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Default Italia: Pensioni a 67 Anni? Altro che Countdown, Siamo già Falliti

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo nonostante non sia stato possibile reperire fonti per gran parte delle affermazioni che contiene. Riteniamo, comunque, che specialmente in funzione dell’ultimatum franco-germanico e dell’ipotesi di innalzamento a 67 anni dell’età pensionabile, offra degli spunti di riflessione interessanti. Inoltre, la situazione richiede una predisposizione molto elastica al cambio di prospettiva e, in quest’ottica, suggerimenti anche improbabili vanno valutati ed analizzati, se non altro come esercizio mentale.

Ovviamente, non forniamo alcun consiglio di investimento, ma ci limitiamo a riportare l’esperienza di un lettore come fatto di cronaca. L’unico consiglio che ci sentiamo di darvi è: nei giorni della mistificazione e della menzogna, non credere a nessuno, nemmeno a noi.

N.d.R.

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Esternalizzazioni da non Dimenticare: Intervista ad una Lavoratrice Ex Eutelia

dM: Leggo sul comunicato del 15 febbraio scorso pubblicato su http://www.eulav.net/ che la situazione di AGILE è gravissima. Da quanto tempo lavori senza essere pagata?

F: Da tre mesi… Ci hanno pagato l’ultimo stipendio (novembre) a tranche del 50% a gennaio.

Ieri è stato messo in pagamento il 30% della tredicesima, circa 300 euro. Immagini che l’erogazione dello stipendio diluito e parcellizzato in questo modo non permettono di pianificare neanche la spesa di un mese. In più si va a lavorare con sempre meno entusiasmo, venendo meno il piacere nel fare il proprio lavoro. La comunicazione a livello aziendale è minima, direi inesistente. In alcuni gruppi viene addirittura impedito di andare in ferie, per produrre e non pesare sui bilanci aziendali. Purtroppo in queste situazioni la mente umana gioca brutti scherzi e qualcuno si sente “padrone” delle vite degli altri.

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JP Morgan: La Catastrofe Prossima Ventura

La banca d’affari JP Morgan ci svela le sue previsioni per l’anno 2011. Finanziariamente parlando, s’intende.

Cosa dobbiamo aspettarci da questo 2011? Che gli Stati continueranno a stampare denaro a raffica per riacquistare i propri titoli e le obbligazioni. Nell’illusoria consapevolezza che la nostra beata ignoranza (nella quale continuiamo mefistofelicamente a crogiolarci) ci condurrà al collasso del sistema e ad un passo dal baratro. E dopo la bancarotta?

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Liberalizzazione WiFi. Vera o Falsa?

10 novembre, 2010 di  
Archiviato in Consumo CriticaMente, latest, Meccanica delle Cose

Siamo alle solite, e dietro il battage pubblicitario delle solite uscite a cui ci ha abituato il governo, dietro la liberalizzazione del Wi FI forse si nascondono delle sorprese più sorprendenti delle limitazioni della legge Pisanu.
Infatti,  la promessa di liberalizzazione fatta dal ministro Maroni è una di quelle questioni apparentemente semplici, ma che in realtà nascondono delle insidie e che, in mancanza di dettagli più precisi, sempre più il sospetto di insidie diventa quasi certezza. E veniamo ai particolari.

Già parlare di “abolizione del decreto Pisanu” è una gaffe o una mancanza di conoscenza. Secondo le parole esatte di Maroni, il ministro è convinto che “si possa procedere all’abolizione, diciamo, delle restrizioni del decreto Pisanu” . Ma basterebbe semplicemente evitare di rinnovare il comma 1 dell’articolo 7, quello che prevede l’obbligo della richiesta di una licenza in Questura per chi voglia offrire accesso wireless.
Infatti, tale comma è “a scadenza” (ossia richiede il rinnovo annuale per continuare a essere valido) ed è sufficiente aspettare il primo gennaio 2011 senza che nulla si faccia, perché lo si possa ignorare.

Il resto del decreto, però, non prevede una data di scadenza: per abolire le altre norme contenute occorre presentare un decreto abrogativo. Perché sia vero – come ha promesso Maroni – che non servirà più la carta d’identità per l’identificazione, occorre preparare un documento apposito.

Ma il ministro non ha detto che questa norma verrà abrogata e con essa la necessità/obbligo della identificazione di chi voglia offrire il servizio wireless ( commercianti, Hotel, bar, centri commerciali ecc ecc
) , infatti ha anche dichiarato che sorgerà una sorta di “tavolo tecnico” il quale studierà le misure più adatte per mantenere “gli adeguati standard di sicurezza”.

Possiamo quindi aspettarci un decreto che introdurrà l’identificazione via SMS, ma difficilmente una vera “liberalizzazione” del Wi-Fi, se con questo termine intendiamo la possibilità di connettersi a qualsiasi rete
pubblica e aperta senza dover effettuare alcuna operazione preventiva: le reti pubbliche, infatti, saranno verosimilmente sempre accessibili solo dopo aver ottenuto una password.

Lo stesso discorso si applica alla conservazione dei dati di navigazione: non è chiaro quali saranno in questo senso gli obblighi dei fornitori di accesso.

Se poi l’eventuale abolizione delle altre norme non sarà – come sembra – nel decreto, ma nel disegno di legge, occorrerà aspettare i tempi lunghi dell’iter parlamentare perché qualcosa cambi davvero.

Al momento, insomma, l’unica certezza è che non bisogna pensare che con gennaio cambi proprio tutto, occorrerà invece controllare che alle parole seguano i fatti, e verificare a quali conseguenze poi i fatti condurranno. D’altra parte, già si stanno levando voci che protestano contro la riduzione dei controlli evocando lo spettro di terroristi, pedofili e criminali in genere che avrebbero mano libera – come per esempio sostiene il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso – in uno scenario in cui gli utenti del Wi-Fi non si identificano esplicitamente come accade ora.

Ma negli altri paesi d’Europa come fanno? Ora senza voler essere esaustivo, ma in Norvegia, per mia esperienza personale, navigavo in internet, naturalmente utilizzando il WI Fi libero e a disposizione, in ogni dove anche nei fiordi più inaccessibili, registrandomi con user name e password come per accedere in un normale portale.

Ma sarà che noi siamo strani? O che abbiamo gli occhi e il naso più lungo degli altri?
Probabilmente più il naso che gli occhi.

Legge sulle Intercettazioni: Stampa e Berlusconi Sono Complici

Il disegno di legge sulle intercettazioni “fortemente voluto” da Silvio Berlusconi è da giorni oggetto di scambi di dichiarazioni, di manifestazioni di pensiero, di raccolta di firme.
Il governo sostiene che le norme che riducono o escludono l’uso delle intercettazioni non limiteranno la lotta alla criminalità ma che bisogna porre fine all’invasione della privacy. La stampa, al contrario, ritiene trattarsi di una ‘legge bavaglio’ per impedire l’indipendenza dell’informazione.
I due “contendenti”: potere politico e potere mediatico non sono poi così diversi e, soprattutto, i media non sono certo esenti da difetti, in buona e mala fede.

  1. Le intercettazioni sono uno degli strumenti d’indagine che magistrati e forze dell’ordine dispongono per individuare e combattere la criminalità. In ogni sua forma ed “etichettatura”.
    Non possono essere l’unico mezzo d’indagine, ma, non è pensabile e accettabile che si possono utilizzare per tempi limitati e solo se già presenti sufficienti indizi come stabilirebbe il testo normativo.
    Il perché è presto detto: sono le intercettazioni spesso a fornire i sufficienti indizi per proseguire nelle indagini. Qualsiasi norma o cavillo normativo con relative interpretazioni di vario genere che impedisca l’avvio e la prosecuzione di intercettazioni, con le assunzioni di responsabilità da parte di giudici, s’intende, limita se non addirittura impedisce la lotta alla criminalità.
  2. Il rispetto della privacy è un diritto. Fondamentale. Non è accettabile che i media pubblichino conversazioni telefoniche che sono inequivocabilmente fatti privati.
    Non è accettabile né personalmente mi interessa sapere, per fare un esempio, che il figlio di Luciano Moggi voglia fare sesso con Ilaria D’Amico. Questa conversazione privata non è rilevante dal punto di vista penale e neppure rientra nel rapporto di delega tra me e il giornalista.
  3. E qui arrivo al terzo punto.
    Nel mestiere di giornalista è implicita una forma di delega. Siamo noi opinione pubblica che deleghiamo i media nella scelta degli argomenti e nel modo di porli. Qualcosa sta cambiando dall’avvento del web; il giornalismo lo tiene d’occhio e non è raro che lo segua nella scelta degli argomenti. Ma il giornalismo è essenzialmente e storicamente questo: qualcuno decide cosa e come dobbiamo essere informati. O disinformati.
    La massima espressione di delega è il giornalismo televisivo. Tra l’altro, l’unico che si diffonde in milione di case. Mentre la stampa cartacea continua ad essere referenziale e autoreferenziale; conseguentemente: se le cantano e se le suonano tra quattro gatti.

Il compito del giornalista è quello di informare. Per farlo è indispensabile avere senso critico, essere oggettivi. Manipolare miscelando fatti e opinioni è disonesto, seppure, la distinzione netta – totale – tra fatti e opinione non esiste. Chi sostiene il contrario, truffa. Diffidate di questa gente. E coloro che sostengono questo purismo inesistente si leggano “Sei lezioni di storia” di Edward Carr. I loro neuroni ne trarranno giovamento.
Perché scegliere un argomento piuttosto che un altro, il modo di presentarlo, è già uno “schieramento” mentale. La correttezza e professionalità sta nel senso critico, nel racconto di più voci, nell’esposizione di elementi oggettivi, nel controbattere con argomenti a tesi ed affermazioni, così da consentire ad ognuno di noi di formare un pensiero che ha un fondamento logico.

Il principio basilare, non contrattabile, è la correttezza, il rispetto della persona, il senso del dovere d’informazione. Le leggi danno le regole. I controlli servono per verificarne il rispetto. Ma pur in presenza di leggi e controlli – quest’ultimi in realtà pressoché sconosciuti in ogni campo nella vita sociale italiana – vi sono inevitabilmente margini di autonomia, necessità di delegare e assunzioni di responsabilità che non si possono evitare. Perché sono logicamente, naturalmente, negli aspetti delle notizie e nel modo di trattarle.
Si deve accettare e si deve fare i conti con il fatto che la stampa ha e deve continuare ad avere autonomia su certi aspetti inerenti la raccolta e pubblicazione delle informazioni.

Cercherò di spiegarmi con un esempio.
Abbiamo letto della conversazione telefonica avvenuta la sera del terremoto in Abruzzo tra due “imprenditori”. Abbiamo sentito la loro sghignazzata. C’era trippa per gatti: cioè c’erano appalti a iosa con i quali fare business.
Quella conversazione non era penalmente rilevante. Quel ridacchiare mostrava solo la “sensibilità” di due mammiferi a due zampe. Era una conversazione privata.
Per il rispetto della privacy, quell’intercettazione doveva o no essere pubblicata? Se stessimo ai “puristi” della tutela della vita privata: no.
Dal punto di vista professionale, nel rispetto della correttezza nei confronti di chi legge ma anche dei soggetti intercettati che ancora non stati condannati da un tribunale, per dovere di informazione, quella conversazione doveva essere pubblicata o no? Io ritengo: sì. Perché se anche non penalmente rilevante, se anche privata, quella conversazione dimostrava lo squallore mentale di due “persone” che lavorano con una controparte pubblica e che traggono reddito proprio da quella controparte. Che siamo noi. I cittadini italiani non evasori.
Quella conversazione, che mostra un approccio ad una vicenda umana, un modo di reagire di fronte alla disgrazia di molti italiani, non può che creare un sospetto in chi ascolta.
Il sospetto è facilmente intuibile: chi reagisce verbalmente in questo modo, è probabilmente portato ad agire nella pratica giornaliera, con altrettanto disprezzo della persona umana e delle sue dolorose vicende. Un potenziale soggetto che non si farebbe scrupoli. Probabilmente. Potenzialmente. Da appurare.
E come si può appurarlo?
Un magistrato che ascolta questo genere di conversazioni ha il dovere – non il diritto – di procedere velocemente, senza ostacoli, senza impedimenti legislativi, nel disporre altre intercettazioni per appurare che non si tratti solo di squallore verbale. Un giornalista che conosca le legge, che non la eluda, onesto mentalmente, indipendente, ha il dovere di rendere pubblica questa conversazione.

Se fossi una giornalista, la mia correttezza, il mio senso dell’informazione, m’impedirebbe di pubblicare la conversazione telefonica di un maschio che vuole trombarsi una donna, salvo che, questo suo “desiderio” non sia indicativo di condizionamenti psicologici e fisici nei confronti dell’altra persona, di possibili di abuso del ruolo che riveste.
Se fossi una giornalista, pubblicherei intercettazioni che manifestano indizi di reato, posto che, la pubblicazione avvenga in tempi e modi da non intralciare le indagini.

Se fossi una giornalista, pubblicherei la conversazione di due pezzi di merda che se la ridono per un terremoto che sta devastando migliaia e migliaia di persone e andrei a cercare altre intercettazioni per capire se dietro a quell’esplosione di gioia non si stiano configurando reati o se, comunque, questo non sia che uno dei segnali del degrado morale di una parte del paese, nella fattispecie di chi maneggia soldi pubblici, di che trae ricchezza dal bene collettivo.

La legge in approvazione in Parlamento non è mirata a tutelare la privacy.


E’ mirata ad impedire che gli sfoghi personali di Berlusconi, le sue manifestazioni su cosa e chi eliminare siano rese pubbliche. Perché Silvio Berlusconi ritiene di essere l’unico in grado di sapere e agire per il bene pubblico. Ergo: nessuno può mettere in discussione ciò che pensa, ciò che dice, ciò che fa.
La legge in approvazione al Parlamento è un favore fatto alla criminalità proprio da quel governo che vuole gli sia riconosciuta un’incisività nella lotta al crimine. Perché ogni norma, ogni comma che stabilisce limiti nella tipologia di reati per i quali sono ammessi le intercettazioni e/o limiti temporali e/o macchinosità nell’avere l’autorizzazione e usare lo strumento, costituisce un regalo alla criminalità. E chi approva queste norme è complice di criminali.

Con tutto ciò, il livello professionale medio della stampa italiana è proporzionato alla classe politica che ci governa. Assenza di rispetto della persona, uso delle intercettazioni per scannamenti verso l’uno o l’altro, faziosità di un gruppo di potere contro altro gruppo di potere. Privare questa stampa della pubblicazione di intercettazioni significa privarli anche di un’arma. Ma privare i magistrati delle intercettazioni significa privarli di un’arma efficace per contrastare i reati.
La stampa professionista è responsabile di questa legge vergognosa come Silvio Berlusconi che la brama da tempo per raggiungere il suo obiettivo: sistemare le faccende private, le sue voglie, le sue rabbie, le sue presunzioni, i suoi conti personali.
Sivio Berlusconi, è vittima di se stesso. Ma la stampa italiana, tranne rare eccezioni, non sta cercando di limitare i danni della sua malattia. La sta coltivando.

Solo con correttezza, professionalità, senso della giustizia, e schiena dritta nei confronti di tutti i gruppi di potere – non solo quello di Berlusconi – si possono ridurre i danni della malattia del berlusconismo. Che non riguarda solo Silvio Berlusconi. E proprio perché non riguarda solo lui, ma parte del paese, ai media professionisti non resta che recuperare autonomia, senso critico, assunzione di responsabilità nel fare il proprio mestiere. Nell’essere delegati all’informazione.

Ho tralasciato, per quanto non marginale, anche se di facile battuta, il fatto che in assenza di pubblicazioni di intercettazioni telefoniche Claudio Scajola non saprebbe che gli hanno regalato una casa. E sarebbe ancora ministro.
Questo fatto, è semplicemente la dimostrazione del lato grottesco di un regime putrefatto. Che strapuzza.
E non è solo “merito” del berlusconismo se strapuzza. La stampa si assuma le sue responsabilità. Non solo quella al servizio di Berlusconi. Anche l’altra. Al servizio di chi? Degli italiani onesti e indipendenti o al servizio di gruppi di potere economico avversi a Silvio Berlusconi?

La Trappola Ideologica del Body Scanner

Mi è stato chiesto di scrivere una breve nota sul body scanner e sulla sua validità come strumento di prevenzione degli attentati terroristici.
Purtroppo, devo parzialmente deludere l’amministratore di questo sito perché non so se questi dispositivi siano dannosi o no per la salute. Dovrei informarmi a riguardo, ma non ho tempo. Ho poco da dire anche sulla privacy. E’ una questione di sensibilità personale e, su certe cose, è inutile dibattere. Ognuno continuerà a pensare ciò che crede. A dirla tutta, le immagini prodotte dalla macchina non mi sembrano particolarmente sensuali, ma anche questa rimane un’opinione personale.

Cercherò, invece, di rispondere alla domanda tecnica: il body scanner è utile per la prevenzione di azioni criminali?
Il discorso, purtroppo, è molto articolato. Cercherò di riassumerlo nel modo più semplice e veloce possibile.
Incominciamo così: quando la giornata è fredda, cosa fate per ripararvi? Mettete solo il cappello di lana e poi uscite in mutande?
Troppo criptico? Proviamo a spiegare.

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Licenza di Uccidere

11 settembre, 2008 di  
Archiviato in Cronache Italiane, Rassegna Stampa

Di sicuro avrete letto dei risultati di alcuni controlli sulle strade del veronese. Un test ha rilevato che il 45% dei 31 guidatori fermati è risultato positivo al controllo sull’alcol ingerito e/o a quello sulle droghe. Un risultato simile era emerso in un analogo controllo effettuato lo scorso anno. Quasi un guidatore su due stava viaggiando in condizioni di non sicurezza per sé e per gli altri. Dei positivi, due terzi avevano ingerito alcol in misura superiore a quella consentita (0,5 microgrammi per millilitro) e un terzo era sotto l’effetto di stupefacenti.

Guidare in quelle condizioni equivale a detenere una licenza di uccidere.

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