avermi consentito la pubblicazione integrale del carteggio.
S’abbia i miei più affettuosi saluti
grp
P.S.Consiglio un approfondimento sulla figura di Leon Bloy, scrittore che non conoscevo. Si può partire da .
Monicelli: In Morte d’un Eretico
30 novembre, 2010 di Daniela Tuscano
Archiviato in latest, Schermo dei Sogni
La carnosità e la carnalità. La risata, anzi, la risataccia, sapida, polposa, sgangherata. E secca. Secca, sì, affilata, tagliente e schioccante come frusta. Due opposti che si fondevano, nella maschera cisposa di Mario Monicelli. Un italiano aristocratico. Ribelle con una causa. Umanista. Umanesimo “minoritario”? Andiamoci piano. Monicelli discende direttamente dalle costole di Donatello, di Verrocchio e, ovviamente, di Machiavelli. Ma, sotto alcuni aspetti, traluce in lui qualche eco dell’Adriano di Yourcenar, non quello degli ellenistici languori, certo, ma il lucido intellettuale senza dio, il camminatore di sterrati solatii, solo, spettrale, dinoccolato ma umile. Che a quell’humus, a quella terra, torna, perché questo è il suo unico destino, e se ne riappropria e se ne ricongiunge. Non il superuomo che si fa divino, ma l’uomo snudato, che ci conficca lì, sgomberandoci d’illusioni consolatorie e meschine. Che ci rinfaccia la nostra solitudine immensa, e lo fa con la sgarbatezza rude dell’amore autentico, privo d’alibi. E l’amore sempre ferisce.

Lo rivedo avvolto in un cappuccio rosso, d’un rosso pontormiano, e mi rimanda a un’altra immagine a me nota: l’Autocamaldolese del romano Walter Lazzaro, il pittore dei silenzi sospesi, della vita che si umanizza nell’oggetto. Ma l’occhio di Monicelli è ridarello, alchemico, pazzo; quel suo ritratto è bestemmia, l’ultima burla alla mistica truffaldina. Pochi giorni fa manifestava contro i tagli alla cultura; e ieri s’è gettato nel vuoto, da una finestra, scegliendo, per sopprimersi, la maniera più vorticosa, straniante, diremmo: urlata, fottuta. Mi par di vedere quel volo, negli stessi occhi allucinati e folli, nell’ellisse sghemba d’un Pinocchio rimasto ligneo, quindi estraneo a codici e regole. Un estremo grido d’anarchia e d’amoralità. Monicelli ha voluto lanciarci la sua sfida suprema, martire di quella laicità che in Italia non ha mai avuto dimora. E per l’assenza della quale siamo privi di religione, e pervasi di clericalismo.

L’abbiamo sfregiato noi Monicelli. Noi, nella vigilia di Natali dolciastri, spumeggianti di rotondità vuote, e l’abbiamo appiattato là, su quel volgare cortile d’ospedale, disusato, distrutto. Ne abbiamo scardinato l’anima, perché non la potevamo contenere. La morte di Monicelli ci asciuga delle ideologie senza cuore. Ma non ce ne accorgeremo. E proseguiremo a vegetare, in quest’Italia incollata alla sua plebea atemporalità.
Il Crepuscolo del Bunga Bunga
13 novembre, 2010 di Comandante Nebbia
Archiviato in Cuore di Tenebra, latest, Oltre le Righe, Storie Italiane
Il Ventennio e gli Anni del Bunga Bunga
Gli anni del Bunga Bunga stanno per finire. E’ vero, Berlusconi è ancora lì, ma il belrusconismo è morto. Lo si capisce non dall’avanzata degli avversari, ameboidi ed inerti anche nel momento di massima debolezza del loro antagonista, ma dalla fuga disperata ed irriverente dei tanti topi che stanno abbandonando la nave. Per farsene un’idea basta leggere a “Il Fatto Quotidiano” dove il caro Vittorio, in poche righe, non si limita a rinnegare tre volte prima che il gallo canti, ma si offre già candidamente al nuovo padrone di domani, quella Lega Nord con la quale da tempo condivide l’approccio culturale alla vita e l’elegante, misurata dialettica.
E’ probabile che di qui a qualche settimana si assisterà ad una successione di abiure che ricorderà quella che seguì la caduta del fascismo, quando per strada si camminava calpestando “cimici”, il distintivo del PNF che si portava appuntato sul bavero della giacca.
Gli anni del Bunga Bunga non ci lasciano nemmeno un distintivo. Magari si correrà il rischio di sporcarsi le suole con un preservativo usato o con della polvere bianca di incerta natura, ma certamente non ci saranno lasciti culturali da rinnovare con una nuova visione della vita o ambizioni nazionali da sostituire con un rinascimento filosofico e morale. Gli anni del Bunga Bunga sono stati un periodo di vacanza del cuore e della mente che ci lasceremo alle spalle ritrovandoci di colpo più vecchi, più stanchi, con le tasche vuote e con la sensazione di essere stati ingannati ed illusi come dei bambini. Gli anni del Bunga Bunga sono un pezzo della nostra vita, un tributo pesantissimo che abbiamo voluto pagare all’ambizione di un uomo mediocre che, invece di migliorare se stesso, ci ha convinto a diventare come lui, se non peggio.

La colpa è stata e rimane nostra. Non essere stati capaci di espellere il virus dall’organismo del nostro paese è la prova che la nostra democrazia è seriamente ammalata di immunodeficienza e che questa mancanza di anticorpi ci espone a rischi ancora più gravi nel futuro quando la nazione, fortemente debilitata, all’uscita dal lungo sogno ad occhi aperti dovrà affrontare la terribile realtà di un’economia in recessione e di un paese che non sa più creare valore industriale o culturale.
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Stabilità Mentale
4 settembre, 2010 di Marechiaro
Archiviato in Storie Italiane
Non so se è solo una mia impressione o la stabilità mentale sta degenerando non solo per l’età e in condizioni di stress. Dalle liti in sala parto, in Parlamento, alle ragazze ingaggiate per assistere allo show del rais, allo strapotere dei gestori delle utenze pubbliche, alle stragi per futili motivi e ai vari incidenti dovuti a distrazioni che la cronaca segnala abbiamo solo una piccola parte del fenomeno, che non è dannoso solo quando destabilizza i vertici o provoca decessi ma per la sua continuità subdola.
Sto scrivendo mentre quello di fronte urla di tutto alle ragazzine, discolette per la verità, mentre la madre tace e il padre vero si è rifatto una famiglia. Pochi minuti fa ha smesso di funzionare un martello pneumatico che ci ha disturbato tutto il pomeriggio, proprio oggi che si cominciava a quietare dopo un’estate passata a dover assistere alle urla continue di un altro cinquantenne alla propria madre ottantenne, a volte piena di lividi che giustifica con cadute a cui non crede nessuno.
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“Pentiti Arlecchino” Disse l’Uomo del Tic-Tac
26 maggio, 2010 di dellefragilicose
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Tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac,…
Ogni giorno, senza fermarsi mai, il tic-tac scandiva i secondi regolati dall’Uomo del Tic Tac. Arlecchino, che era nato con l’orologio al polso, batteva il piede a tempo col tic-tac.
Tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac,…
“Ora è questo ciò che devi sapere Arlecchino” diceva l’Uomo del Tic-Tac. “Ora è questo quello che devi fare Arlecchino” diceva subito dopo l’Uomo del Tic-Tac. E Arlecchino sapeva e Arlecchino faceva, perché era nato con l’orologio al polso e pensava che non se ne potesse fare a meno.
Tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac,…

“Lavora Arlecchino perché ora mi servi” diceva l’uomo del Tic-Tac. E Arlecchino lavorava, perché pensava che che chi regola il tempo sapesse meglio di lui cosa fare.
“Smetti di lavorare Arlecchino, perché ora non mi servi più” disse un giorno l’uomo del Tic-Tac. E Arlecchino lasciò la leva, si sedette e aspettò che l’Uomo del Tic-Tac gli dicesse di nuovo cosa fare.
Tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac,…
Tram n. 8 – 2 -
16 maggio, 2010 di Billie
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Sabato mattina. Sono sul tram con i miei due cani.
Una signora sale alla fermata del Ministero. Mi colpisce perché devono piacerle i cani, mi sorride e sceglie il posto vicino a me. Strano, in genere mi evitano.
La signora ha un cappottino verde di taglio piuttosto antico. Mi chiede la razza dei cani, sono cani fantasia le dico sorridendo, belli, ma preferisce i grossi, dice, e intanto accarezza i miei.
Le chiedo di dov’è.
Albanese.
Le chiedo dove ha imparato il suo italiano perfetto.

Psicopatologia del Fascistone
27 marzo, 2010 di mc
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Il Fascistone gode nel fare il saluto con il braccio teso. Lungi dal rappresentare una ideologia politica, una mozione di ribellione o una semplice semeiotica di appartenenza, il braccio teso attinge essenzialmente ad un’esibizione di virilità. Una metafora fallica la cui proiezione spaziale verso l’alto e l’intrinseca rigidità hanno la valenza liberatoria dell’atto di aprire l’impermeabile e mostrare, finalmente e senza inibizioni, le spropositate dimensioni e la consistente turgidità del proprio apparato riproduttivo.
