dittatura

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Negli ultimi anni abbiamo imparato, se mai ce ne fosse stato il bisogno, che tutto è relativo. Il caldo, per esempio. Trenta gradi, che non sono pochi, ma noi ne percepiamo 36. Dicono sia colpa dell’umidità. O forse del martellamento che in questo senso fanno i media? Per non parlare dei giorni da bollino rosso per il traffico. Che poi ultimamente è diventato bollino nero. I tg ci terrorizzano fino a poche ore prima prospettando scenari apocalittici, tipo evacuazione di Los Angeles trenta minuti prima che il primo ordigno nuclear-batteriologico faccia sterminio dell’umanità. Poi imbocchi, da vero incosciente, l’autostrada e non trovi un cane… O meglio, qualche cane abbandonato dal solito bastardo sì, ma quella è un’altra storia.

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Il 25 luglio 1943, con l’arresto di Mussolini, cadeva il fascismo; un nuovo periodo si apriva per gli italiani, un periodo che inizia in maniera drammatica, ma che è pieno di speranza e di buone intenzioni, e che poi porta alla nascita della democrazia, allo sviluppo economico, al benessere.
Il 25 luglio 2008, con la dichiarazione dello stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale per “il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari”, cade la democrazia. Quella democrazia faticosamente conquistata, pagata con il sangue di tanti italiani, è ormai un ricordo; scomparsa (che combinazione!) nello stesso giorno in cui erano state costruite le sue premesse.

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Come ho già avuto modo di dire in diverse altre occasioni, l’istruzione pubblica dovrebbe ricoprire un ruolo di primo piano all’interno di una qualsiasi società evoluta ed ambizioso. Un paese che voglia emergere come protagonista in un mondo sempre più competitivo e, spesso, aggressivo e spietato non potrà fare altro che passare attraverso un efficace sistema formativo, in grado di fornire alle generazioni emergenti tutti gli strumenti, le competenze e le conoscenze necessarie per divenire protagonisti consapevoli del futuro di questo pianeta.

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Con la firma del Presidente della Repubblica, il Lodo Alfano, quello che stabilisce l’immunità per le alte cariche dello Stato, diventa legge. Di fatto, da oggi, il Cavaliere diventa inesistente per la legge italiana.
Non ho intenzione di soffermarmi sul beneficio che questo provvedimento potrà portare ad un singolo. Su questo ognuno di noi si è già fatta un’opinione personale e io ritengo di non avere nulla da aggiungere. Cercherò di condividere con voi un paio di osservazioni.

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Non vi parlerò del dito di Bossi. Certe fesserie le lascio a chi di mestiere fa il disinformatore e con queste cose ci si guadagna la pagnotta. Io ho un lavoro vero.
Se c’è qualcuno in questo paese (e sembra che siano tanti) che, grazie a un dito e a una maglietta, ha permesso ad un gruppo di opportunisti di sedere al lauto banchetto del potere per trent’anni senza produrre alcun risultato operativo, dovrebbe fermarsi un attimo e riflettere.
Poi, se e quando verrà il momento, vedremo se oltre al dito sanno usare tutta la mano. Io poco ci credo. Vedremo. Io sto qua e aspetto.

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Seguendo bene le vicende mi sono visto l’intervento di Fini, Presidente della Camera, che fa il minaccioso con il popolo italiano.
C’è tutto il repertorio che abbiamo visto in questi anni nei casi di censura sulla satira.
C’è tutta la violenza di un governo che non può permettere il dissenso e chiama sedizioso chi li critica o li sfotte.
Se permettete analizzo alcuni passaggi significativi, visto che in questo come in altri casi una frase può trasmettere molti più significati di quanti ne capiate consciamente.

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Il clima è cambiato, è ritornato o è solo una mia percezione? Ultimamente due conduttori televisivi e il vertice RAI, Santoro, Fazio e Cappon, hanno dovuto recitare il “mea culpa” davanti ai telespettatori italiani, dichiarandosi non responsabili di quello che è stato detto ad “Annozero” e a “Che tempo che fa”. Il vero responsabile, oltre a Grillo, è quel Marco Travaglio che le cose non le manda a dire, le dice in diretta, anzi le scrive. Nel suo ultimo libro “Se li conosci, li eviti” ha scritto “qualche cosettina” che ha infastidito il neopresidente del Senato. Come si chiama? Ah, sì! Renato Schifani. Anche il nome è tutto un programma a sentire Plauto che di certe cose era un maestro: “Nomen atque omen!”

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Se solo una decina di anni fa qualcuno ci avesse predetto che la sinistra italiana non avrebbe più avuto rappresentanza parlamentare, che la presidenza del consiglio sarebbe stata nelle mani di un impresario di avanspettacolo, che si sarebbe ricostituita la Democrazia Cristiana, sia pure in una versione annacquata e molto più a destra rispetto all’originale, che lo spirito di rivolta riformista e rivoluzionario del paese sarebbe stato incarnato da un ex commissario di polizia, poi magistrato forcaiolo con evidenti limiti espressivi e paurose sbandate fasciste, avremmo cercato di distrarlo e chiamato di nascosto il 118 (che non esisteva ancora).

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Anche in Sicilia la vittoria del centrodestra è stata schiacciante ed eclatante: ormai l’isola è tutta nelle mani di Berlusconi! Qualcuno si consola dicendo che c’è stata una scarsa affluenza alle urne. Magra consolazione! Nessuno si domanda perché? Non lo voglio fare neanch’io: non sono un analista politico, né mi intendo di flussi elettorali, né sono siciliano! Desidero solo esprimere la mia preoccupazione per la luna di miele di Berlusconi con il proprio elettorato.

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Scrivere queste righe mi costa fatica, una cosa insolita per me, che normalmente scrivo di getto e con facilità e spesso pubblico senza rileggere, e vi avviso che non sarò breve, ma ritengo il messaggio molto importante. Parto con la frase citata da un’amica, da lei attribuita a Mao Zedong:

Dieci morti in Occidente sono una strage, diecimila morti in Oriente una notizia”

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Due settimane fa mi aveva particolarmente colpito e fatto riflettere la lettura di un articolo di JP qui su Mente Critica, in particolare questo passaggio:

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