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Default Italia, 56 Giorni al Fallimento. Che Sei Disposto a Perdere?

15 settembre, 2011 di  
Archiviato in Democrazia e Diritti

Qualche giorno fa ho letto qui su MenteCritica un interessante contributo che merita di essere approfondito. L’autore, arditamente, scardina un tabù e associa “i diritti dei lavoratori” ad una componente della retribuzione che, come tale, può essere assottigliata per agevolare l’impresa nel titanico compito di affrontare una crisi che, nel nostro paese, è sensibilmente aggravata dai valori infimi di credibilità a cui è giunta l’intera classe dirigente: politici, magistrati e parti sociali.
Non a caso, ho racchiuso la locuzione diritti dei lavoratori tra virgolette. In larga parte dell’opinione pubblica del nostro paese essa è percepita ancora con una valenza sacrale, incontestabile, dogmatica che poco ha a che fare con la cultura economica attuale e molto richiama i periodi storici dove socialismo e comunismo si proponevano come religione laica alternativa ed esclusiva.

Quindi, affermare che i “diritti dei lavoratori” sono, in un certo qual modo mercificabili, può suonare blasfemo a più di una coppia di orecchie. Bene, argomento ideale per un sito la cui prima, antipatica a tanti, indimenticabile tagline è stata: Non esistono questioni di principio.

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Default Italia 92 Giorni al Fallimento: Feroci o Coglioni?

10 agosto, 2011 di  
Archiviato in Cuore di Tenebra

Come ho scritto diverse volte su queste pagine, non sono uomo di progetto. Un teorico ed idealista come me non è adatto a formulare proposte concrete al di fuori dei propri ambiti di competenza (che sono diversi, alcuni dei quali non auspicabili in queste contingenze). Al massimo posso raccontare qualche sogno, più spesso qualche incubo.
E’ per questo che mi sono astenuto dal formulare proposte concrete sulla soluzione del problema default.  C’è gente più preparata e volenterosa di me in giro. Non parlo solo dei soliti soloni strapagati per scrivere quello che decide il governo, confindustria o i sindacati, ma anche di “semplici” tecnici (si legga ad esempio questo interessante articolo) o uomini di buona volontà che hanno generosamente provato a dare il loro contributo anche su queste modestissime pagine (vedi, ad esempio,  qui, qui e anche qui).

Comunque, non voglio astenermi dal prendere una posizione. Quella che esporrò non può definirsi una proposta. Più propriamente rientra in un quadro onirico. Sogno o incubo, lo lascio decidere a chi leggerà.

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Ma i Poveri Avranno il Regno dei Cieli?

Una volta la produzione di massa esisteva solo in America, da noi si stentava persino a credere che si potesse buttare un oggetto funzionante solo per poterne comprare uno nuovo. Mi ricordo di una falce che mio nonno aveva ereditato da suo padre. Mentre mio padre era sicuro che non ci fosse in giro un altro palanchino d’acciaio buono come quello che suo padre aveva portato dalla Germania, tornando da Berlino a piedi.
Erano cose ben fatte, apprezzate da chi praticava quotidianamente la fatica, da nobis hodie panem nostrum quotidianum , e conosceva il vantaggio che procura un attrezzo ben costruito, una ruota che gira su bronzine, una vanga forgiata, un rastrello di carpino ben stagionato.

Di quei lavoratori la gran parte votava PCI, alcuni PSI, quello di Nenni ci tenevano a precisare. Il lumpenproletariat(( Termine marxista che indica la parte del proletariato formata da chi non dispone di alcun reddito e che manca completamente di coscienza politica. )) e la borghesia minuta che credeva in Dio votavano per la DC, che prometteva assistenza a tutti, soprattutto agli ultimi. Lo stato sociale in embrione e lo stato assistenziale di là da venire non avevano ancora dispiegato i loro effetti. Nel senso che chi votava a sinistra aveva delle ragioni oggettive, in senso marxiano, per farlo; per ritenersi sfruttato e dunque per covare propositi di rivalsa nei confronti dei propri sfruttatori. I lavoratori intravedevano margini concreti di miglioramento, a scapito dei padroni delle fabbriche e del profitto.

Ho l’impressione che oggi non sia più così. Che strati sempre più diffusi di popolazione si ritengano sfruttati senza averne i requisiti minimi, in quanto posti ai margini di qualsiasi contesto produttivo degno di questo nome. Perché non vi può essere plusvalore laddove non si producano beni o servizi che abbiano un valore, e se non c’è plusvalore non c’è profitto e senza profitto non c’è sfruttamento.
Mi guardo bene dall’indicare le categorie che si autoproclamano sfruttate senza esserlo. Mi limito a osservare che in questo paese si lagnano tutti, genericamente; tutti accampano diritti e tuttavia nessuno indica il soggetto dal quale si dovrebbe riscuotere, contentandosi di indicare il Palazzo e Lor Signori.

Chi paga le tasse protesta perché sono troppo alte, in generale; i pensionati perché le pensioni sono troppo basse, mediamente; gli studenti contro i tagli ai finanziamenti della scuola pubblica; gli insegnanti contro la riforma che gli toglie il posto; gli operai contro Marchionne che li vuole mettere con le spalle al muro. Proteste che sembrano dirette a qualcuno, che in realtà sono rivolte pedissequamente al Sistema, alla Politica, al Cielo. Anche quando sembrano avere un bersaglio con un nome e un cognome, per esempio Sergio Marchionne, in realtà sono contro il Mutamento Globale, che le guarda dall’alto e ride.

Altra cosa sarebbe se quelli che pagano le tasse, anziché chiedere di esserne prontamente sollevati, chi deve provvedere provveda, reclamassero di volta in volta un Fisco più efficiente, una Politica meno costosa, una Giustizia più produttiva, una Sanità più efficace, una Scuola meno autoreferente, un’Amministrazione meno pletorica, un Vaticano meno pervasivo e famelico. Cose che avrebbero il pregio di individuare di volta in volta la controparte chiamata a dare. Se prendesse piede il costume di indicare oltre che il peccato anche il peccatore, la causa oltre che l’effetto, ogni componente della società, a turno, sarebbe messa di fronte alle proprie responsabilità e, dovendone rispondere agli altri, pungolata a mutare e a migliorarsi.

Ma s’è stabilito a furor di popolo, apparentemente una volta per tutte, che non ci si debba fare la guerra tra poveri, quasi che povero sia una categoria dello spirito che manda assolti da ogni peccato. Omnia munda mundis. Il giovane ricercatore senza tutele sociali e il giovane pensionato senza niente da fare, accomunati dallo stesso reddito di 1000 euro al mese e dallo stesso datore di lavoro, marciano insieme contro il Palazzo. Pronti a solidarizzare con il giudice che ha consentito alla prescrizione di determinare l’estinzione del reato. Oppure con il lavoratore socialmente utile, o con l’impiegato della Regione Sicilia, che tiene famiglia. La colpa, se mai, è di chi li ha assunti a carico dell’Erario per amore del Potere. I nemici dei miei nemici sono miei amici.

Forse il male oscuro che s’è portato via l’anima della Sinistra, facendola terminare in braccio ai cattolici, è stata proprio la volontà di non distinguere tra poveri, o l’incapacità di farlo.
Forse un partito deve rappresentare le categorie sociali per interessi, più che per censo, se non vuol correre il rischio di diventare un contenitore di contrari, facendo la fine dell’asino di Buridano, che morì di inedia per non saper scegliere tra l’acqua e il fieno.

Chi paga le tasse deve poter chiedere conto a chi non le paga. Chi produce valore e plusvalore ha necessariamente interessi diversi da chi percepisce una pensione, un vitalizio, una prebenda, una rendita, uno stipendio spurio a carico della fiscalità generale.
Non ha pregio il fatto d’essere tutti poveri allo stesso modo.
Gli interessi dei poveri non vanno tutti nella stessa direzione.
Forse non tutti i poveri avranno il regno dei cieli.

Progetto Politico Contro le Devastanti Politiche Di Esternalizzazione

Ricevo e volentieri pubblico questa nota di Lidia Undiemi che descrive un progetto politico di contrasto alle esternalizzazioni speculative.
Come già detto in passato, non ho difficoltà a considerare la flessibilità lavorativa come un valore produttivo nazionale che va incoraggiato e tutelato.
Quello che è intollerabile, però, è l’utilizzo criminale degli strumenti che regolano la flessibilità che portano a retribuire il lavoro come “a tempo indeterminato”, ma a trattare le persone come “liberi professionisti”.

La flessibilità è un valore che il dipendente offre all’imprenditore insieme alle sue conoscenze e come tale va retribuito come si retribuiscono le competenze. Questo vuol dire che un lavoro flessibile va retribuito in maniera più rilevante di un lavoro fisso.
Questo criterio, così semplice e naturale, è già ampiamente radicato nella mentalità comune.
A nessuno sembra assurdo pagare 100 euro al giorno per affittare una vettura che, magari, ne costa solo 10.000. E’ evidente che il vantaggio di poter usare una cosa e poi restituirla va retribuito a chi si assume l’onere di acquisire il bene, manutenerlo e renderlo disponibile a richiesta.
Chi conta di dover usare a lungo una macchina e intende averla nelle proprie disponibilità senza preavviso e senza prendersi il disturbo di affittarla, andarla a prendere e riconsegnarla, spende 10.000 euro e l’acquista. Nei dieci anni medi di vita, la macchina verrà a costare 10 euro al giorno invece di 100, ma ovviamente rimarrà in garage quando non serve e nei 10 euro al giorno saranno comprese le tasse e le spese di manutenzione.

Così, un lavoratore flessibile fa l’investimento di formarsi e manutenersi(formazione, esperienze, ecc.). Investimento che, come nell’auto a noleggio, va retribuito in aggiunta al servizio.
Chi aggira questa regola naturale e insita nel funzionamento del mercato compie un’azione criminale perché non solo condiziona il presente del lavoratore, ma mina il sistema previdenziale e, di conseguenza, l’intero tessuto produttivo.

A livello microeconomico è l’utilizzo improprio dei contratti a progetto a rappresentare l’abuso criminale. A livello di grandi industrie, il meccanismo passa attraverso le esternalizzazioni che portano a rendere flessibile un rapporto di lavoro fisso senza, però, pagare l’aliquota di compensazione testé descritta.

Questo saccheggio, al momento, è come un iceberg. Quello che si vede è solo una minima parte del pericolo incombente. Le forze politiche sono colpevolmente assenti. A questo punto possono essere definite complici in quanto molti partiti e sindacati hanno partecipazioni economiche consistenti in società che utilizzano la precarizzazione del lavoro.
Spero che questa iniziativa di Lidia, in ambito Italia dei Valori, non si limiti alla proposta e si concretizzi rapidamente in fatti visibili a tutti. Tutti noi abbiamo bisogno di punti di riferimento operativi. Se Lidia e l’IDV possono diventarlo, sarò felice di sostenerne l’azione.

Comandante Nebbia

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Scoop: Il Finale di Lost Anche su MenteCritica

Se sei arrivato su questa pagina perché  non riesci ad accedere a questo link per vedere il post originale di MacchiaNera a causa dello spropositato numero di tentativi di accesso, ma riesci tranquillamente ad accedere a questa pagina del  Corriere dove c’è testualmente scritto che nei prossimi mesi corri il rischio di ritrovarti il Fuoco Greco sotto il culo e il bancomat tirerà fuori solo un bigliettino con scritto: Non hai vinto, ritenta, allora meriti di conoscere il finale di Lost in anticipo su tutti:

Jack riceve un messaggio dal suo ospedale che gli comunica l’avvenuta esternalizzazione del suo reparto. Passerà in una S.r.L. in attesa della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà.

Locke si ritroverà licenziato a cinquantatré anni senza nessuna prospettiva di ricollocazione e sarà talmente incazzato che gli uscirà il fumo nero dal culo.

Kate non troverà mai un lavoro dove il capo non voglia toccarle culo e tette.

Sawyer diventerà un camorrista e girerà per negozi a chiedere il pizzo.

Benjamin Linus si metterà a fare il caporale per gli extracomunitari che raccolgono le pummarole in provincia di Caserta.

A Sayid non rinnoveranno il permesso di soggiorno e sarà costretto a faticare a nero per una ditta di costruzioni a venti euro al giorno per 12 ore di lavoro. Senza caschetto.

Jin e Sun diventeranno due bambole con gli occhi a mandorla e con i nomi ridicoli per le figlie delle signore pernacchie che non adotterebbero mai un bambino nero, ma vogliono far vedere che le loro bimbe amano la diversità.

Hugo parteciperà all’isola dei famosi dicendo di voler perdere peso, poi si bisticcerà con Antonella Elia e finiranno a tirarsi i capelli.

Jacob aprirà un bar dove si può anche giocare al lotto, alle scommesse e ai videopoker. Si farà un sacco di soldi, si comprerà una villetta a Varcaturo, nel giardino metterà un cane feroce e si guarderà i mondiali sul suo plasma da 55 pollici bevendo birra e facendo i rutti.

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