mafia

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Quando ho sentito parlare di Roberto Saviano, quando ho letto il suo libro, ho pensato soltanto che fosse una persona da ammirare profondamente, una persona libera, onesta, coraggiosa. Non mi è mai passato per la mente, nemmeno per un istante, che stesse facendo tutto ciò solo per i soldi.

So anche il perché di ciò. Perché questo non rientra nelle mie categorie, nella mia mentalità. E neanche in quella di Roberto Saviano.

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La parola “emergenza” in gergo sanitario vuol dire imminente pericolo di vita, parametri vitali instabili, bisogno di cure immediate, rischio di morire.
E’ diventato così semplice attribuire ad un problema la parola “emergenza” che, di conseguenza, sembrerebbe altrettanto semplice risolvere problemi ma soprattutto dichiarare di aver risolto tali problemi.
I tempi sono una cosa molto relativa, potrebbero dipendere dalla tua capacità, ma anche dalla volontà e dall’impegno che impieghi per risolvere un problema.

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Adesso che Lui è certo che non sarà mai processato per il resto della sua vita, che la gran parte degli italiani ha il cervello completamente cotto dalla tv e che Licio la sera va a dormire sghignazzando (ossia adesso che ci siamo assicurati il futuro addomesticando il presente), siamo pronti per la correzione di quegli errori di storia, iniziativa annunciata qualche mese fa, che ormai ci portiamo dietro da troppi decenni (ossia impossessarci anche del passato rendendolo aderente al pensiero corrente).

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Seguendo bene le vicende mi sono visto l’intervento di Fini, Presidente della Camera, che fa il minaccioso con il popolo italiano.
C’è tutto il repertorio che abbiamo visto in questi anni nei casi di censura sulla satira.
C’è tutta la violenza di un governo che non può permettere il dissenso e chiama sedizioso chi li critica o li sfotte.
Se permettete analizzo alcuni passaggi significativi, visto che in questo come in altri casi una frase può trasmettere molti più significati di quanti ne capiate consciamente.

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C’è la volontà di tornare indietro di circa quindici anni. Tutti i passi avanti che sono stati compiuti faticosamente nel campo della lotta alle mafie rischiano di essere cancellati.

A ben 37 boss, tra cui Antonino Madonia che uccise il generale Dalla Chiesa, Giuseppe La Mattina, uno dei responsabili della strage di via D’Amelio, è stato revocato il regime del 41 bis, la norma che prevede il carcere duro per i mafiosi.

Per “carcere duro” si intende un regime di isolamento che risulta necessario per la lotta alla criminalità organizzata in quanto stronca la comunicazione fra i boss e il mondo esterno, non mancano infatti esempi di boss che pur essendo detenuti continuavano a gestire il loro impero da dietro le sbarre.

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Come scrissi un po’ di tempo fa, ci si aspetterebbe che un personaggio come Berlusconi, uno coi miliardi (di euro), con giornali, televisioni, flotte di aerei privati, grattacieli, case e palazzi in tutto il mondo, schiere di servitori, potenti amicizie internazionali e ogni altra cosa che una persona ordinaria come me non riesce nemmeno lontanamente a immaginare, sia al di sopra di certe cose e che abbia decine e decine di galoppini pronti a svolgere le faccende meno importanti e i lavori sporchi al posto suo.

Invece no. Silvio è e rimane quello che è sempre stato. Un piccolo impresario di rivista d’avanspettacolo. Certo, ha fatto la grana, anzi i dané. Certo, ha fatto successo, ma in fondo non è mai cambiato veramente. E’ il quadro desolante e squallido che emerge dalla seconda tranche delle intercettazioni dei colloqui di Silvione con Agostino Saccà che l’Espresso, senza alcuna pietà per la nostra dignità nazionale, ci propone oggi.

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Ho sempre guardato con sospetto la dietrologia considerandola una poco utile degenerazione del meccanismo di inferenza. L’esperienza, inoltre, oltre ad attenuare gli entusiasmi, mi ha aiutato a contenere l’indignazione e la reazione in limiti accettabili o comunque funzionali ad un ragionamento utile e non dissennato.
Però certe cose continuano a suscitarmi sospetti perché non le capisco e siccome non sono abituato a non capire, mi indigno.

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L’Italia che perde non è soltanto quella del calcio, la stessa che due anni fa vinceva i mondiali ai rigori. Anche quella della legalità si appresta a giocare - il risultato è scontato, in perfetto Moggi’s Style - una partita decisiva: venerdì, nel prossimo consiglio dei ministri. Parola di Silvio Berlusconi che venerdì, dal convegno dei giovani imprenditori di Confindustria riunitosi a S.Margherita Ligure, ci ha fatto sapere che introdurrà “il divieto assoluto di intercettazione telefonica, con esclusione per indagini che riguardano la criminalità organizzata, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra o il terrorismo”.
E subito il Guardasigilli Angelino Alfano a rimboccare le coperte del premier con falsità a giustificare l’introduzione del nuovo DL.

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“Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili”

Osip Mandel’štam

C’è un uomo, ripiegato sulla scrivania. Spilloni gli circondano la testa, rimedi cinesi che affiorano dalla penombra come lunghi ed affilati puntelli per arginare l’emicrania. Quell’uomo è Andreotti. Questo film è Il Divo. Quell’emicrania è il potere.

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Il 23 maggio del 2008 in via Notarbartolo a Palermo è il sedicesimo anniversario della strage di Capaci. Ci sono diecimila giovani, ma non sono palermitani: sono arrivati con la nave. Ci sono i maratoneti che arrivano correndo da Corleone. Ci sono alcuni palermitani, sempre le stesse facce, solo un po’ più vecchie. Poche, pochissime. Ci sono le strade chiuse, i vigili, e tutto intorno centinaia di automobilisti infuriati.

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