Il banchetto fantasma
28 agosto, 2011 di Lameduck
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Non è stato facile trovarne uno nella mia città però ce l’ho fatta e sono riuscita a firmare. Oggi alle 12.30, in una piazza con il mercato già in smobilitazione, sotto la torre cittadina, c’erano due persone con un banchetto. Pochi segni di riconoscimento, a parte una bandiera dell’IDV un po’ stazzonata e seminascosta sopra il tavolino. Niente palloncini o gazebi, nessuno che abbordasse i potenziali firmatari. Forse anche i volontari erano in piena smobilitazione preprandiale. A quell’ora, come si dice da noi, la fame è cattiva.
Sandbox
20 giugno, 2011 di Comandante Nebbia
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E’ passata meno di una settimana dalla rivoluzione popolare che avrebbe dovuto stravolgere l’Italia e tutto è ritornato come prima.
Su Facebook, l’avatar dei “4 sì” è stato sostituito dalla faccina sbarazzina della furbetta che provoca facendo vedere e non vedere, dallo stemmino della squadra del cuore o dell’immarcescibile Che Guevara. Sui giornali tornano in prima pagina Mora di bianco vestito e la fascinosa Sara Tommasi in una rivisitazione di grande buon gusto dell’esplosivo incontro tra Bin Laden e Chuck Norris. I libici non ne vogliono sapere di perdere la guerra quando ha deciso Frattini, l’Italia è dilaniata dal dibattito sui ministeri al Nord, a Restivo piaceva Elisa Claps, per Matteo Salvini belli non è un genitivo, ma un semplice aggettivo declinato al plurale.
Grillo e le elezioni a Pomezia
25 maggio, 2011 di Storie Italiane
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Pomezia è una città strana: nata da una costola dell’Agro Romano, e non Pontino, come pensano molti, è identificata quasi sempre con le immagini della fondazione e del celebre discorso del Duce. Esattamente una settimana fa su quelle espressioni e su quel mito ha giocato anche il comico Beppe Grillo, riproducendo, in un passaggio, i toni e la prossemica di Mussolini nel suo celebre discorso della fondazione di oltre 70 anni fa. A Pomezia, nonostante una vaga aura nostalgica tra i palazzi colonici dalle linee nette e di scarsa ispirazione architettonica, le elezioni comunali hanno sempre visto la vittoria alterna di sindaci di centrodestra e centrosinistra, a differenza di quanto accade nella poco distante Latina. Alla vigilia delle elezioni comunali 2011, in una città invasa da manifesti e gigantografie ( tra questi un eloquente richiamo a “lui”, Benito, fortemente voluto dal candidato Caprasecca all’insaputa, pare, della sua capolista Maricetta Tirrito e di Renata Polverini, che appoggia la lista Città Nuove), è arrivato anche Beppe Grillo. L’irruenza vocale che certamente si presta ad una degna imitazione si è però legata all’incedere dinoccolato e disordinato che lo contraddistingue, mentre presentava sul palco di Piazza indipendenza i suoi candidati per il Movimento 5 stelle.
Il Brand Creato da un Pericoloso Insurgent Palestinese e il Suo Network
13 febbraio, 2011 di ob1kenobi
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Ora in molti nel mondo ci chiediamo cosa e come innovare un po’ in tutte le scale dalle piccole aziende al mondo intero.
Io ho cercato di partire da un esempio pratico: nel mio POP dicevo :
- Basta auto in Italia : risparmieremo miliardi in ambiente e salute. Produciamole per solo l’estero. Al posto delle auto private prendiamo ispirazione dai paesi asiatici dove un nugolo di piccoli pulitissimi e condizionati minibus partono non ad orari fissi ma appena completi e costano pochi centesimi.
La maggior parte degli italiani è passata da una vita contadina o artigiana degli anni 50 ad una vita da dipendente, cosa che ha permesso loro di avere un migliore tenore di vita.
Cosa ne hanno fatto gli italiani di queste maggiori disponibilità economiche ?
Strade
30 gennaio, 2011 di Emanuele
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La strada di ogni giorno
Se ne stava li in parte alla carreggiata, tra il fosso e il guard-rail, appoggiato al suo decespugliatore, in un momento di pausa.. chissà; immerso nei residui della nebbia notturna che soffoca la pianura guardava quel fiume di macchine passare, con gli occhi spenti sul vuoto.
Sembra dire “che ci faccio qui?” Ed io, che ci passo a non più di qualche metro, inizio a pensare la stessa cosa.
Ancora quel ragazzo. L’ho visto in almeno 5 paesi diversi. Vende noci di Sorrento sul ciglio della strada. 5 euro per 2 chili. Cammina avanti e indietro sul marciapiede e si soffia sulle mani per combattere i 4 gradi che mordono la pianura. Ha i pantaloni strappati, ma non quegli strappi fashion che vanno di moda, un giubbotto quasi estivo.
Tra una nuvola di fiato e l’altra sembra dire “che ci faccio qui?” Ed io, che ci passo a non più di qualche metro, continuo a pensare la stessa cosa.
Emiliano: Viaggio fra gli Epigoni del Berlusconismo Oltre i Confini di Partito
23 gennaio, 2011 di Zag c
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Emiliano, non Zapata, ma Emiliano di cognome e Michele di nome, ha incominciato da tempo la sua campagna elettorale per diventare il sostituto di Vendola in Puglia. E’ il simbolo del berlusconismo che dilaga oltre i confini partitici per impersonare la perfetta sintonia con la “società civile” . Da perfetto servitore dalemiano, prima magistrato poi datosi alla politica per merito proprio del mentore pugliese a Roma, si era prestato a fare da contraltare al poeta pasoliniano Vendola. La realpolitik contro il sognatore dalla erre moscia e arrotondata. Tonfo clamoroso!. Resosi conto che la barca, quella barca aveva la falla, da perfetto uomo politico dalle mille sfaccettature e dai mille volti, ha preso come suo riferimento il “popolo” , vestendo i panni dell’antipolitico e contro i vertici del suo partito.
Ieri Tutti Hanno Vinto. Gli Studenti e i Precari Hanno Visto Vincere
24 dicembre, 2010 di Zag c
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Oggi è tutto un coro di vittoria! Ha vinto il buonismo ad oltranza. E’ Natale! Il pericolo è passato e tutto è rientrato nella normalità. I bottegai si strofinano le mani in attesa della grande abbuffata di acquisti che si prepara, gli uomini dentro il palazzo, sia a destra che a sinistra, sono stati ascoltati, chi per aver alzato la voce e gridato “dagli all’untore” agli assassini nella fattispecie, chi per aver gridato all’abiura e da buoni padri di famiglia con pacca sulla spalla aver consigliato a più buoni propositi. Persino l’inquilino del Quirinale ha fatto la sua figura di grande padre che tutti ascolta ed ha una parola buona per tutti. Il papa laico della nostra Repubblica. Andate a casa e date una carezza ai vostri bambini!
Ed anche la delegazione di giovani. Tutti contenti di essere stati ascoltati. Ritorneranno alle loro case e ricorderanno come hanno ottenuto quel che chiedevano. Essere ascoltati! E’ Natale, siamo tutti un po’ più buoni.
Tutti hanno vinto. La città, la zona rossa era silenziosa e deserta, è stata salvaguardata. Poliziotti e blindati, discretamente rifugiatisi nelle stradine adiacenti a protezione del fango del palazzo. E il corteo di ieri ha fatto una bella scampagnata per le vie della prossima periferia.
Una ritirata strategica, qualcuno potrebbe obbiettare. Ma chi li doveva ascoltare quei giovani?
Ieri l’unica istanza politica che veniva da quel corteo era la richiesta del coinvolgimento del mondo del lavoro, l’estensione e l’allargamento della protesta. La richiesta è stata rifiutata. La Camusso e la CGIL ne pagheranno le conseguenze.
E’ stato un grosso errore
Oltre la Gelmini
21 dicembre, 2010 di Zag c
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Sono in sciopero della fame da 3 giorni, e oggi cinque studenti dell’Istituto italiano di studi orientali lanciano un blog, ‘Abbiamo fame di cultura’. E insieme un appello: ‘Seguiteci, scioperate con noi’. ‘Ci rivolgiamo ad artisti, intellettuali, giornalisti- spiega la 23enne Maria, iscritta al primo Magistrale -, oltre che a tutti gli studenti e i docenti delle facolta’ italiane’. ‘E chiediamo- continua – di seguire le nostre regole, fino al 22 dicembre: solo acqua e un po’ di te’ caldo’.
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E intanto si continua a parlare di mobilitazione contro la legge Gelmini. E chi ne parla non ha capito nulla. O fa finta di non capire per spostare l’attenzione, come quando di parla del 14 dicembre come di una giornata di violenza. Il movimento è andato oltre la legge Gelmini. Non sono più in discussione quei quattro o cinque articoli dell’estensione alla legge di macelleria sociale. Il movimento è cresciuto ed oramai, anche se la legge dovesse essere bocciata (cosa impossibile), il movimento continuerebbe a manifestare, e ora , non più come ha fatto fino a prima del 14 dicembre, “pacificamente”. Oramai è pronto anche allo scontro fisico, se la situazione lo richiederà.
Come lo fu il dopo Valle Giulia.
E non per responsabilità del movimento.
Si chiede la carcerazione preventiva, il Daspo per i manifestanti, il balzello da pagare per manifestare, l’istituzione di poliziotti volanti , nascosti , mascherati che avrebbero il compito di fare agguati e prendere i manifestanti, o presunti tali, isolati dal resto del corteo. E queste misure faciliterebbero le manifestazioni pacifiche? Blindando ed estendendo le “zone rosse” (si parla di tutto il centro storico di Roma), che è grande quanto la città, fortificando i santuari della “democrazia” si riuscirebbe a far “rappacificare gli animi “? E prima di questo e dopo tutto questo ed ancora di più vi sarà ancora qualcuno che parlerà di un ” ma chi mi ripagherà della mia macchina bruciata?” E chi ripagherà questa generazione di un non futuro, di una vita senza speranza e senza prospettive?
E appellerà ancora “stupidi” una generazione “saltata”, chiamerà ancora “vigliacchi” chi nelle manifestazioni si copre il volto dai passamontagna per ripararsi dai gas lacrimogeni ( che non fanno solo lacrimare) , o porta il casco per autodifesa da manganellate che piovono dal cielo , come è successo a Brescia , come è successo a Milano, e ci si è ritrovati col cranio aperto come gusci di noce?
Io penso di si, sopratutto a “sinistra” per coprire l’incapacità a leggere la realtà, per non fare i conti politici con le proprie responsabilità e colpe, per l’incapacità di dare risposte politiche.
Saviano, la Dolce Euchessina
16 dicembre, 2010 di Comandante Nebbia
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Negli ultimi anni, ogni evento della storia della italiana non può definirsi tale se non viene battezzato da una “riflessione”, da un precone o da una lettera agli apostoli di Roberto Saviano.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Si verifica il fenomeno x. La Repubblica on Line allestisce lo spazio y, Saviano vi giustappone l’oggetto z, con z che assume valori nell’insieme discreto “articolo, lettera agli apostoli, riflessione, precone, raccolta di firme”.
Dopo gli incidenti di Roma, si scatena immediatamente il meccanismo testé descritto cosicché oggi chi si collega al sito repubblica.it può leggere, con moderata sorpresa, una lettera agli apostoli di Saviano: ““.
Umberto Eco da grande scrittore e emerito semiologo, in uno dei suoi innumerevoli saggi, fornisce una regola aurea per titolare un racconto, un romanzo, uno scritto qualsiasi. Secondo Eco, il titolo non deve mai anticipare il contenuto. Anzi, deve disorientare, spiazzare il lettore che si deve avvicinare allo scritto con un’idea che deve essere stravolta dalla lettura. Ecco quindi che chi si accinge a leggere “Il Nome della Rosa” come se si trattasse di un saggio di botanica, si trova catapultato in un oscuro romanzo medievale saturo di citazioni latine e greche.
Se ci Bloccate il Futuro noi Bloccheremo le Città
25 novembre, 2010 di Zag c
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Appuntamento ore dieci piazza antistante Montecitorio. Motivo? Presidio degli studenti contro il decreto in approvazione alla camera. Puntuale mi presento con casco, scooter e macchina fotografica. Benché in anticipo, la piazza è già occupata dagli studenti medi. Ragazzini che sanno bene cosa gli aspetta, che sanno cosa vogliono o perlomeno sanno ciò che non vogliono. La musica a pompa, una che urla al microfono, alcuni seduti in cerchio che fanno lezione, molti che ascoltano con partecipazione ciò che ha da dire. Un ragazzo di un liceo , non so quale, giura che lui farà tutto quello che Napolitano gli chiederà ,
basta che lui non faccia passare quella legge infame. Si alza un urlo, uno slogan : “Se ci bloccano il futuro noi blocchiamo le città”.
L’Odore di Napoli
1 novembre, 2010 di Storie Italiane
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Sono stato ultimamente a Napoli. Una tre giorni di full immersion, tra i vicoli e le stradine di Forcella, Spacca Napoli, via Toledo, via Roma, piazza del Plebiscito via del Mercato. Via Caracciolo e le bancherelle del Mercato. Ho visto una città senza Stato, senza ordine, ne legalità, così come si intende nel resto dell’Italia. Molto più caotica di qualche anno fa. E il caos non è solo nel traffico. Se riesci a guidare uno scooter nel traffico di Napoli puoi affermare che puoi guidare dappertutto! Portare il casco è come andare nudo in giro per la città.
Ed io che avevo l’integrale ero visto e guardato a vista!. Poi in una pizzeria. la migliore mi hanno detto, parlando con una avventrice come me, ma lei indigena, mi ha gridato gesticolando, come solo il popolo meridionale sa parlare, che non si poteva andare con il casco a Napoli.
E’ vietato, perché i killér con l’accento sulla e, lo usano ed è facile essere sparato, con la mausèr, con l’accento sulla e. A nulla è valso spiegare che se è pericoloso portare quello integrale, nulla vieta di portarne uno non di quella tipologia. Ed allora mi sono affrettato a comprarne un altro di casco, ma questa volta uno di quelli a volto scoperto. E’ consentito invece viaggiare in scooter in tre marito moglie e piccoletto in piedi fra i due, per mancanza fisica di spazio sul sellino. Tutti rigidamente senza casco ,naturalmente!. Ho visto come nessuno mai zigzagare con lo scooterone in due ( anche qui senza casco) fra il traffico a tutta velocità e quando dico velocità intendo velocità pura. Son rimasto incantato ed allibito. E tutto questo tra i vigili e carabinieri, polizia e guardia di finanza. Ma senza che questi, di fronte alle infrazioni si girassero da un’altra parte. No! Con tutta naturalezza continuavano a fare ciò che stavano facendo come se la cosa non li riguardasse.
A Napoli lo legalità è un concetto tutto locale. Lo Stato è un optional. Esercito , polizia, e quantìaltri li vedi a pattuglie nel centro cittadino a fare che non si sa. E persino i poliziotti di quartiere ho visto. In tre . Due maschi ed una donna. A stazionare, ma se ti addentri nei vicoletti della Napoli del malaffare (ma anche questo termine non ha valore qui a Napoli) , di forze dell’ordine manco a parlarne. Qui è zona off limits. “jatevenne” è scritto sui muri, scritte invisibili per lo straniero ma stampate a caratteri cubitali per i locali.
Mi son fermato in un parcheggio per camper, autorizzato e certificato. Ex villa appartenuta alla camorra ed ora data in gestione ad una cooperativa. Dodici euro, ma poi si è avvicinato una donna napoletana con un bimbo in braccio ed un altro attaccato alla gonna e mi voleva rifilare non so che di depliant. O il depliant o non si entra. Al mio rifiuto mi ha fatto cadere le braccia al suo ” A signuri , ma pure nuj amma campà!”
La sera , incomprensibilmente alle 18 ho visto le saracinesche dei negozi,le bancherelle degli ambulanti e non, chiudere i battenti. Mi son fermato ad una di esse, e al mio stupore mi ha svelato . “Stasera giuoca o Napoli contra u Liverpùl!” Basta la parola. A questo evento tutto è consentito.
E la monnezza! In ogni dove ed in ogni luogo. I pressi del Duomo ( bellissimo monumento al barocco napoletano) le montagne di monnezza e di puzza facevano da cornice. La puzza , quell’odore caratteristico della monnezza umida andata in putrefazione è ormai diventato l’odore caratteristico di Napoli. Ogni città, ho imparato, ha un suo odore caratteristico. Firenze, Milano, La Spezia, Pescara, Ancona, Bari, Taranto . Ho imparato a riconoscere quegli odori. Sanno di quegli abitanti, si integrano perfettamente con i loro palazzi e monumenti con le loro bellezze locali, con i loro abitanti., Il Duomo di Milano o palazzo della Signoria non sarebbero loro senza l’odore della loro città. Avrebbero un altro aspetto, l’architettura stessa sarebbe diversa. Napoli ha l’odore della monnezza.
Passeggiando per via Toledo o per via dei Tribunali o per piazza Dante o piazza D’alba senza l’odore della monnezza sarebbe come viaggiare in un altro luogo , in una altra città. E tutti convivono con quella puzza. Ed io , straniero, con vergogna buttavo il mio sacchetto di spazzatura timidamente, con vergogna tra la montagna di altri sacchetti. Con indifferenza guardato, non visto, dai napoletani.
Napoli. Napoli è un’altra terra, senza legalità dove ognuno ha la sua di legalità, il suo di ordine. E’ uno Stato a parte , a sè. Napoli è il confine fra la terra ed il cielo, fra il mare e la montagna. E’ terra di confine.
Poi c’è la camorra che detta la sua di legalità , che mette ordine e dà i suoi ordini. A quella legalità tutti si attengono e tutti, nessuno escluso, sottostanno.
Stabilità Mentale
4 settembre, 2010 di Marechiaro
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Non so se è solo una mia impressione o la stabilità mentale sta degenerando non solo per l’età e in condizioni di stress. Dalle liti in sala parto, in Parlamento, alle ragazze ingaggiate per assistere allo show del rais, allo strapotere dei gestori delle utenze pubbliche, alle stragi per futili motivi e ai vari incidenti dovuti a distrazioni che la cronaca segnala abbiamo solo una piccola parte del fenomeno, che non è dannoso solo quando destabilizza i vertici o provoca decessi ma per la sua continuità subdola.
Sto scrivendo mentre quello di fronte urla di tutto alle ragazzine, discolette per la verità, mentre la madre tace e il padre vero si è rifatto una famiglia. Pochi minuti fa ha smesso di funzionare un martello pneumatico che ci ha disturbato tutto il pomeriggio, proprio oggi che si cominciava a quietare dopo un’estate passata a dover assistere alle urla continue di un altro cinquantenne alla propria madre ottantenne, a volte piena di lividi che giustifica con cadute a cui non crede nessuno.
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L’Aquila Muore. L’Aquila è Morta
27 agosto, 2010 di Giacomo
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“L’Aquila è morta”.
Queste le parole dette ai fidi centurioni quell’infausto giorno di marzo del 44 pev in occasione dell’assassinio di Giulio Cesare.
Il 19 scorso ho fatto un altro giro in moto e sono ancora una volta passato per l’Aquila. Stavolta senza a causa di strade principali chiuse per..emergenza!
Proveniendo dall’Aquila Est lungo la statale 80 e poi sulla 17 ovest che attraversa la città si superano le rotonde nuove di zecca allestite con tanto di mosaico a pietre grosse a rappresentare questo o quel simbolo (effetto G8 ovviamente, con buona pace degli isolani de La Maddalena) e si entra in città diretti su via XX settembre, quella de “La casa dello studente”.
Su in salita fino all’incrocio con la strada che fiancheggia i giardini di via Crispi e ridiscende verso la parte est della città.
Sono meno di 2 km e bastano per metterti i brividi addosso. Brividi uniti a quel nodo alla gola che ti assale quando una forte emozione si mischia ad una forte rabbia. La strada passa accanto al tristemente noto edificio de “La casa dello studente” dicevo: non lo sapevo e quello che ha attratto in quel punto la mia attenzione sono state le foto dei ragazzi morti quella notte sotto le macerie di una palazzina che non doveva crollare, quella così come tante altre. La sola vista di quella fetta rettangolare mancante nella pianta complessiva della palazzina a cui ancora si affacciano fin l’ultimo piano, porte, ballatoi, vani scala, riquadri di stanze e vite spezzate, da’ il capogiro.
La strada, tristemente animata da una sorta di macabro turismo della maceria, forse inconsciamente me compreso, con gente che ci cammina e fa foto, che si sofferma a vedere i danni insieme al traffico cittadino di un giovedì pomeriggio d’agosto, nonostante l’assolata giornata da’ i brividi.
Per tutta la sua lunghezza è completamente transennata su entrambi i lati: barriere alte quasi tre metri in rete d’acciao a maglia molto larga, che impediscono il passaggio di incauti pedoni sui marciapiedi; e già, cadono ogni tanto pezzi vari o possono farlo. Le palazzine, da apparentemente robusti condomini in strutture in cemento armato degli anni 60 e 70, a case forse più vecchie di un paio di decenni, sono altrettanto apparentemente sane. Ma osservate senza bisogno di gran dettagli a vista d’occhio appaiono tamponature assenti, intonaci scoppiati a mostrare tramezzi di foratini scomposti, fessure e crepe anche massicce in corrispondenza di luci di finestre, balconi semicaduti, pilastri crepati e via così fino a pilastri di base apparentemente a posto ma a cavallo di serrande di garage o negozi deformate e lesionate. INAGIBILE. E’ la terribile parola per chi ha avuto vita lì dentro fino a quella notte. E sotto, lungo la strada, vetrine di esercizi commerciali, da banche a tabaccherie od umili tutto a 1 € definitivamente abbandonati.
Il motivo conduttore macabro che accompagna la vista è che quelle palazzine, quei palazzotti, quella case così come sembrano esser fatte non dovevano crollare, non avrebbero dovuto nemmeno lesionarsi!
E quelle palazzine con i fantasmi delle migliaia di famiglie che le hanno vissute sono lì, in piedi ma lesionate al punto che nessuno oserà mai anche solo pensare che forse si possono restaurare. Certo non sono mica la basilica di Colle Maggio o lo storico palazzo del comune!
E guai a gettare l’occhio nelle traverse che si arrampicano verso la sommità della città, verso il centro: lo spettacolo è ancora più desolante.
Ed in quei pochi minuti impiegati a percorrere quella strada pensavo a come potrebbe essere ricostruita una città nell’interezza del suo cuore centrale, non solo inteso come centro storico, come patrimonio artistico ma patrimonio umano da esso stesso generato ed alimentato. Quando un terremoto danneggia un piccolo centro lo si ricostruisce, non vale la pena stare a sistemare quando si fa prima a demolire del tutto. E’ una questione di economia, terribile ma spietata.
Ma si può demolire una città? E quanto costerebbe ripristinarla? Che rapporto tra il valore che aveva e il valore che potrebbe avere risanandola e portandola a nuova vita?Come poterlo fare? Con quali mezzi?
E soprattutto con quali soldi? Chi si assume l’onere economico di un simile scempio?
E allora l’Aquila muore. L’Aquila è morta.
Ma contemporaneamente pensavo, di ritorno dal mio terzo viaggio in Germania, che all’alba della fine della seconda guerra mondiale, praticamente tutte le città grandi e piccole di quel paese andavano da stati quali quello del “completamente rasa al suolo” a situazioni via via meno gravi ma pur sempre drammatiche.
Eppure i tedeschi, sia all’est dominato dai russi od all’ovest sotto il controllo di americani, inglesi o francesi, si sono rimboccati le maniche e mattone per mattone, raccogliendoli dalle macerie, confrontando documenti storici, cartoline, vecchie foto e le testimonianze dei sopravvissuti, sono stati capaci di ricostruire i centri delle città esattamente com’erano prima.
A Berlino pochi mesi dopo l’aprile del 45 già circolava il primo tram, a Dresda, inutile scempio esperimento di “” completamente devastata dal bombardamento e dall’incendio, il popolo delle macerie in due mesi aveva liberato la città ed iniziata la ricostruzione e due mesi dopo c’era già l’acqua corrente ovunque. E così Francoforte, Amburgo, Norimberga, Colonia, Stoccarda, grandi città ma anche Heidelberg, Lipsia, Ulm o Lubecca, città più piccole.
Non scrivo questo per dire che c’è sempre speranza ma proprio per distinguere, ancora una volta, che non siamo tedeschi e non sono tedeschi neanche i nostri governi il cui attuale premier, come noto a molti ma i cui tutti sono ciechi e sordi, ha soltanto saputo cavalcare l’occasione elettorale, pittare di bianco a calcina qualche muro come si faceva in Puglia sotto gli Angioini dopo una pestilenza e poi andarsene sfregandosi le mani perché qualcuno per lui avrebbe fatto affari d’oro con la borsa nera.
E l’Aquila muore. L’Aquila è morta.
Ad reprimendam audauciam aquilanorum
9 luglio, 2010 di buscialacroce
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Nel 1527, sotto la dominazione spagnola degli Aragonesi, gli aquilani osarono ribellarsi agli invasori, per rappresaglia il viceré Filiberto d’Orange devastò la città la separò dal suo contado ed inflisse una multa pesantissima ai suoi abitanti. Gli Aragonesi usarono quei soldi per contribuire alla costruzione dell’immenso Forte spagnolo sul cui portale, per scoraggiare ogni possibile futura ribellione fecero mettere la scritta Ad reprimendam audaciam aquilanorum, cioè “per reprimere l’audacia degli aquilani”.
L’altro giorno, 7 luglio 2010, a 483 anni di distanza, gli aquilani finalmente hanno osato ribellarsi di nuovo e Silvio I da Arcore chiuso nel suo palazzo ha fatto finta di nulla del tipo: “sire il popolo non ha più pane… beh che mangino brioche”. Contro i “ribelli” sua bassezza ha mandato poliziotti, carabinieri, finanzieri, giornalisti leccaculo e qualche mazzata tanto per gradire è partita.

Hanno tentato di scatenare la violenza per poter avere la scusa, come al g8 di Genova, per picchiare tutto e tutti senza scrupoli, ma anche se hanno ferito 3 persone e spintonato e scetteccato il sindaco de L’Aquila gli aquilani non hanno abboccato come trote non fornendogli alibi. Le alte sfere della polizia per coprire le malefatte hanno detto che le violenze sono state causate da componenti dei centri sociali, certo che poi a L’Aquila non ci siano centri sociali tipo leoncavallo chissene frega. Poi scusate se uno vuole andare a devastare tutto e a picchiarsi con gli sbirri che fa ci va a mani nude, con bandiere, gonfaloni o si porta caschi, passamontagna, spranghe, bastoni e bombe molotov? Siamo seri…. A pochi metri dai manifestanti aquilani davanti al parlamento manifestavano i disabili contro il governo, bene signori miei anche L’Aquila può essere considerata disabile e i governanti vogliono staccargli la spina contro il suo consenso, mettendo in luce tutta l’arroganza di Berlusconi e la sua banda del buco forti con i deboli, ma deboli con i forti. Come direbbe il buon Vasco:
“Se siete “quelli comodi” che “state bene voi”… Se altri vivono per niente perché i “furbi” siete voi….vedrai che questo posto, questo posto… IS BEAUTIFUL! […] Voi abili a tenere sempre un piede qua e uno là avrete un avvenire certo in questo mondo qua però la DIGNITÀ! Dove l’avete persa! E se per sopravvivere….. qualunque porcheria lasciate che succeda… e dite non è colpa mia”.
Concludo con il dire che noi aquilani non pretendiamo favoritismi, ma non siamo i figli della serva e vogliamo essere trattati come tutte le altre vittime di catastrofi: vogliamo pagare, come avvenuto per il terremoto in Umbria e Marche, il 40% delle tasse arretrate spalmate su 10 anni e non il 100% ed infine come si è fatto in tutte le catastrofi precedenti vogliamo che il governo metta una tassa di scopo che faccia arrivare soldi in maniera certa e renda possibile la RICOSTRUZIONE di una delle 20 città d’arte italiane e non mandi a puttane 781 anni di storia. La lotta è appena cominciata, come insegna il rugby quando cadi e prendi le mazzate ti rialzi e continui a giocare e anche se hai la certezza di perdere una cazzo di meta la vuoi segnare lo stesso.
Guccini – Il Maestro della Porta Accanto
14 giugno, 2010 di Daniela Tuscano
Archiviato in latest, Suoni & Musica
Guccini compie 70 anni
Non era né , né L’avvelenata. Il “mio” Francesco Guccini si ritrovava nella e, ancor più, ne e , sua ideale prosecuzione.
Le osterie, al tempo in cui ascoltai il brano per la prima volta, non le avevo mai viste in vita mia, salvo qualche sparuta stamberga sul Ghisallo, e ne conservavo un’immagine alquanto fantasiosa, remota, libresca: da Promessi Sposi, insomma. Eppure le percepivo in qualche modo anche vicine, reali; forse perché le associavo ai colori autunnali, e per me autunno significava ottobre, quindi scuola.
Costo del Lavoro e Competitività: Sostiene Galbusera…
4 maggio, 2010 di fma
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Sostiene Galbusera che una presa per il culo così, lui, non se la sarebbe mai aspettata. Meno che meno dall’INPS.
Galbusera è un mio vicino di casa, un metalmeccanico in pensione, abituato fin dalla più tenera età a considerare certi doveri come ineludibili. Tra cui, non suoni strano, pagare le tasse. Perché i lombardi non sono tutti piccoli imprenditori, ci sono anche i lavoratori dipendenti e i pensionati. Galbusera lavora all’appuntamento con il fisco lungo tutto l’arco dell’anno.
- Perché, – sostiene – le cose, per farle bene, bisogna farle per tempo.
Così, quando va in farmacia, sempre più spesso, non si scorda mai di mettere sopra il banco, con le ricette, la tessera sanitaria, affinché lo scontrino rechi il suo codice fiscale, condizione indispensabile per fruire della detrazione d’imposta sui ticket. Al netto della franchigia, s’intende.

- Pensano che i primi 129,11 euri li spendiamo per il viagra. – sostiene ridendo.
La stessa cosa la fa col dentista, col cardiologo, perfino col veterinario.
- Per le spese veterinarie, la ragione di un’ulteriore franchigia mi sfugge.- sostiene pensieroso
Da ognuno pretende fattura, col suo bravo bollo da euri 1,81, altrimenti non vale. E mano a mano inserisce i dati nel PC, badando di non mischiare farmaci e parafarmaci, di non sommare all’importo delle fatture il bollo, e via e via e via.
Con l’anno nuovo, passata la Befana, comincia a riordinare le carte. Quelle sue e quelle della moglie; che, ahimè, non usa per le proprie cose la sua stessa acribia. Nei suoi scontrini le creme antirughe e gli scovolini interdentali convivono allegramente con i sartani e le statine:
- Lina, quante volte te lo devo dire che le cose vanno tenute distinte? cosa ci vuole? una laurea?
Sono mali di pancia, ma qualcuno se li deve pure accollare.
- Certo che se lo fai la prima volta, poi sei fottuto. - sostiene Galbusera. Non si capisce se si riferisca alla Lina, o al fisco.
A ogni buon conto, alla fine di gennaio, lui è pronto. Aspetta solo che l’Agenzia delle Entrate metta in rete il Modello Unico e il 730, con le relative Istruzioni.
Perché entrambi? Ma perché solo se avrà studiato bene le Istruzioni del Modello Unico, 126 pagine quest’anno, potrà calcolare quanto il fisco gli deve, cioè verificare, quando sarà il momento, se il CAF, al quale si rivolgerà per il 730, avrà fatto i conti giusti.
I moduli di solito sono disponibili verso la fine di febbraio.
- Vorrei anche vedere, – sostiene Galbusera, – che dovessimo penare per pagare le tasse. –
Li scarica e comincia a compulsarli.
- Cose fastidiose, – sostiene Galbusera – da fare con calma.-
Aspettando che arrivi CUD 2010. Che a dire il vero dovrebbe già essere arrivato. La legge parla chiaro: Il CUD deve essere consegnato al contribuente entro il 28 febbraio del periodo d’imposta successivo a quello cui si riferiscono i redditi certificati.
Siamo alla metà di marzo e del CUD ancora nessuna notizia.
Per informarsi telefona alla sede provinciale dell’INPS.
- Signore, – si stupisce l’impiegata – siamo appena alla metà di marzo! –
- Lo so. – fa lui – Ma è previsto che io lo debba ricevere entro la fine di febbraio.-
- Aspetti almeno la fine del mese. Sono in spedizione.
- Che vuol dire che sono in spedizione? che sono stati spediti, o che stanno per essere spediti?
- Signore, gliel’ho già detto, credo di parlare italiano: sono in spedizione! C’è tempo fino a tutto maggio!
A Galbusera i dipendenti dell’Amministrazione dello Stato non sono mai piaciuti fino in fondo, neppure quando se li ritrovava accanto, in corteo, addirittura in prima fila a reggere lo striscione rosso dei CUB Alfa Romeo.
Aspetta un paio di settimane e non succede nulla. Pensa bene di visitare il sito dell’INPS: hai visto mai che il CUD si possa scaricare come il 730. Purtroppo scopre che per saperlo bisognerebbe avere il PIN. La cui prima metà, di 8 cifre, si può avere immediatamente, basta inserire i propri dati personali nel questionario, ma la seconda metà no. La seconda metà sarà recapitata per posta, all’indirizzo di residenza, esperite doverose verifiche per via telefonica.
Per fortuna l’occhio gli cade sul servizio INPS Risponde.
Scrive allora Galbusera:
“Buongiorno. Sono a chiedervi copia del CUD 2010, relativo alla posizione VDCAI N.110X3, il cui originale non mi è mai pervenuto.”
“Gentile utente, – gli risponde l’INPS – alla Sua richiesta del 29/03/2010 19.09.12 è stato assegnato il Protocollo INPS.CCBFF.29/03/2010.0215029 -
Passa qualche altro giorno e dall’INPS gli riscrivono:
“Gentile utente, con riferimento alla Sua richiesta con numero di protocollo INPS.CCBFF.29/03/2010.0215029 del 29/03/2010 19.09.12, Le comunichiamo quanto segue: i modelli CUD 2010 sono in fase di spedizione. La ringraziamo per aver utilizzato il servizio INPS Risponde, non esiti a contattarci per ulteriori richieste.”
- O cazzo! – sostiene d’aver pensato Galbusera.
Stizzito riscrive all’INPS:
“Sono ancora io, il titolare della pensione VDCI N.110X3. Devo fissare l’appuntamento con il CAF. Quando pensate di mandarmi il CUD?
P.S. Non riditemi che è in spedizione. Non saprei che farmene.”
E l’INPS, immediatamente:
“Gentile utente,
alla Sua richiesta del 09/04/2010 18.35.27 è stato assegnato il Protocollo INPS.CCBFF.09/04/2010.0436241”
E di lì a qualche giorno:
“Gentile utente, con riferimento alla Sua richiesta con numero di protocollo INPS.CCBFF.09/04/2010.0436241 del 09/04/2010 18.35.27, Le comunichiamo quanto segue: riceverà per posta nei prossimi giorni i documenti richiesti. La ringraziamo per aver utilizzato il servizio INPS Risponde, non esiti a contattarci per ulteriori richieste.”
Sostiene Galbusera d’aver avuto un attimo di smarrimento e la tentazione fortissima di mandarli affanculo.
Ma la sua natura di vecchio combattente ha presto il sopravvento.
Vorrà dire che lui e la Lina andranno di persona alla sede provinciale dell’INPS, a chiedere soddisfazione.
La sede provinciale dell’INPS, per chi non lo sapesse, è in via Cazzolopone al numero 8, che più in centro di così non si può. Una zona dove il rapporto tra macchine che cercano un posto e posti per parcheggiare, bene che vada, è di dieci a uno. Quel giorno è ancora peggio. Deve esserci un qualche evento in città. Al terzo giro di isolato fa scendere la Lina e la manda a staccare il ticket.
- Non ti preoccupare, tu stacca il numero, io giro finché trovo posto e ti raggiungo.- dice, salutandola con la mano. Di dietro già suonano a distesa.
Sostiene Galbusera d’averci impiegato un’ora e passa a trovare un posto e d’essere stato vittima, nel frattempo, di tre prepotenze grosse così, dei veri e propri scippi di parcheggio che gridano ancora vendetta al cielo. Non i soliti prepotenti dei SUV, come si sarebbe portati a pensare, no: prima due ragazze con la Smart, poi una signora con l’Opel Corsa, per ultima la Ritmo di un marocchino con la marmitta tenuta su dal fil di ferro.
- Terùn! – confessa d’essersi lasciato scappare Galbusera, fuori dalla grazia di Dio.
- A che punto siamo? – domanda accostandosi alla Lina, seduta di sghembo su uno strapuntino, in coabitazione con un giovane rasta.
- Abbiamo il 76 – gli risponde lei serafica
- Che vuol dire?- la guarda, nervoso.
- Che ce n’è trenta davanti.
- Ah! – fa il Galbusera chinando la testa sul petto.
Finalmente, dopo un’ora e passa, sul display prende a lampeggiare il 76, mentre l’altoparlante scandisce col tono ufficiale degli aeroporti:
- Il settantasei si rechi alla postazione sei, il settantasei è atteso alla postazione sei. –
Sostiene Galbusera che per un attimo gli è parso d’essere alla Malpensa, quando chiamarono l’imbarco per Sharm-el- sheikh.
Segue brusco risveglio davanti alla funzionaria dell’INPS, che alla loro richiesta d’avere una copia dei CUD, anziché arrossire, non sa trattenere un gesto di stizza.
- Ma benedetta gente! ma è tutta mattina che stampo CUD! ma non potete aspettare che vi arrivino a casa?
- Quando?- s’inalbera il Galbusera – Siamo al venti di aprile, fin quando dobbiamo aspettare?-
- Ma sono in spedizione! Ma cosa facciamo se tutti i pensionati e i cassintegrati vengono a chiederci la copia del CUD? Ci spariamo?
- Potrebbe essere una soluzione. E perché non li avete spediti quand’era il momento?
Questo l’impiegata non lo sa. Mica è lei che spedisce i CUD.
Sostiene Galbusera che, tornando al parcheggio, s’è divertito a fare quattro conti. Secondo lui, sommando alle sue spese di telefono, benzina, parcheggio, pedaggio autostradale, i costi per gli stipendi degli impiegati INPS che gli hanno dato retta e la relativa quota di spese generali, la copia del CUD che stringe tra le mani non costa meno di 50 euri.
Sostiene Galbusera che un paese in cui una copia di CUD, di cui non ci sarebbe alcun bisogno se l’originale arrivasse nei tempi dovuti, costa 50 euri, è un paese destinato a soccombere. Soprattutto se la maggior parte dei suoi abitanti non lo capisce, oppure non lo ritiene un problema grave. Cioè non capisce che l’unico modo per indurre i capitali a non migrare in Polonia, dove il lavoro costa meno, è quello di far sì che la differenza del costo del lavoro, in negativo, sia compensata da un’equivalente differenza nell’efficienza del sistema paese, in positivo.
Sostiene, il perfido Galbusera, che finché i dipendenti di Eutelia, o chi per loro, continueranno a salire sul tetto pensando in quel modo di indurre il padrone a investire da noi anziché altrove, senza capire che i soldi si muovono non per cattiveria ma per convenienza, non avremo alcuna speranza di cavarcela.
Sostiene Galbusera che s’immagina l’obiezione:
- E cosa dovremmo fare? la guerra tra poveri?
Sostiene che lui la risposta ce l’avrebbe, ma che se la tiene per sé.
Realtà sociale, Porta Palazzo (Torino): Lega e Sinistra, Visioni Diverse
3 maggio, 2010 di eppursimuove
Archiviato in Appunti Italiani, latest, Meccanica delle Cose
Ieri sera ho fatto per un attimo zapping e sono finita su La7 mentre a Tetris mostravano un servizio sul rapporto Lega-Piemonte. Scorrevano le immagini di un leghista che accompagnava alle urne due anziani e di Borghezio a Porta Palazzo. Finito il servizio, in studio la parola è andata a Niki Vendola che ha manifestato la sua angoscia rispetto a ciò che aveva visto e sentito. Io, invece, seppure non angosciata ho ripreso atto nuovamente della distanza abissale tra politici di sinistra e realtà del paese. Evidentemente, è una realtà che non interessa e/o della quale in troppi, in quella fantomatica zona politica, non sono in grado di comprendere.
Infatti, vi sono politici di sinistra – e Vendola mi pare storicamente e ideologicamente uno di questi – che vedono la vita quotidiana, la realtà di quartieri, case, scuole, in modo completamente diverso da come la vede una parte della gente che ci vive. La domanda è: Vendola, dove e come vive? E’ mai stato a Porta Palazzo? Trova che abbia una conformazione civile, gradevole. Che sia a misura d’uomo?

L’errore sarebbe quello di ridurre la questione agli immigrati. L’errore è quello di non capire come sono visti gli immigrati. Come gran parte della gente che vive in zone popolari li percepisca come quelli a cui “spetta tutto al posto di noi italiani”.
Porta Palazzo non è certo mai stata una zona gradevole e civile, ma, rispetto ad anni fa, l’ho rivista (non in tv) e l’ho trovata “inquietante”. Non che Milano sia priva di zone di questo tipo. Certo. Perché il punto della questione, impossibile da comprendere a certa sinistra, è che sia Milano sia Torino hanno zone abbandonate al senso del vivere insieme nella diversità, a misura d’uomo. Il quartiere, una parte del quartiere, nasce e cresce brutto. Contro la persona. Poi arrivano gli immigrati che, piaccia o no a Vendola ed altri di sinistra, l’abbruttiscono ulteriormente. Perché non sono particolarmente “attratti”, giusto per fare un esempio, dall’”idea” del senso della pulizia. Ovviamente, non bisogna generalizzare. E gli italiani, del resto, sono un esempio di inciviltà planetaria. Cresce sempre più, quel che è peggio nei giovani e non certo per loro totale responsabilità, la mancanza di senso civico, di rispetto per il bene collettivo.
Gli immigrati si sono “inseriti” in questo contesto e hanno dato il loro contributo. Per peggiorare ulteriormente le condizioni ambientali. Intendiamoci: non è una regola. Ma una realtà facilmente rilevabile soprattutto nei grandi centri urbani. A Bari non sarà così. Manco a Lecce o Gallipoli. Ma a Milano e Torino è così.
Io non sono rimasta inquietata o angosciata nel vedere un’anziana grata ad un leghista che l’accompagnava al seggio a votare. E non mi sono neppure irritata per quella donna che si è rivolta a Borghezio dicendo: questo devo vedere quando apro la finestra.
Non so se a Porta Palazzo si commettano reati in pieno giorno, oppure la signora fosse solo infastidita dall’insieme, dai colori, dagli odori, dalla confusione. Se anche fosse solo. Se proprio fosse così…
Bisognerebbe cercare di capire e spiegare alla signora e a tutti coloro che la “pensano” come lei che ci sono persone che hanno mentalità e abitudini diverse. Ma bisognerebbe che qualcuno spiegasse agli immigrati che una via, un quartiere non è un perenne bazar né, tanto meno, una discarica.
Vi sembra razzismo questo?
Detto questo. Mesi fa sono stata alla Fiera dell’Artigianato che da qualche anno di svolge a Milano. Ci sono andata sia in un giorno festivo sia in un giorno feriale. Sapete quali erano gli stand più affollati? Quelli dei paesi africani e anche di alcuni paesi asiatici. Capito?
L’odore che c’era in quei padiglioni non era quello di certe vie di Milano e immagino, anche, Torino. Ma non c’era certo profumo di violetta. Eppure, erano stracolmi. Anche nei giorni feriali. Tutti a guardare, cercare, i loro prodotti. Di qualsiasi tipo. Per due motivi: più originali rispetto a certo artigianato italiano e, soprattutto, a costi inferiori.

E’ semplice. Le città, le strade, le case dovrebbero essere questo: un padiglione di una fiera dove si incontrano persone con teste, modi di porsi, abitudini diverse, ma con una sensibilità comune: conoscere le rispettive differenze, apprezzarle, valorizzarle. Nel rispetto della legalità ma, anche, nel rispetto delle idee, degli usi altrui. Cosicché, quando una persona si affaccia alla finestra, possa vedere un universo legale, colorato, armonioso, rispettoso e si senta a suo agio.
Tutto ciò non si realizza in un giorno. Ma in anni. Solo che, se non si inizia, non si arriverà mai a realizzare un insieme comune. Né, ci si arriverà se l’unico sentimento di alcuni politici è il rigetto all’immagini e all’ascolto di gente che, in prevalenza, non è razzista. E’ che non ha la visione di Vendola. Non vive, in senso fisico, come Vendola. E la sinistra non è stata capace e continua a non essere in grado di capire, se si tratti esclusivamente di ignoranza, pregiudizio o, forse, peggio ancora. Credo che sia solo una questione di questo tipo e non anche un reale disagio, una rabbia, una delusione motivata. Perché una grandissima parte di italiani non è razzista. E’ che non ha la visione di Vendola. Non vive come Vendola.
La Lega non è la risposta a quella signora che apre la finestra su Porta Palazzo o agli anziani che devono andare al seggio. Questo è il nostro principale problema: che non può essere una certa concezione leghista ma neppure la sinistra astratta e immersa in un’ideologia fiabesca che si limita a dire: ci vuole integrazione.
Come, dove, quando e in che modo?
