fascismo

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Mancava poco a mezzanotte, quando il primo poliziotto colpì Mark Covell, abbattendo il manganello sulla sua spalla sinistra. Covell fece del suo meglio per gridare in italiano che era un giornalista ma, in pochi secondi, fu circondato da ufficiali della squadra antisommossa che lo colpirono con i loro bastoni. Per un po’ di tempo riuscì a rimanere sui suoi piedi, ma poi una bastonata al ginocchio lo spedì sul marciapiede.

Così comincia l’interessante articolo sulla sanguinosa battaglia di Genova pubblicato il 17/07/2008 dal Guardian in occasione della sentenza al processo sui soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto. Qui di seguito ne trovate la traduzione completa.
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Il 25 luglio 1943, con l’arresto di Mussolini, cadeva il fascismo; un nuovo periodo si apriva per gli italiani, un periodo che inizia in maniera drammatica, ma che è pieno di speranza e di buone intenzioni, e che poi porta alla nascita della democrazia, allo sviluppo economico, al benessere.
Il 25 luglio 2008, con la dichiarazione dello stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale per “il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari”, cade la democrazia. Quella democrazia faticosamente conquistata, pagata con il sangue di tanti italiani, è ormai un ricordo; scomparsa (che combinazione!) nello stesso giorno in cui erano state costruite le sue premesse.

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Riceviamo da caramella-fondente e pubblichiamo.

Roma, 8 luglio, manifestazione in piazza del Pantheon. Passaparola!

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Se solo una decina di anni fa qualcuno ci avesse predetto che la sinistra italiana non avrebbe più avuto rappresentanza parlamentare, che la presidenza del consiglio sarebbe stata nelle mani di un impresario di avanspettacolo, che si sarebbe ricostituita la Democrazia Cristiana, sia pure in una versione annacquata e molto più a destra rispetto all’originale, che lo spirito di rivolta riformista e rivoluzionario del paese sarebbe stato incarnato da un ex commissario di polizia, poi magistrato forcaiolo con evidenti limiti espressivi e paurose sbandate fasciste, avremmo cercato di distrarlo e chiamato di nascosto il 118 (che non esisteva ancora).

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Ecco, l’hanno fatto. Si sono offesi e l’hanno fatto di nuovo. Cavolo però, come sono permalosi!
Io sinceramente non capisco la gente che si offende; sarà che sono un tipo semplice, sarà che non considero l’orgoglio una virtù, sarà che evito di frequentare persone che non stimo, sarà quello che volete, ma non vi so dire quand’è stata l’ultima volta che mi sono offeso.
Perché offendersi? Che senso ha? Se una persona non ti piace, stai alla larga; se non hai stima di una persona, non ce l’hai neanche di quello che dice; se consideri qualcuno un bastardo, non c’è motivo di pretendere il suo rispetto. Non so voi, ma ogni volta che vedo qualcuno offendersi, e magari lo fa in maniera plateale, ho sempre l’impressione che abbia la coscienza sporca.

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Da un’indagine che ho promosso qualche giorno fa e sulla quale tornerò nei prossimi giorni, per quanto i numeri e la disomogeneità del campione mi privassero del conforto della valenza statistica, mi sono formato l’opinione che, al momento, non ci sono grandi possibilità che Berlusconi sia abbandonato dal suo elettorato. A quanto pare, una larga parte dei miei connazionali ha finalmente trovato l”‘uomo forte” che cercava da tempo. Inoltre, l’impressione che si tratti di quello giusto è paradossalmente rafforzata non dalle scelte operate dal presidente del consiglio, controverse per stessa ammissione dell’elettorato berlusconiano, quanto dalle dimensioni della vittoria elettorale che hanno generato una sorta di sindrome Juventus fra i suoi sostenitori i quali si sono convinti che, se si riescono a vincere cinque scudetti di fila, tutto è giustificabile, persino Moggi.

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Ho sempre guardato con sospetto la dietrologia considerandola una poco utile degenerazione del meccanismo di inferenza. L’esperienza, inoltre, oltre ad attenuare gli entusiasmi, mi ha aiutato a contenere l’indignazione e la reazione in limiti accettabili o comunque funzionali ad un ragionamento utile e non dissennato.
Però certe cose continuano a suscitarmi sospetti perché non le capisco e siccome non sono abituato a non capire, mi indigno.

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Qualche tempo fa scrissi che nella mia lontana infanzia vivevano nel mio paese natio gli zingari. Oggi sono chiamati rom! Lavoravano il ferro e commerciavano in asini e cavalli. Avevano un non so che di “fascinoso” per noi bambini: la mia invidia sarà nata allora! Nessuno, neppure per un attimo, si permetteva di cacciarli e neppure lontanamente di trattarli con sufficienza. Mia madre non trovava nulla in contrario che io giocassi insieme ai loro figli e spesso in casa loro. Anzi, mia madre non me lo diceva neppure che erano zingari: erano persone come gli altri e i figli frequentavano la scuola come gli altri bambini del paese.

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Da qualche giorno Gianni Guido, uno dei massacratori del Circeo, è un uomo libero. Il Tribunale del Lazio l’ha affidati ai servizi sociali. Qui sotto ripropongo un pezzo da me redatto il 2 maggio 2005, alla notizia del nuovo arresto del suo sodale Angelo Izzo, “mente” della mattanza. Per la cronaca Donatella Colasanti, l’unica superstite della tragedia, è morta di tumore alla fine dello stesso anno.

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Il Fascistone gode nel fare il saluto con il braccio teso. Lungi dal rappresentare una ideologia politica, una mozione di ribellione o una semplice semeiotica di appartenenza, il braccio teso attinge essenzialmente ad un’esibizione di virilità. Una metafora fallica la cui proiezione spaziale verso l’alto e l’intrinseca rigidità hanno la valenza liberatoria dell’atto di aprire l’impermeabile e mostrare, finalmente e senza inibizioni, le spropositate dimensioni e la consistente turgidità del proprio apparato riproduttivo.

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