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Silvio Berlusconi: l’“ultimo comunista”…

11 gennaio, 2012 di  
Archiviato in Cronache Italiane

STORIA D’UN PAESE IMPROVVISAMENTE SVEGLIATOSI “CONTRO NANO”…

Il dato è tratto: Silvio Berlusconi è morto! (politicamente, s’intende…)

Il 12 novembre, rassegnando le dimissioni, il Cavaliere ha irrimediabilmente inciso la parola “fine” su di una stagione politica protrattasi quasi un ventennio, inaugurata e conclusasi praticamente allo stesso modo: con un videomessaggio agli Italiani, coerente fino all’ultimo con il suo inimitabile stile da “tele imbonitore”.

Era il ‘94 quando il magnate italiano delle tv commerciali “scendeva in campo” annunciando una “rivoluzione liberale”, riuscendo in un’impresa dai più giudicata temeraria: smontare pezzo per pezzo l’impetuosa “macchina da guerra” dell’allora Pds, segnando di fatto l’avvento della seconda Repubblica.

Un’era geologica nel frattempo è trascorsa, segnata dal trapasso dall’età delle “monetine” (di Craxi) a quella delle “papine” (di Silvio), ultime comparse di quel “teatrino” (si direbbe ormai “festino”) della politica di cui il Cavaliere si era presentato come acerrimo avversario (almeno prima di assumere anch’egli in esso una parte da protagonista!).

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Patrimoniale vs Iva Sociale

29 luglio, 2011 di  
Archiviato in Chiamiamola Economia, latest

Per i 17 paesi di eurolandia la conseguenza principale dello stare insieme è costituita dal fatto di non poter variare il valore della moneta in circolazione, l’euro, ciascuno per conto proprio, secondo le necessità di bilancio del proprio stato. Le banche centrali nazionali hanno abdicato alla prerogativa sovrana di stampare moneta in favore della BCE

Ne sono stati avvantaggiati, fin qui, i percettori di reddito fisso. Soprattutto quelli dei paesi periferici la cui competitività veniva sovente puntellata attraverso un uso disinvolto della svalutazione competitiva. Da noi il valore reale di stipendi e pensioni non è mai stato così al riparo dall’inflazione come in questi ultimi dieci anni.

Il rovescio della medaglia è costituito dal fatto che gli stati, ove gravati da un alto debito, non possono più ridurlo stampando moneta con la quale pagare i creditori.

Così succedeva, ciclicamente, prima dell’avvento dell’euro, per la parte del nostro debito denominata in lire. Giuliano Amato, nel ’92, fece in fretta. La sera del 13 Settembre, un mese spesso cruciale per la nostra storia, comunicò agli italiani che la lira era stata svalutata del 25%. Non lo disse, ma in un colpo solo aveva tagliato il debito pubblico di altrettanto, così come i salari e le pensioni, consentendo alle imprese di guadagnare altrettanti punti di competitività sul mercato internazionale(1).

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Note
  1. vedi articolo []
Fine delle Note

Pomigliano: Bere o Affogare

28 giugno, 2010 di  
Archiviato in Chiamiamola Economia, Il Lavoro degli Italiani

Ma chi ci crediamo d’essere? Galvani? –
Mia madre mi zittiva così, se m’azzardavo a chiedere qualcosa che secondo lei era fuori dalla nostra portata. Fa conto un paio di scarpe nuove, o un pallone da calcio.
Erano gli anni cinquanta. Galvani era il padrone della cartiera, chiunque avrebbe capito che era irrealistico pretendere ciò che solo lui poteva permettersi.
Anche se a me non pareva giusto: perché lui si e io no? Domandavo stizzito.
Mio padre alzava gli occhi e mi guardava come si guarderebbe un mentecatto. Scuoteva la testa e accendeva la radio.

L’unico che stava dalla mia parte era il nonno, per il quale Galvani era uno sfruttatore della classe operaia, che presto sarebbe stato spazzato via dalla Storia.
Peccato che in casa nostra il suo parere non contasse nulla.
La borsa la teneva la nonna e lui, come diceva mostrando le saccocce rovesciate, non ne aveva mai in tasca più di una lepre nella giacchetta.

Però potevamo andare alla “Casa del Popolo”, se ci faceva piacere. Dove tutti la pensavano come noi. Anche se in quel modo io ci rimettevo le cinquanta lire della mesata. Su questo mia nonna non transigeva, né io mi sentivo di biasimarla. Lei credeva di fare la volontà di Dio e dunque il mio stesso bene; io credevo di fare il mio dovere verso la Storia. Pari e patta.
In quegli anni neppure degli spiriti liberi, quali mio nonno e io, arrivavano a pensare d’aver diritto di mangiare pollo tutti i giorni, o di avere il frigorifero, o il televisore.
Il televisore non ce l’aveva neppure Galvani.

La coscienza di poter aspirare a una vita agiata, agli elettrodomestici e al riscaldamento, nacque un decennio dopo, con l’industrializzazione diffusa. I polli cominciammo a mangiarli quando si trovò il modo d’allevarli in batteria. Una conquista che cambiò la nostra vita, fondata fin allora sulla polenta, da così a così. Mentre per i polli fu una tragedia, posto che quella novità portò la loro speranza di vita dai sei mesi a un mese, poco di più. Mors tua vita mea. Chi ci è passato lo sa, i diritti vanno e vengono, non sono né sacri, né inviolabili. Né tanto meno immutabili ed eterni.

Mio padre lavorava anche al sabato. Malgrado la Costituzione fosse in vigore ormai da una decina d’anni le condizioni di lavoro erano regolate dal r.d.l. n.692 del 1923, che fissava in 8 ore l’orario giornaliero, per sei giorni alla settimana. A cui potevano sommarsi 2 ore di straordinario al giorno, per un massimo di 12 ore alla settimana.
Peccato che non ci fosse abbastanza lavoro, diceva mia madre.
Una disciplina che durerà fino al 1997, quando la legge n.196 recepirà la prassi in essere e porterà la settimana lavorativa a cinque giorni, per un totale di 40 ore, proseguendo la tendenza al miglioramento delle condizioni di lavoro ,in essere da oltre un secolo.

Qualcosa tuttavia dovette cambiare verso la fine del secolo, se nel ‘98 una richiesta di Bertinotti, di ridurre l’orario di lavoro a 35 ore settimanali, fece cadere il governo Prodi.
C’è chi anziché Mercato preferisce chiamarlo Mondo del Lavoro, probabilmente gli stessi che chiamano Operatore Ecologico lo Spazzino, ma a me pare che nella realtà delle cose le condizioni di lavoro, nell’intero pianeta, soggiacciano alle leggi del Mercato. Nel senso che le retribuzioni e i diritti e i doveri dei lavoratori sono oggetto di contrattazione, singola o collettiva, e il risultato è ogni volta il punto di equilibrio attraverso il quale passa la risultante del sistema di forze che rappresenta la realtà economica, locale o nazionale, di quel momento. E siccome le forze mutano nel tempo, muta il punto di equilibrio e mutano le condizioni di vita dei lavoratori, e i loro diritti, tra cui la remunerazione, e i loro doveri.

Ignorarlo, invocando astratti vincoli etici, ai quali dovrebbero subordinarsi le forze animali che muovono i mercati, mi sembra non tanto giusto o sbagliato, quanto irrealistico.
Che ricaduta politica concreta ha sostenere che i diritti non si possono barattare col posto di lavoro, come sosteneva l’altro ieri Rosi Bindi? Oppure che l’accordo con la FIAT non si deve considerare un paradigma, ma un puro accidente, come argomentava Enrico Letta?
L’accordo di Pomigliano, che fissa condizioni assolutamente peggiorative rispetto alle preesistenti, recepisce i nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro quali si sono venuti delineando, nel mezzogiorno d’Italia, nel nostro paese, in Europa, negli ultimi vent’anni. In funzione dei mutamenti che sono avvenuti a livello mondiale dalla caduta del muro in poi.
Che senso ha chiamarlo ricatto? O fingere che non esista?

L’unica cosa concreta che possono fare i lavoratori, in un frangente simile, è di mantenere il proprio posto di lavoro. Perché soltanto continuando a essere lavoratori, e non disoccupati, possono sperare di poter fare qualche cosa, in casa propria e fuori, per mutare in meglio la loro condizione.

Proposta di Riforma del Mercato del Lavoro

16 settembre, 2008 di  
Archiviato in Il Lavoro degli Italiani

Ultimamente su MC si fa molta “critica” e poca “mente”. Intendo dire che leggo pochi articoli propositivi, poche idee per migliorare la nostra società. Cerco di fare la mia parte parlando di un argomento che mi sta a cuore: il mercato del lavoro. Premetto che su molti aspetti io mi ritengo una persona abbastanza “di sinistra”, ammesso che significhi ancora qualcosa. Quando si parla di diritti, di laicità, di tolleranza, di guerra io mi sento “di sinistra”, ammesso che significhi ancora qualcosa.

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Destra o Sinistra, Purché Acchiappino i Topi

21 aprile, 2008 di  
Archiviato in Il Bello della Politica

Immagino che qualcuno, leggendo il titolo che parafrasa Mao Deng Xiaoping (vedi nota alla fine del pezzo), si stia preparando alla tradizionale sana indignazione: “Come si può pensare che Nietzsche e Marx si diano la mano? Come si può confondere l’individualismo tipico della destra col carattere solidale della sinistra?”. L’ho messo in conto; e ciò nondimeno penso che questo titolo, oggi, in Italia, abbia un senso.

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Intercettazioni Telefoniche del 7 febbraio 2008: Il Bene del Paese

7 febbraio, 2008 di  
Archiviato in Cazzotti

Mentre il Presidente Marini era ancora alle prese col suo tentativo di formare un governo per le riforme, poi fallito, erano in corso fitte trattative tra alcuni importanti leader dei due schieramenti. Siamo in grado di rivelare i retroscena grazie alla nostra ormai mitica talpa.

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