Rivisto e corretto, atto 5 – Marchionne: sede Fiat-Chrysler in Italia? Dipenderà anche dai sindacati.
13 gennaio, 2012 di serpiko
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Non è vero che i media italiani non passino le informazioni importanti.
Le passano eccome, solo che le scrivono in codice.
A grande richiesta, Mentecritica propone la rubrica che decifra l’informazione nazionale.
La notizia è questa.
Marchionne: sede Fiat-Chrysler in Italia?
Dipenderà anche dai sindacati.
A Monti chiedo solo pace socialeDETROIT – La sede di Fiat-Chrysler in Italia? Dipenderà dal clima favorevole o meno agli investimenti, e anche dal comportamento dei sindacati. Sergio Marchionne ha ribadito ieri sera, parlando al congresso di Automotive News a Detroit, la linea sulla futura sede del gruppo (che nascerà dalla fusione «tra il 2013 e il 2015»). «Non è stata presa ancora alcuna decisione sulla sede. Faremo quello che è giusto dal punto di vista del gruppo. Il problema è se vogliamo mantenere o meno una infrastruttura manifatturiera in Europa o no. Se i sindacati si impegnano in tal senso, e ci permettono di difendere tale infrastruttura dalla concorrenza internazionale, la sede potrà restare in Europa. Altrimenti, se continuano a bloccarci, Fiat non potrà che ridurre la sua esposizione». Per l’Italia «la sfida è decidere se tornare a essere un produttore manifatturiero o no».
Il manager italo-canadese ha parlato anche di attualità economica più stretta. (…) La congiuntura economica non lascia respiro, soprattutto in Europa: «In Italia c’è un mercato dell’auto con un volume di vendite sui livelli del 1985. A livello europeo, se è valida la nostra previsione di vendite stagnanti per tre anni, c’è spazio per un taglio della capacità produttiva fra il 10 e il 20 per cento. In queste condizioni c’è bisogno di una vera e propria rifondazione del settore». Di qui la proposta di un consolidamento, che per ora non è stata però raccolta da nessun concorrente.
Quanto agli Usa, Chrysler punta a guadagnare quote di mercato anche nel 2012 «spero non alle rivali di Detroit». Entro la fine dell’anno potrebbe arrivare, in aggiunta alla 500, anche la monovolume L-zero che verrà presentata a Ginevra e prodotta in Serbia; ma stavolta «faremo previsioni di vendita più prudenti che con la 500».
In tema di politica Marchionne ha fatto un battuta sulla convocazione da parte del ministro del Lavoro Fornero, e lo ha fatto rispondendo a una domanda sulle pressioni politiche sui costruttori francesi: «Anche noi subiamo pressioni. Il ministro del lavoro mi ha ammonito. Di nuovo. Ma io sono stato chiaro, non so cosa posso cambiare della mia storia. Sono stato molto, molto chiaro». Quanto ai rapporti con il presidente del consiglio Monti, «non ho nulla da negoziare. Non ho chiesto nulla, non ho chiesto supporto finanziario e non ho chiesto incentivi. Ho solo chiesto pace fra le parti per farci lavorare».Fonte: .
Interessante.
Ma poco chiaro.
Proviamo a fare la parafrasi.
Dagli USA uno schiaffo a Marchionne
31 dicembre, 2011 di mazzetta
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Incensato e leccato, l’amministratore delegato della FIAT Sergio Marchionne chiude l’anno ricevendo un dispiacere da , sito statunitense dedicato ai temi economici, che piazza la FIAT 500 al sesto posto della poco onorevole classifica dei flop commerciali dell’anno.
This year, Fiat released its new 500 — a three door car that is under 12 ft. long. The car was expected to be a big seller, rivaling BMW’s Mini. Even before the car’s launch, however, detractors were predicting failure. Alan Mulally, CEO of Ford (NYSE: F), stated in Panorama magazine, “I do not see large market in the U.S.A. for a smaller car than the Fiesta. Those that tried failed.” He was right. According to online magazine DailyTech, “Fiat expected to sell 50,000 500s during 2011 in North America. Through the first seven months of 2011, Fiat sold fewer than 12,000.” Sales were so poor that Chrysler Group, which manages the Fiat brand in the United States, ousted U.S. chief Laura Soave this past November.
Un piazzamento che rappresenta l’ennesima impietosa dimostrazione del fallimento delle politiche commerciali della FIAT a cavallo dell’Atlantico, ora solcato da bastimenti che portano in Europa i vecchi modelli Chrysler e negli USA la vetturetta FIAT, senza tuttavia riuscire a suscitare l’interesse della clientela.
Mario l’Alieno -2-
1 dicembre, 2011 di serpiko
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Credo che il marchio FIAT non stia troppo simpatico agli italiani. Per tante (buone) ragioni, che vanno dall’abuso perpetrato da decenni nell’utilizzo della cassa integrazione, ormai diventata parte integrante delle voci di profitto dell’azienda (e altrettanto parte integrante delle voci di debito dello stato), all’immagine dei rampolli succedutisi nei decenni al vertice della casata che ne controlla le quote.
Nondimeno si tratta, nostro malgrado, dell’unico gruppo produttore di automobili di massa su suolo italico. Naturale, quindi, che ogni ordine passato alla casa torinese si traduca in un aumento del prodotto della nazione, che ogni Fiat/Alfa/Lancia in più sulle strade significhi ore di lavoro per la catena italiana che le produce(1).
Note
- Eccezion fatta per la 500. Il simbolo della casa italiana, quello pubblicizzato con la poesia dell’amministratore delegato sui valori nazionali e sul futuro, con la colonna sonora romantica di Allevi, viene prodotto in Polonia. [↩]
Perché Tremonti Vuole Cambiare l’Articolo 41?
11 agosto, 2011 di redazione
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Su MenteCritica ne abbiamo parlato in tempi non sospetti. Esattamente il 9 febbraio del 2011. Sette mesi fa, prima che la crisi entrasse nel vortice del default. Evidentemente il disegno è di lunghissima data.
Così inizia l’articolo di Eduardo Quercia:
Lentamente, quasi inavvertitamente, il governo e i mezzi di comunicazione stanno veicolando all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di un intervento sull’art. 41 della Costituzione. E ciò sulla base della proclamata necessità di abbattere tutti i controlli o impacci burocratici che impedirebbero l’insediarsi o l’ampliarsi di nuove aziende.
Invero, come dice il segretario del PD, non si ha memoria di lamentazioni da parte di chicchessia sulla nefasta influenza che tale norma avrebbe avuto nel ritardare lo sviluppo dell’economia o nell’aggravare i momenti di crisi.
Come al solito, però, è probabile che un’accorta strategia mediatica finirà per creare nell’opinione pubblica il convincimento (fasullo e strumentale) che sia assolutamente necessario rimuovere questo ostacolo al benessere di tutti i cittadini.
Perché ci si accanisce contro questo art. 41, il cui primo comma recita: “L’iniziativa privata è libera” ?
Siamo in presenza di una questione ideologica e valoriale, il cui obiettivo non dichiarato è lo svilimento dei successivi secondo e terzo comma:
2° Non può svolgersi (l’iniziativa privata) in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana.
3° la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Lo snodo è cruciale, non solo per gli assetti economici, ma per gli orizzonti di senso in cui gli italiani debbono collocarsi, perché l’art. 41 delinea, sia pure in via di principio, uno scenario di subordinazione del mercato alle ragioni della politica e dell’umanità, percepiti dalle forze dominanti come oramai intollerabili.
L’obiettivo vero è completare il lavoro già iniziato (dal centro-sinistra alla fine degli anni ‘90 con la legge Treu e continuato dal centrodestra con la legge Biagi) di precarizzazione di ogni forma di vita e di ogni rapporto di lavoro, allo scopo di ribadire il comando capitalistico sulla merce lavoro (come insegna la vicenda FIAT).
Vi preghiamo di continuare la lettura dell’articolo di Eduardo Quercia a questo link perché è giusto ragionare su tutti gli aspetti delle manovre oggi proposte.
L’Articolo 41 della Costituzione
9 febbraio, 2011 di Eduardo Quercia
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Lentamente, quasi inavvertitamente, il governo e i mezzi di comunicazione stanno veicolando all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di un intervento sull’art. 41 della Costituzione. E ciò sulla base della proclamata necessità di abbattere tutti i controlli o impacci burocratici che impedirebbero l’insediarsi o l’ampliarsi di nuove aziende.
Invero, come dice il segretario del PD, non si ha memoria di lamentazioni da parte di chicchessia sulla nefasta influenza che tale norma avrebbe avuto nel ritardare lo sviluppo dell’economia o nell’aggravare i momenti di crisi.
Come al solito, però, è probabile che un’accorta strategia mediatica finirà per creare nell’opinione pubblica il convincimento (fasullo e strumentale) che sia assolutamente necessario rimuovere questo ostacolo al benessere di tutti i cittadini.
Perché ci si accanisce contro questo art. 41, il cui primo comma recita: “L’iniziativa privata è libera” ?
Mirafiori F.A.Q.
14 gennaio, 2011 di serpiko
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Scrivo in anticipo di 12 ore rispetto allo spoglio delle schede in Mirafiori. Non è infatti mia intenzione commentare il risultato del voto di oggi, nel breve periodo non lo trovo determinante.
Mi pongo invece il problema della legittimità di una simile consultazione e, per questo motivo, trovo ben più interessante rispondere a una serie di domande che mi sono posto delle condizioni in cui essa s’è svolta. Domande secche, che implicano risposte oggettive. Nessun commento, nessuna conclusione da tirare. A ognuno la sua idea.
Marchionne e Il Maiale con la Pistola
14 gennaio, 2011 di ilBuonPeppe
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Oggi a Mirafiori si vota per l’accettazione del nuovo contratto di lavoro imposto da Marchionne. Se vinceranno i NO vorrà dire che è cominciata la rivoluzione. Vinceranno i SI.
Vinceranno i SI perché con una pistola puntata alla tempia i lavoratori non hanno molta scelta: “se accetti il nuovo contratto continui a lavorare, altrimenti chiudo la fabbrica e tu non hai più di che sfamare la famiglia“. Non credo siano molti quelli in condizioni di poter respingere un simile ricatto. Perché di ricatto si tratta ed è inutile girarci attorno o tentare di indorare la pillola; Marchionne impone le sue condizioni fregandosene degli operai, dei sindacati, della Confindustria, del Governo, dei contratti precedenti, di decenni di conquiste sociali. Del resto lui è su quella poltrona per fare gli interessi della FIAT e degli azionisti.
Marchionne, il Pene Lungo e le Grandi Tette
12 gennaio, 2011 di Comandante Nebbia
Archiviato in Chiamiamola Economia, Cronache Italiane, Il Lavoro degli Italiani, latest, Strange Days
A noi italiani l’esibizione priapica di virilità e le grandi tette piacciono. Se qualche lettrice dal seno da cerbiatta si è sentita raccontare da un Ganimede che lui preferisce il seno a coppa di champagne, sappia che il losco figuro mente con il solo intento di trombarla. Se così non fosse, la signora Marika Fruscio sarebbe corsa a farsi fare una mastoplastica riduttiva per prevenire prevedibili disagi alla colonna vertebrale.
Per l’ammirazione dell’uomo forte, non è nemmeno il caso di riesumare il mascellone buonanima. Basta pensare, per esempio, al pallido emulo di Arcore, a Umberto Bossi che della consistenza del pene eretto ha fatto una questione politica o a Antonio Di Pietro che nell’immaginario di tanti ha recitato il ruolo del Giustiziere della Notte con la terza elementare. Il che, in molti, ha largamente agevolato l’identificazione.
Meccanica della “Stella a Cinque Punte”
10 gennaio, 2011 di Comandante Nebbia
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La “Stella A Cinque Punte”, rigorosamente scritta con le iniziali in maiuscolo, ha un ruolo di eccellenza nel coacervo di cazzate che forma l’ossatura portante del sistema culturale/informativo italiano. Insieme al “Proiettile per Posta”, sul quale ci siamo già dilettati (vedi il contributo ad esso dedicato), nelle intenzioni di chi cucina il pastone quotidiano destinato ad alimentare le povere menti dei telelettori(1), dovrebbe scatenare panico unito al terrore di ripiombare, ed è proprio il caso di dirlo, negli “Anni di Piombo”.
Note
- nell’accezione duplice di tele elettori e tele lettori [↩]
Lettera Aperta al prof. Trento: Chiariamo la Posizione del Partito sulle Privatizzazioni
23 dicembre, 2010 di Lidia Undiemi
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Caro prof. Trento,
le scrivo per dirle che non sono d’accordo con quanto da lei scritto nell’articolo “Privatizzazioni contro parentopoli e scarsa efficienza”, pubblicato il 18 dicembre sul sito www.italiadeivalori.it.
Nell’ottica del dialogo costruttivo, credo sia necessario che ci confrontiamo su questi temi: diritto ed economia sono due facce della stessa medaglia.
In Italia centinaia di migliaia di lavoratori sono sotto ricatto a causa delle privatizzazioni, moltissimi hanno perso il posto di lavoro e tanti altri sono costretti ad accettare condizioni di lavoro meno favorevoli rispetto ai dipendenti del settore pubblico, perché ovviamente il privato fa ciò che vuole nella sua impresa, ferme restando le ipotesi di accertamento di violazioni delle norme di legge che non sono in grado di ripristinare una reale “Giustizia Sociale”.
Senza l’Italia la Fiat Potrebbe Fare di Più
25 ottobre, 2010 di Comandante Nebbia
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«Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia». Sergio Marchionne, ospite della trasmissione Che tempo che fa condotta da Fabio Fazio e in onda domenica sera, torna ad affrontare molte delle questioni che hanno tenuto banco nelle ultime settimane. In particolare, l’amministratore delegato del Lingotto ci tiene a sottolineare il fatto che «nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010» arriva dal nostro Paese. «Fiat – aggiunge – non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre». «Tra il 2008 e il 2009 – continua Marchionne – la Fiat è stata l’unica azienda che non ha bussato alle casse dello Stato» diversamente da quanto fatto da molte concorrenti europee. «Non voglio ricevere un grazie – spiega l’ad – ma non voglio nemmeno essere accusato di avere avuto aiuti di Stato. Gli incentivi – prosegue – sono soldi che vanno ai consumatori: aiutano parzialmente anche me, ma in Italia sette macchine comprate su dieci sono straniere»
Marchionne ha ragione. Ha ragione nel senso che produrre a costi occidentali non ha più senso, specialmente per quelle attività dove la competenza, l’esperienza e l’eccellenza sono superflue. Le Fiat non sono esattamente delle astronavi. Con un po’ di addestramento potrebbero stare alla catena di montaggio anche degli scimpanzé. Figuriamoci cinesi, rumeni o brasiliani che, tutto sommato, sono sicuramente meglio degli scimpanzé. Specialmente dopo aver ricevuto la loro ciotola di riso quotidiana.
Il problema, ovviamente, è più generale e riguarda tutti, compresi gli imprenditori che non godono della ribalta mediatica di Marchionne. La soluzione non è semplice, passa per un doloroso cambio mentale e richiederebbe consapevolezza, forza di volontà e voglia di studiare. Non è roba per noi. Lasciamo fare ai tedeschi.
Interrogazione su esternalizzazione Fiat Pomigliano
7 agosto, 2010 di Lidia Undiemi
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Le squallide strategie di esternalizzazioni selvagge hanno raggiunto il livello di massima espressione con la fiat a Pomigliano. Non mi aspetto che il governo intervenga per limitare tali fenomeni, ma almeno adesso non sarà cosi’ facile fingere che il problema non esista. Mi rivolgo soprattutto a quella parte dell’opposizione che avrebbe potuto far qualcosa e non ha mosso un dito e, inoltre, alla lega che promette una società migliore, lontana dalle logiche di “Roma ladrona”: gli imprenditori e i lavoratori onesti del nord lo sanno che i loro soldi sono utilizzati per finanziare speculatori che ottengono fiumi di soldi pubblici per poi andarsene all’estero?
Lidia Undiemi
Atto a cui si riferisce:
S.4/03591 [Trasferimento dello stabilimento di Pomigliano d'Arco della FIAT alla neocostituita società Fabbrica Italia Pomigliano]
GIAMBRONE, CARLINO – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico
Premesso che il trasferimento dello stabilimento di Pomigliano d’Arco (NA) della FIAT alla neocostituita società Fabbrica Italia Pomigliano presenta rilevanti questioni di ordine giuridico, sociale ed economico che richiedono l’intervento urgente da parte del Governo;
considerato che:
- la dirigenza della FIAT dichiara di utilizzare in modo strumentale la cessione di attività tramite una società neocostituita, con l’obiettivo di aggirare il sistema di relazioni industriali vigente presso il cedente;
- tale operazione, infatti, non si traduce in un effettivo trasferimento di azienda (dato che l’assetto di governo dell’impresa, l’imprenditore/datore di lavoro e la struttura d’impresa restano praticamente invariati) ma, in sostanza, Fabbrica Italia Pomigliano sarebbe stata creata per aggirare le tutele lavoristiche di natura sindacale;
si intravede, quindi, una violazione diretta della libertà di organizzazione sindacale sancita dall’art. 39 della Costituzione. Non è escluso che possa trattarsi di un vero e proprio atteggiamento antisindacale sanzionabile ex art. 28 della legge n. 300 del 1970, cosiddetto “Statuto dei lavoratori”, e, in ogni caso, non sembra possibile ravvisare un interesse datoriale tutelato dalla Costituzione che possa giustificare tale operazione societaria, dato che il trasferimento non si è concretizzato in una iniziativa economica (art. 41 della Costituzione), ma in un mero passaggio societario prevalentemente (se non esclusivamente) orientato a soddisfare interessi finanziari e non d’impresa;
si ricorda, inoltre, che l’ipotesi di simulazione e di frode alla legge in caso di trasferimento di azienda, attuato nell’ambito dei gruppi di società, si verifica anche quando si attua l’abuso di personalità giuridica ossia della alterità soggettiva che la creazione di una nuova società ha creato entro una entità soggettiva sostanzialmente unitaria;
a tal proposito, secondo la Corte di Cassazione (24 marzo 2003, n. 4274), in relazione al caso concreto bisogna rilevare l’esistenza di alcuni requisiti essenziali, fra cui: l’unicità della struttura produttiva e organizzativa, l’integrazione fra le attività esercitate dalle varie imprese del gruppo e il correlativo interesse comune e, soprattutto, il coordinamento tecnico e amministrativo-finanziario
tale da individuare un unico soggetto direttivo che faccia confluire le diverse attività delle singole imprese verso uno scopo comune;
il trasferimento attuato in favore di Fabbrica Italia Pomigliano, poiché totalmente soggetta al potere di Governo della controllante (avendo addirittura come amministratore delegato lo stesso Sergio Marchionne), supporta in modo determinante il carattere fittizio dell’operazione;
altra importante precisazione circa la genuinità dell’operazione è collegata all’assenza di una definizione giuridica di gruppo di società, cui attribuire dirette ed univoche responsabilità. Attualmente, il gruppo di società è sostanzialmente un’aggregazione di società formalmente autonome e giuridicamente distinte l’una dall’altra, ma tutte accomunate dall’assoggettamento al potere di direzione e coordinamento della società-madre (o capogruppo). Giuridicamente, specie in riferimento ai rapporti di lavoro, il gruppo di società non esiste, e non sussistono reali responsabilità in capo alla società controllante. Ad esempio, se una società controllata fallisce per colpa del mal Governo della controllante, non sussiste in capo a quest’ultima alcuna responsabilità diretta nei confronti dei dipendenti della società fallita, tranne che, appunto, non si dimostri l’intento fraudolento;
attraverso questi medesimi meccanismi è possibile spiegare la diffusione delle cosiddette società “a scatole cinesi” (la cui cellula fondamentale è rappresentata appunto dalla newco), le cui più chiare rappresentazioni sono date dai casi di esternalizzazione Agile (ex Eutelia), Omnia network, Numonyx, Telecom Italia,
si chiede di sapere:
se il Governo sia al corrente della situazione descritta;
in caso affermativo, se condivida le argomentazioni giuridiche sopra illustrate e, conseguentemente, quali interventi concreti intenda porre in essere al fine di assicurare l’effettiva garanzia dei diritti dei lavoratori, pesantemente compromessi dall’operazione societaria attuata dalla FIAT a Pomigliano;
quali azioni concrete stia ponendo in essere al fine di vigilare sui reali termini dell’operazione, poiché è anche possibile che il trasferimento non riguardi l’intera azienda, ma soltanto parti di essa o, addirittura, elementi passivi della capogruppo o di altre società controllate;
quali iniziative in ambito legislativo intenda porre in essere al fine di attuare una reale politica nazionale di contrasto agli abusi derivanti dalla pratica della costituzione delle cosiddette società “a scatole cinesi”;
se sia mai stata effettuata una indagine volta a verificare l’incidenza della proliferazione dei gruppi societari sulla pesante situazione occupazionale venutasi a creare negli ultimi anni;
quali strumenti di vigilanza stia ponendo in essere al fine di impedire che tali schemi societari siano finalizzati a far ottenere ulteriori finanziamenti pubblici a quegli stessi soggetti economici i quali siano corresponsabili della grave situazione occupazionale in Italia.
Pomigliano: Bere o Affogare
28 giugno, 2010 di fma
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Ma chi ci crediamo d’essere? Galvani? –
Mia madre mi zittiva così, se m’azzardavo a chiedere qualcosa che secondo lei era fuori dalla nostra portata. Fa conto un paio di scarpe nuove, o un pallone da calcio.
Erano gli anni cinquanta. Galvani era il padrone della cartiera, chiunque avrebbe capito che era irrealistico pretendere ciò che solo lui poteva permettersi.
Anche se a me non pareva giusto: perché lui si e io no? Domandavo stizzito.
Mio padre alzava gli occhi e mi guardava come si guarderebbe un mentecatto. Scuoteva la testa e accendeva la radio.
L’unico che stava dalla mia parte era il nonno, per il quale Galvani era uno sfruttatore della classe operaia, che presto sarebbe stato spazzato via dalla Storia.
Peccato che in casa nostra il suo parere non contasse nulla.
La borsa la teneva la nonna e lui, come diceva mostrando le saccocce rovesciate, non ne aveva mai in tasca più di una lepre nella giacchetta.

Però potevamo andare alla “Casa del Popolo”, se ci faceva piacere. Dove tutti la pensavano come noi. Anche se in quel modo io ci rimettevo le cinquanta lire della mesata. Su questo mia nonna non transigeva, né io mi sentivo di biasimarla. Lei credeva di fare la volontà di Dio e dunque il mio stesso bene; io credevo di fare il mio dovere verso la Storia. Pari e patta.
In quegli anni neppure degli spiriti liberi, quali mio nonno e io, arrivavano a pensare d’aver diritto di mangiare pollo tutti i giorni, o di avere il frigorifero, o il televisore.
Il televisore non ce l’aveva neppure Galvani.
La coscienza di poter aspirare a una vita agiata, agli elettrodomestici e al riscaldamento, nacque un decennio dopo, con l’industrializzazione diffusa. I polli cominciammo a mangiarli quando si trovò il modo d’allevarli in batteria. Una conquista che cambiò la nostra vita, fondata fin allora sulla polenta, da così a così. Mentre per i polli fu una tragedia, posto che quella novità portò la loro speranza di vita dai sei mesi a un mese, poco di più. Mors tua vita mea. Chi ci è passato lo sa, i diritti vanno e vengono, non sono né sacri, né inviolabili. Né tanto meno immutabili ed eterni.
Mio padre lavorava anche al sabato. Malgrado la Costituzione fosse in vigore ormai da una decina d’anni le condizioni di lavoro erano regolate dal r.d.l. n.692 del 1923, che fissava in 8 ore l’orario giornaliero, per sei giorni alla settimana. A cui potevano sommarsi 2 ore di straordinario al giorno, per un massimo di 12 ore alla settimana.
Peccato che non ci fosse abbastanza lavoro, diceva mia madre.
Una disciplina che durerà fino al 1997, quando la legge n.196 recepirà la prassi in essere e porterà la settimana lavorativa a cinque giorni, per un totale di 40 ore, proseguendo la tendenza al miglioramento delle condizioni di lavoro ,in essere da oltre un secolo.
Qualcosa tuttavia dovette cambiare verso la fine del secolo, se nel ‘98 una richiesta di Bertinotti, di ridurre l’orario di lavoro a 35 ore settimanali, fece cadere il governo Prodi.
C’è chi anziché Mercato preferisce chiamarlo Mondo del Lavoro, probabilmente gli stessi che chiamano Operatore Ecologico lo Spazzino, ma a me pare che nella realtà delle cose le condizioni di lavoro, nell’intero pianeta, soggiacciano alle leggi del Mercato. Nel senso che le retribuzioni e i diritti e i doveri dei lavoratori sono oggetto di contrattazione, singola o collettiva, e il risultato è ogni volta il punto di equilibrio attraverso il quale passa la risultante del sistema di forze che rappresenta la realtà economica, locale o nazionale, di quel momento. E siccome le forze mutano nel tempo, muta il punto di equilibrio e mutano le condizioni di vita dei lavoratori, e i loro diritti, tra cui la remunerazione, e i loro doveri.
Ignorarlo, invocando astratti vincoli etici, ai quali dovrebbero subordinarsi le forze animali che muovono i mercati, mi sembra non tanto giusto o sbagliato, quanto irrealistico.
Che ricaduta politica concreta ha sostenere che i diritti non si possono barattare col posto di lavoro, come sosteneva l’altro ieri Rosi Bindi? Oppure che l’accordo con la FIAT non si deve considerare un paradigma, ma un puro accidente, come argomentava Enrico Letta?
L’accordo di Pomigliano, che fissa condizioni assolutamente peggiorative rispetto alle preesistenti, recepisce i nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro quali si sono venuti delineando, nel mezzogiorno d’Italia, nel nostro paese, in Europa, negli ultimi vent’anni. In funzione dei mutamenti che sono avvenuti a livello mondiale dalla caduta del muro in poi.
Che senso ha chiamarlo ricatto? O fingere che non esista?
L’unica cosa concreta che possono fare i lavoratori, in un frangente simile, è di mantenere il proprio posto di lavoro. Perché soltanto continuando a essere lavoratori, e non disoccupati, possono sperare di poter fare qualche cosa, in casa propria e fuori, per mutare in meglio la loro condizione.
Cristo si è Fermato a Pomigliano
17 giugno, 2010 di Comandante Nebbia
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Non è difficile prevedere che il prossimo 22 giugno gli operai di Pomigliano sconfesseranno la posizione intransigente della FIOM per accettare l’accordo proposto dalla FIAT.
E questo, plausibilmente, non perché siano intimamente convinti che si tratti di un investimento per il futuro, ma più semplicemente per la consapevolezza che l’alternativa è la dissoluzione di una fonte di reddito necessaria ed insostituibile in un contesto sociale dove anche la criminalità organizzata ormai preferisce investire sugli immigrati. Impiegati meno cari, più ricattabili e, all’occorrenza, eliminabili senza che nessuno faccia domande.
L’alternativa non è, quindi, tra sviluppo e stagnazione, ma tra sopravvivenza o estinzione. Non serve essere Jucas Casella per indovinare il futuro di questa vicenda.
