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Basta dire che la stragrande maggioranza, se non la quasi totalità, degli aspiranti docenti meridionali insegna al nord, per capire come le parole di Bossi possano presto trasformarsi in un boomerang per la scuola padana (oddio, ho parlato come Polito, che vergogna. Fortuna che mia madre non mi legge). I movimenti migratori di professori sono dovuti, da un lato, all’esubero di domande al Sud, perché, si sa, la professione è adatta al fancazzismo tipico meridionale, e, dall’altro, all’ottima offerta che viene dal Nord. Si va lì perché ci sono i posti, si possono fare punti e salire in graduatoria, si può sperare in un’immissione in ruolo, per poi magari un giorno chiedere un riavvicinamento, oppure no, boh, non è importante.

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Non vi parlerò del dito di Bossi. Certe fesserie le lascio a chi di mestiere fa il disinformatore e con queste cose ci si guadagna la pagnotta. Io ho un lavoro vero.
Se c’è qualcuno in questo paese (e sembra che siano tanti) che, grazie a un dito e a una maglietta, ha permesso ad un gruppo di opportunisti di sedere al lauto banchetto del potere per trent’anni senza produrre alcun risultato operativo, dovrebbe fermarsi un attimo e riflettere.
Poi, se e quando verrà il momento, vedremo se oltre al dito sanno usare tutta la mano. Io poco ci credo. Vedremo. Io sto qua e aspetto.

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Ha ficcato la mano in gola all’Italia, le ha acchiappato la legalità, gliel’ha strappata, buttata per terra e calpestata con i tacchi a spillo. Ci ha sputato sopra, l’ha sbattuta dentro un forno e rosolata a fuoco lento. L’ha tagliata a pezzettini, schiaffata dentro un toast e ora vuole fargliela rimangiare, pretendendo che gli italiani dicano: “Grazie, tesoro, è delizioso.”
Tutto questo non si spiega razionalmente ma facendo ricorso ai misteri dell’inconscio e quindi sono giunta ad una conclusione clamorosa. Berlusconi non è un nano come dicono i malvagi e nemmeno uno statista come pensano coloro che lo votano ma un gran pezzo di figa. Per parlar chiaro: sarà anche uomo ma ce l’ha.

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Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, hanno traghettato insieme questi primi giorni di governo sul leitmotiv del «volemose bene». Buone maniere e copiosi fiumi di insulina, hanno fatto da introduzione al nuovo parlamento, ai primi ministri ed ai primi disegni di legge (alcuni ambiziosi, altri meno). «Pacatamente e serenamente» al Cavaliere non è sembrato vero l’aver iniziato così la sua neo-legislatura che, nei suoi intenti, servirà (circa a fine mandato) a dare pieni poteri al presidente della Repubblica (in una sorta di modello all’americana) e di poter poi tranquillamente sostituirsi, in un futuro prossimo, al posto di Napolitano.

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Ne sono sempre più convinto, gli italiani amano le litanie, sarà un retaggio culturale della nostra cultura cattolica, ma spesso è volentieri avviene questo: qualcuno pronuncia una “verità” e tutti gli altri fini analisti seguono a ruota. Le litanie spesso contengono porzioni di verità, ma hanno il difetto di restituirci un quadro semplificato della società, rendendo l’assunto finale un falso feticcio da adorare ed a cui aggrapparsi, un feticcio che rischia di allontanarci dalla realtà. In campagna elettorale ad esempio la litania era, come avevo cercato di sottolineare in questo articolo, la legge elettorale, trasformata dall’opinione pubblica in incarnazione del male assoluto e motivo principe del “deficit democratico” che si registra in questo paese.
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Immagino che qualcuno, leggendo il titolo che parafrasa Mao Deng Xiaoping (vedi nota alla fine del pezzo), si stia preparando alla tradizionale sana indignazione: “Come si può pensare che Nietzsche e Marx si diano la mano? Come si può confondere l’individualismo tipico della destra col carattere solidale della sinistra?”. L’ho messo in conto; e ciò nondimeno penso che questo titolo, oggi, in Italia, abbia un senso.

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Oggi alle 15:00 queste elezioni giungeranno finalmente a conclusione. Inizierà poi la lunga maratona mediatica degli exit-poll e dello spoglio in diretta. La volta scorsa lo spoglio delle schede è stato seguito con il fiato sospeso da milioni di italiani, questo perché, prima della chiusura dei seggi, il risultato elettorale si credeva scontato, anche gli exit-poll avevano dato un grosso margine alla coalizione guidata da Prodi, ma, man mano che lo spoglio delle schede proseguiva, incredibilmente il vantaggio dell’Unione si assottigliava sempre di più ed è stato necessario aspettare i dati definitivi del viminale per scoprire con certezza il vincitore del tenzone elettorale. Questa volta temo che non sarà così, sono convinto di sapere in anticipo chi sarà il vincitore di queste elezioni, e voglio condividere questa sensazione con voi.
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Elezioni: Bossi, armi? Forse ho un po’ esagerato

Le fucilate che Bossi vorrebbe sparare contro Roma ladrona non fanno paura, perché, come dice Berlusconi, sono solo una metafora. Di che genere, però, ancora non si capisce. Certamente non sarebbe Bossi ad imbracciare un fucile, non per la sua “malattia” verso cui esprimo tutta la mia solidarietà, ma perché a “sparare” manda sempre la sua “soldataglia” (mi scuso per il termine un po’ pesante!) che spesso le spara grosse e le fa anche grosse come Calderoli, che è poi l’autore della legge elettorale contro cui oggi si scaglia Bossi.

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Sulla homepage di libero.it di oggi è linkato in bella vista un articolo della rubrica politica; il pezzo è dedicato al V-Day e porta la firma di Alberto Fattori, che dice di commentare il tutto dalla Cina.

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