Gli Impresentabili
15 marzo, 2010 di Gaspare Serra
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Formigoni ed Errani: ineleggibili ma candidati. La regola: cosa prevede la legge?
A seguito della legge costituzionale n.1 del 1999 (che introdusse, per le regioni ordinarie, l’elezione diretta dei presidenti di regione), la legge quadro dello Stato n. 165 del 2004 ha fissato alcuni principi generali cui le regioni sarebbero state vincolate nel rinnovare la propria legislazione elettorale.
Tra questi, vi è il principio della non immediata rieleggibilità, allo scadere del secondo mandato, del presidente della giunta regionale eletto a suffragio universale e diretto (in pratica, un divieto di terzo mandato consecutivo per i governatori).
Due sono i punti più controversi di tale normativa:
I- tale principio è direttamente applicabile (a prescindere dall’emanazione di una conforme legge regionale)?
II- inoltre, lo stesso deve intendersi retroattivo (nel novero dei mandati consecutivi, dunque, devono ricomprendersi anche quelli precedenti l’entrata in vigore della legge n. 165 del 2004)?
Pur essendo vero che il legislatore statale non si è espresso in maniera inequivoca, la risposta comunemente data dal mondo giuridico-accademico è, però, positiva ad entrambi i quesiti.
E’ vero, infatti, che la legge del 2004 rinvia, per la disciplina di dettaglio, alla legislazione regionale (che, colpevolmente, in alcune regioni, tra cui Lombardia ed Emilia Romagna, non è ancora stata emanata), ma i maggiori costituzionalisti si sono espressi in favore della diretta applicabilità del principio su esposto.
Se così non fosse, del resto, si otterrebbe il risultato paradossale di vincolare le regioni solerti (nell’approvare una nuova legislazione regionale) a dare immediata applicazione alla legge dello Stato e di premiare, di contro, le regioni inadempienti (lasciandole libere di violare apertamente un principio fondamentale sancito da una legge dello Stato)!
Gli esperti, inoltre, concordano nel sostenere la retroattività del divieto.
Per far scattare il vincolo del doppio mandato, quindi, occorre tenere conto: non solo dei mandati vigenti (o successivi) al momento dell’entrata in vigore della legge n. 165 del 2004 bensì anche di tutti quelli immediatamente precedenti all’entrata in vigore della legge.
Quando la politica si pone al di sopra delle leggi
Cosa sta avvenendo, invece, in Lombardia ed Emilia Romagna (come per par condicio, la prima roccaforte di Silvio Berlusconi, la seconda storica regione rossa)?
In Lombardia Roberto Formigoni, che governa la regione dal 1995 (ossia da ben 15 anni e tre mandati consecutivi), è ricandidato per la quarta volta successiva alla presidenza della regione. In Emilia Romagna, invece, Vasco Errani, che presiede la regione dal 1999 (ossia da 11 anni), è ricandidato per la terza volta consecutiva.
Tutto questo nel più palese dispregio della legge (che rende ineleggibili entrambi i candidati, come dichiarato da Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale) e nel più comodo silenzio bipartisan da parte degli schieramenti avversi (sembra quasi che il centrodestra e il centrosinistra abbiano siglato un tacito accordo di non belligeranza, avendo interesse comune a non denunciare pubblicamente la questione).
Il problema che ciò solleva riguarda il funzionamento stesso di una democrazia moderna.
Ossia, può il mero consenso elettorale (la sostanza di una democrazia) derogare impunemente alle forme (introdurre deroghe alla legge non previste dalla legge)? E, dunque, legittimare candidature di per sé illegittime?
Questa anomalia si trasforma in paradosso nel caso del Pd, forse l’unico partito in Italia ad avere uno statuto che (all’art. 22) afferma testualmente che gli iscritti al Partito Democratico non possono ricoprire una carica monocratica di governo o far parte di un organo esecutivo collegiale per più di due mandati pieni consecutivi (o per un arco temporale equivalente).
Uno statuto, evidentemente, democratico ma ampiamente violato (visto, tra l’altro, che lo stesso documento stabilisce per i parlamentari del Pd un limite di tre mandati consecutivi, anch’esso vistosamente sottoposto a deroghe impreviste: si veda il caso dell’on. Massimo D’Alema).
In un Paese normale tali candidature avrebbe suscitato una sentita reazione indignata da parte, prima ancora che dei cittadini, degli stessi esponenti dei partiti e dei loro militanti e le leggi dovrebbero prevalere sul mero consenso (o, tanto più, sui sondaggi), poiché espressione di un Parlamento chiamato proprio a dar forma legislativa al consenso liberamente espresso dai cittadini nelle urne
In Italia, invece, le cose funzionano diversamente, prevalendo sia un comune disprezzo per le regole, per le formalità e per i controlli (la deroga è l’unica vera regola, mentre la legalità l’eccezione!), sia una generalizzata esaltazione della funzione auto-legittimante del consenso elettorale, capace di prevalere finanche sulle leggi dello Stato o sulle decisioni della Magistratura (il voto popolare è regolarmente utilizzato come colpo di spugna con cui sanare irregolarità o mascherare misfatti e cattivi costumi!).
La vera anomalia politica italiana, dunque, è il mancato rispetto delle regole, quasi per principio.
E, purtroppo, le recenti peripezie nella presentazione delle liste Polverini nel Lazio e Formigoni in Lombardia (con conseguente decreto salva irregolarità) rappresentano solo l’ennesima ulteriore conferma.
Lo Status Quo: Quando L’eccezione Si Fa Regola
10 marzo, 2010 di Gaspare Serra
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L’attuale legislazione relativa alla compatibilità tra il ruolo di parlamentare e quello di sindaco o presidente di provincia presenta una lacuna evidente: mentre l’art. 62 del T.U.E.L.(1) obbliga ogni sindaco o presidente di provincia, intenzionato a candidarsi alle elezioni politiche, a dimettersi dal proprio incarico di amministratore locale, la legge non vieta espressamente il contrario, ossia ad un parlamentare in carica di candidarsi alle elezioni locali(2).

- Testo Unico delle leggi sull’Ordinamento degli Enti Locali [↩]
- oppure ad un politico a candidarsi, nella stessa tornata elettorale, contestualmente alle elezioni locali e politiche [↩]
Occorre Forza di Volontà
19 dicembre, 2008 di CogitoergoVomito
Archiviato in Cronache Italiane
Essere il capo dei vigili urbani in una città come Napoli dove si rispetta il codice stradale molto “relativamente”, è senza ombra di dubbio molto difficile: il portare una divisa già ti espone, provare a fare qualcosa di buono, ti espone ancora di più a prescindere da qualsiasi articolo o inchiesta giornalistica, questo è ovvio.
Essere un giornalista che decide di rimanere nell’ anonimato a Napoli non ti espone più di tanto, ma se metti a rischio persone e cose può esporti anche più di un vigile urbano. Definirlo un insulto alla libertà di espressione e di informazione mi sembra un pò eccessivo. Iniziamo a chiamare le cose con il loro giusto nome, è uno schiaffo. Basta. Stop.
Si tratta di uno schiaffo ma soprattutto di una reazione ad un torto ricevuto, in quel articolo ci sono nomi, cognomi, strade. L’articolo potrebbe essere definito un insulto alla privacy e potrebbe sovraesporre ancora di più il comandante a pericoli. La reazione viene definita “insulto alla libertà di espressione” nel momento in cui il comandante è violento e schiaffeggia il giornalista: se l’avesse solo redarguito a parole, sicuramente ora staremmo parlando di altro.
Caste, Conti, Baroni e Servi della Gleba. Perché?
14 novembre, 2008 di Fully
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Il pezzo di Doxaliber pubblicato qualche giorno fa è di quelli che fanno riflettere.
Che l’Italietta sia piena di “caste” è un fatto. E’ un fatto anche che i libri che hanno nel titolo la parola “casta” siano molto venduti, e forse pure molto letti. Le situazioni in essi descritte ed analizzate sono per lo più note, è vero, anche se la quantificazione dei vari privilegi a me ha fatto una certa impressione. Però non cambia nulla, osserva sconsolato il buon Doxa. Lui sostiene che dipende dal fatto che siamo un popolo di servi della gleba incapaci di reagire alle angherie del barone di turno pur di raccogliere le briciole del suo desco.

Dieci Passi Verso la Dittatura
14 novembre, 2008 di Il Gobb
Archiviato in Democrazia e Diritti, Il Bello della Politica
Naomi Wolf è una femminista liberale sfegatata.
Come me, d’altronde, ma un po’ di più.
Sì, sì, avete letto bene: io mi considero femminista. Sono perfettamente convinto che nelle differenze di genere biologiche e nel superamento di quelle culturali ci sia un potenziale inespresso incredibile.

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Parla Piano Non Ti Sento
16 ottobre, 2008 di Pierluigi
Archiviato in Cazzotti, Cronache Italiane, Democrazia e Diritti, Il Bello della Politica
Sfogo (immaginario) di un boss del Sistema
Sto incazzato nero, e mò voglio parlà.




