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Risparmi: Strategie di difesa in tempo di crisi. Intervista a “Il Grande Bluff”

24 gennaio, 2012 di  
Archiviato in Chiamiamola Economia

Proseguendo i miei incontri virtuali con i top blogger economici, sono lieta di presentarvi questa conversazione con Stefano Bassi, blogger de “Il Grande Bluff”, che ho iniziato a seguire da qualche tempo e che è sempre sulla notizia, anche attraverso il suo seguitissimo twitter. Si parla di crisi ovviamente, e soprattutto dei suoi effetti sui nostri risparmi e di come difendersene. Buona lettura.
Nel profilo che troviamo sul tuo blog “Il Grande Bluff” ti definisci un ex trader, attualmente top-blogger economico-finanziario-esistenzialista. Ci spieghi meglio il tuo percorso?

Ho fatto un po’ di tutto. Prima ho lavorato all’Università, ho fatto l’imprenditore informatico e web, poi ho fondato nel 2000 Borsarumors, diventata la seconda community italiana per utenti dopo finanzaonline, basata su un gruppo dei migliori traders italiani. Ho fatto il trader con successo per svariati anni e poi ho incominciato a fare il blogger e l’ho trasformato in un mestiere.
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Default Italia: In attesa della Soluzione Zeta, Uscire con il piano B

Ve lo ricordate Gianni? Quello con gli occhiali e i capelli sempre pettinati. Stava in seconda fila al liceo che, diceva lui, in classe è la posizione migliore: non sei immediatamente sotto gli occhi dei professori e resti a debita distanza dal casino che fanno quelli delle ultime file. Non era un secchione ma riusciva sempre a rispondere; anche se, per dirla tutta, spesso faceva discorsi che c’entravano poco con la domanda. Però ai prof  andava bene comunque, che lui almeno partecipava.
Come? Non si chiamava Gianni? Magari nella vostra classe aveva un altro nome, però il soggetto avete capito qual è. Quello che studia poco ma riesce sempre bene, non raggiunge il massimo ma ci va vicino. E tutto questo grazie al solo fatto di saper parlare. In effetti faceva anche un po’ rabbia…
Ecco, Mario Monti mi ricorda Gianni. Uno che sa parlare, si presenta bene, fa colpo per lo stile. Poi magari se vai a guardare i suoi compiti non è che siano il massimo, però è uno che mostra di impegnarsi ed è capace di conquistare tutti.

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Benvenuti nella Terra Promessa

Eretz Yisrael.
Ora che secondo le oscure leggi della Qabbaláh siamo infine giunti alla fine del conto alla rovescia che lungo un percorso di sofferenza ed inquietudine ci ha condotto, dopo oltre tre mesi, a pervenire alle fatidiche 11.11 dell’11 novembre 2011, rendiamo lode a YHVH per la sua munificenza.

Quello che ci chiediamo ora è: tutto è finito? Stasera possiamo andare a mangiare la pizza e lasciare pure un euro di mancia? E’ ancora necessario portare i propri soldi in Svizzera?
Sono domande serie, impegnative, che meritano una risposta.
Facciamo il botta e risposta che, dopo che mi hanno detto che scrivo in maniera incomprensibile, mi è venuta la congiuntivite, nel senso che ogni volta che uso un congiuntivo ho un senso di colpa.

Hai veramente creduto che l’Italia potesse andare in default?
Sì, l’ho creduto. Ora la possibilità si è oggettivamente ridotta. Comunque, ho pensato che fosse mio dovere alzare al massimo i toni per accelerare una risoluzione politica che ritenevo necessaria a prescindere dalle considerazioni economico/finanziare. Qualche anno fa lanciavamo la campagna “Invadeteci”, alla fine ci hanno invaso per davvero (cfr. Dave) anche grazie al casino che abbiamo fatto noi (microscopico, ma c’è stato. In tre mesi abbiamo allarmato oltre 300.000 persone). Non mi dispiace

Monti è la Soluzione?
Per la questione economica finanziaria secondo me sì. Per quella politica dico pubblicamente quello che avevo anticipato ad un’amica. Avrei preferito un colpo di stato militare che creasse una discontinuità vera e che rimuovesse totalmente la classe dirigente attuale, magari con una decina di voli sul Tirreno a payload variabile. Questa è, secondo me, una situazione da amputazione. Monti non è nemmeno un antibiotico, è solo un antiinfiammatorio, una specie di Tachipirina. La febbre si abbassa, ma l’infezione resta. Ora lasciano spazio a Monti, l’anno prossimo sono di nuovo tutti qui. Ma per certe cose ci vogliono persone con le palle. I nostri colonnelli non fanno golpe, vanno in TV a fare le previsione del tempo. A ciascuno il suo.

Ora siamo tranquilli?
Direi di sì. Nel senso che i conti verranno messi a posto. A meno di scatafasci politici, andrà tutto a posto. Quello che sfugge alla maggior parte di noi è che a pagare toccherà sempre e comunque agli stessi. Scordatevi la lotta all’evasione, la riduzione dei costi della politica, l’abolizione delle province. Le paroline magiche saranno: tasse, imposte, una tantum, patrimoniali, diminuzione dei dipendenti pubblici, riduzioni della spesa sanitaria, riduzioni della spesa per i servizi sociali, snellimento delle procedure di licenziamento, riforme delle pensioni, riduzione del reddito reale. L’Italia non farà default, noi sì. Ma questo l’ho scritto tre mesi fa, un giorno dopo aver lanciato il count down. Noi psicotici abbiamo una linea diretta con Dio che, di tanto in tanto, ci apre una finestra sul futuro. I nostri cari amici evasori, politici e confindustriali ce lo ficcheranno in culo per l’ennepiunesima volta, ma questo è l’ultimo dei mali. In fondo, ormai fa male solo un pochetto e ho il sospetto che ci inizi a piacere.
Detto questo, decidete voi se stasera si fa la pizza e se conviene portare i soldi in Svizzera.

Quello che ho notato è che da un paio di giorni Repubblica fa il verso a Mentecritica(1) profetizzando l’Apocalisse. Vi allego, per intero, un articolo di ieri. Sembra scritto apposta per farci sospirare di sollievo quando Monti ci ficcherà nel culo l‘uccello di fiamma.

Comunque, se c’erano altre soluzioni le abbiamo bruciate con i venti anni di vacanza dell’intelletto che ci siamo concessi. Se uno è una merda, bisogna trattarlo da merda.

Secondo me il peggio inizia adesso, ma io non faccio testo. Sono malato.

ROMA – Mettiamo che sono già i primi giorni di dicembre e voi uscite di casa per cominciare a comprare i regali di Natale. Vi fermate ad un bancomat per rimpinguare il portafoglio, infilata la carta, ma non succede niente: il prelievo non è disponibile. Provate ad un secondo Bancomat, ad un terzo, ma è dovunque la stessa storia. Nel negozio, il titolare declina cortesemente di accettare la vostra carta di credito e chiede euro contanti. Che succede? Un black-out elettronico? No. Succede che, mentre voi non eravate attenti, l’Italia ha dichiarato default, è uscita dall’euro e sul paese è sceso un black-out non elettronico, ma finanziario.

L’ipotesi è ancora remota. Esiste ancora la possibilità di fermare il collasso del debito pubblico italiano, riguadagnando credibilità presso gli investitori e/o salutando l’arrivo del Settimo Cavalleggeri, sotto forma di Bce o Fmi. Ma, se la traiettoria dei mercati resta quella disegnata in queste ultime ore, quell’ipotesi rischia di materializzarsi. Si chiama, comunque, bancarotta, ed è, in ogni caso, una sciagura, ma può assumere forme diverse: bancarotta dolce (“orderly default”), bancarotta extra strong (“disorderly default”), bancarotta con il botto (l’uscita dall’euro).

La bancarotta dolce. E’ quanto è già stato previsto per la Grecia. Sostanzialmente, un concordato fallimentare. I creditori accettano un taglio al valore nominale dei titoli italiani e un tetto al relativo tasso di interesse. L’Italia alleggerirebbe il suo debito pubblico (ad esempio del 30 per cento), portandolo a livelli più vicini a quelli di paesi più virtuosi. Collocare nuove emissioni presso investitori già scottati, tuttavia, comporterebbe tassi di interesse relativamente alti. Per i risparmiatori, infatti (il 12 per cento dei titoli è in mano alle famiglie, un altro terzo lo detengono i fondi) il taglio sarebbe una pesante tosatura.

Ancora più gravi gli effetti macroeconomici. Le banche, italiane ed estere (gli istituti francesi e tedeschi hanno in pancia circa 150 miliardi di euro in titoli pubblici italiani) accuserebbero forti perdite di bilancio e avrebbero bisogno di aiuti per ricapitalizzarsi: in ogni caso, ridurrebbero il credito alla clientela, in un momento in cui l’Europa è già sull’orlo della recessione. E’ il temuto “credit crunch”

La bancarotta extrastrong. E’ il caso Argentina: il default selvaggio. L’Italia annuncia che non pagherà più i suoi debiti, togliendo dal tavolo quasi 2 mila miliardi di euro. Almeno per qualche anno, nessun investitore estero ci presterebbe più soldi. Tecnicamente, non è un problema gravissimo: lo Stato continuerebbe a funzionare. Al netto degli interessi, infatti, il nostro bilancio è quasi in pareggio. Ma gli effetti economici sarebbero devastanti. Il rischio di fuga dei capitali – già presente nello scenario “dolce” – diventerebbe immediato. Oltre allo Stato, anche le aziende italiane si vedrebbero chiudere l’accesso ai mercati. Ma, soprattutto, l’impatto sulle banche e sul sistema finanziario mondiale sarebbe enorme e il “credit crunch” una certezza.

La bancarotta con il botto. E’ quasi impossibile che un default selvaggio non comporti anche un’uscita dell’Italia dall’euro. Tecnicamente, è un incubo: bisognerebbe rivedere i trattati europei e rivotarli, stampare la nuova moneta, riprogrammare computer e bancomat con la nuova valuta. Ma, economicamente, è molto peggio: all’impatto del default selvaggio bisogna aggiungere nuovi elementi. La fuga di capitali diventerebbe una certezza, nel tentativo di spostare i propri euro all’estero, prima della conversione.

Agli sportelli delle banche, ci sarebbe l’assalto. Verrebbero varati stringenti controlli sui movimenti di capitali e, probabilmente, ci sarebbe anche un congelamento dei conti correnti bancari, come in Argentina. La nuova moneta sarebbe svalutata, rispetto all’estero. Questo rilancerebbe le esportazioni (escludendo ritorsioni commerciali da parte degli ex partner europei), ma l’Italia, uscendo dall’euro, uscirebbe anche dall’Unione europea e non potrebbe più usufruire dei vantaggi del mercato unico.

La svalutazione, d’altra parte, rende più competitive le esportazioni italiane, ma rende assai più care le importazioni, a cominciare dal petrolio. Il risultato sarebbe veder ripartire, di gran carriera, l’inflazione e la rincorsa prezzi-salari. Molto dipende dall’entità della svalutazione che, però, è difficilmente gestibile: per riguadagnare la competitività perduta, negli ultimi dieci anni, verso la Germania, all’Italia occorrerebbe un deprezzamento della moneta del 25%.

Ma il crollo della nuova lira, secondo gli analisti dell’Ubs, sarebbe inizialmente molto più alto, fino al 50-60%. Per questo, gli esperti della banca svizzera (che ipotizzano barriere commerciali nel resto d’Europa contro i prodotti italiani a costo stracciato) calcolano che il Pil italiano potrebbe inizialmente contrarsi anche del 40%. All’Ubs sono, probabilmente, troppo pessimisti, ma il punto è che l’introduzione della nuova lira sarebbe assai diversa dalle svalutazioni della vecchia, perché rimarrebbero valide le precedenti obbligazioni dell’euro.

I debiti fra italiani potrebbero essere ridenominati in un rapporto uno a uno (una nuova lira per un euro): chi ha un mutuo di 100 mila euro, si troverebbe con un mutuo di 100 mila nuove lire. Ma quelli esteri resterebbero in euro, da pagare con una moneta svalutata del 50-60 per cento.

Per una economia, come quella italiana, profondamente integrata in Europa, sarebbe un massacro: molte aziende, con incassi in lire e debiti in euro, finirebbero schiacciate e, a catena, dovrebbero chiudere.


Note
  1. L’endorsement di Repubblica per Monti assume toni da libro Cuore. Leggere per credere: L’immagine plastica di quello che sta accadendo l’hanno avuta i passeggeri del volo che ieri pomeriggio ha portato Monti da Milano (dove ha fatto scalo in arrivo da Berlino) a Roma. Quando alle 15.30 l’Az in arrivo dalla Capitale si avvicina al finger di Linate, una flottiglia di auto blu a sirene spiegate recupera un gruppetto di ministri di rientro dai palazzi romani. Dal finestrone del gate ad osservare la scena c’è proprio Mario Monti. Il neo senatore a vita è solo, seduto insieme agli atri viaggiatori che aspettano l’imbarco. In mano stringe un trolley e sulla spalla porta una sacca di tela blu: sopra c’è scritto “Eu Antitrust”, un ricordo dei dieci anni vissuti da commissario europeo a Bruxelles. Un altro viaggiatore che assiste alla scena lo avvicina: “Professore, ci salvi lei”. Poi Monti si imbarca, siede al posto 1C e si mette a leggere. Al suo arrivo a Roma lo prende in consegna una Lancia Thesis blu messa a disposizione del Quirinale. []
Fine delle Note

Italia Fallita con 9 Giorni di Anticipo sulle Nostre Previsioni: Ci scusiamo con i Lettori

Spread BTP-BUND:
366.77

Variazione:
  +6.40

Ore:
00:55

fonte Il Sole 24 Ore

La situazione dello spread BTP a 10 anni/ Bund tedeschi a 10 anni la vedete in tempo reale in testa a questo articolo. Mentre scriviamo, alle ore 10.45 del 1 novembre 2011 quota 426.65 punti base. 26 punti oltre la soglia che, statisticamente, segna il fallimento per una nazione.

Lo abbiamo scritto 90 giorni fa nell’articolo Meno di 100 Giorni al Fallimento

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Difendersi dalla Crisi: la Protezione Personale (Prima Parte)

Premessona

Anche stamattina il bollettino è nero. Ci sono tante iniziative in atto, ma oggettivamente l’impressione è che nessuno sappia veramente cosa ci attende. La dimostrazione è che, dopo le euforie per accordi, piani di salvataggio e misure anti contagio, le cose riprendono ad andare male, anzi malissimo.
La stampa ha un evidente atteggiamento censorio, anche comprensibile in questo caso. A dire che la Grecia è fallita, non è stato il Corriere o Repubblica, ma i blog ed i siti di informazione indipendente. Ufficialmente, la Grecia ha concordato con i creditori una riduzione del debito del 50%. In pratica, per ogni titolo comprato a 100 euro, ne verranno restituiti 50. Questa, tecnicamente, si chiama “ristrutturazione del debito”. La voce di Wikipedia è chiara e breve, vale la pena di riportarla per intero:

La ristrutturazione del debito è una procedura che prevede un accordo con il quale le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia) vengono modificate per alleggerire l’onere del debitore. La procedura viene eseguita ai fini del risanamento dell’impresa o al fine di poter gestire una liquidazione su base concordata con i creditori e non fallimentare ed è regolata dall’art. 182bis della “Legge Fallimentare” (R.d. 16.3.1942, n. 267), introdotto di recente nell’ambito di sostanziali modifiche apportate a tale legge.
Possono usufruire della ristrutturazione debitoria soltanto quegli enti pubblici o imprese possedute da privati, che si trovano in una situazione di crisi o di insolvenza e che abbiano i requisiti dimensionali previsti dall’art. 1 della “Legge fallimentare”.
Esempio di ristrutturazione di debiti sovranazionali è quello dell’Argentina nel gennaio 2005, che ristrutturò unilateralmente il suo debito di circa 82 miliardi di dollari. L’offerta fu accolta, dopo aver fatto terrorismo economico sulla sua situazione interna, da meno del 50 % dei possessori privati dell’Europa, Stati Uniti e Giappone. Il dato dichiarato dall’Argentina, mai certificato dagli istituti internazionali preposti, è stato del 76,15 % di accettazione.

Lo stesso atteggiamento censorio, ripeto comprensibile, è stato adottato per la ristrutturazione unilaterale operata dalla Banca d’Irlanda dove decine di risparmiatori italiani si sono trovati i loro investimenti ridotti nella ragione di 1 a mille. Un centesimo di euro per ogni mille euro investiti. Questa sì che è una ristrutturazione.

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Anatomia del Disastro. Default, The Day After

21 settembre, 2011 di  
Archiviato in Cuore di Tenebra, Leggere

Nonostante la censura, le notizie che arrivano dalla Grecia sono così allarmanti che è ormai impossibile nasconderle. I fatti parlavano già da settimane. Un paese che per ottenere prestiti è costretto a promettere interessi annuali superiori al 100% (in questo momento 130%) è già fallito.  Il silenzio stampa che ha coperto la vicenda ha evidenti fini anti panico.  Mentecritica ritiene che la piena consapevolezza delle persone sia più utile alla comprensionde dei fatti ed alla loro valutazione. Quindi, dopo aver descritto genericamente cosa vuol dire fare default per una Nazione, provo ad ipotizzare un calendario degli eventi nei 100 giorni successivi alla dichiarazione di default italiano che, secondo stime statistiche, può giungere nel giro di poche settimane. Il giorno di dichiarazione del default verrà genericamente indicato come D-Day.

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Circa 4 settimane prima del D-Day

La fuga di capitali dall’Italia, già iniziata nei mesi precedenti, diventa un vero e proprio fiume in piena. Chi ha titoli di stato (di seguito denominati Pizza Bond) li liquida a qualsiasi prezzo e trasferisce il contante su banche estere, possibilmente fuori dalla zona euro. L’area privilegiata ed immediatamente raggiungibile rimane la Svizzera (anche grazie alla mancata adesioni Italiana al piano Rubik) in previsione di una robusta tenuta del Franco rispetto ad una forte svalutazione dell’Euro a seguito del default italiano.

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Breve storia incazzata d’Italia

21 settembre, 2011 di  
Archiviato in Cronache Italiane

Sono anni difficili dicevano i nonni. Eppure da quando posso ricordare non è la prima volta in cui viene portata all’attenzione dei tartassati il periodo contingente, la necessità di sacrificio, l’aggiunta del famoso ulteriore buco alla cinta: sempre ovviamente come necessità da lasciare alla moltitudine indistinta e passiva a vantaggio della minoranza, che tanto piccola comunque non è, dei membri di caste, castine, logge e loggette…non parliamo dei vantaggi degli evasori: quelli non essendo identificati dobbiamo matematicamente far finta che non esistano.

Si fa un bel dire, e concordo, quando si afferma che se TUTTI pagassero le tasse TUTTI potrebbero pagare la metà delle tasse che attualmente pagano i TUTTI-EVASORI. Prima occorre trovarli, o meglio occorre trovare la volontà di trovarli e farsi restituire, propongo con le cattive, il maltolto. Ma scimmiottando la pubblicità del noto caffè italiano non si ha la minima idea di quanti siano questi tutti che se non son troppi perché no? Leggi il resto

Default Italia, 58 Giorni al Fallimento: La Grecia alla Canna del Gas

13 settembre, 2011 di  
Archiviato in Chiamiamola Economia, Oltre il Confine

Sulla Grecia si fanno tante chiacchiere che non dicono nulla. Vediamo qualche fatto: il titolo di stato greco a un anno promette, alle ore 12.26 MET del 13 settembre 2011 un interesse del 130%. Vedere lo snapshot per credere.
In pratica, se presti oggi alla ai greci 1000 euro, loro ti promettono di restituirtene 2300 dopo un anno. ieri era il 117%, stamattina il 120%. Per seguire l’evoluzione della cosa in diretta, collegarsi a questo link.
Bisogna veramente aspettare un anno per capire che chi diede soldi in prestito con un interesse del 130% è fallito? No. Non credo. Nonostante i tentativi europei per tenerla in vita, la Grecia è morta economicamente. A partire dal prossimo mese non avrà più i soldi per pagare i propri dipendenti statali, i servizi si bloccheranno, cesseranno i rifornimenti ai supermercati,  i conti correnti verranno congelati, non ci saranno più soldi per pagare il petrolio e si rimarrà al buio. Con l’arrivo dell’inverno la gente incomincerà a morire di fame e freddo, ci saranno rivolte e saccheggi, il caos. Non c’è bisogno di inventarsi niente. La crisi argentina ha scritto già il copione.

 

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Manovra da 25 Miliardi: Italia Batte Grecia Zero a Zero

Quindici giorni fa erano tutte rose e fiori. L’Italia e le sue banche erano salde, il rapporto deficit/PIL stava migliorando, il peggio era passato e se qualcuno si lamentava perché, nonostante la ripresa, stava perdendo il lavoro si trattava del solito piagnone rompicoglioni.
Oggi, all’improvviso, si scopre che l’Italia per non affondare deve subire una manovra di 25 miliardi che se non equivale a quella della bancarottiera Grecia, poco ci manca.

All’improvviso tutto è cambiato. Il paese del bengodi dove tutti magnano senza faticare e nessuno paga le tasse si è scoperto sull’orlo di una crisi argentina. Sarà per questo che Il Sole 24 Ore on line ha fatto la home page nera che solo a vederla viene di grattarsi le balle. Quando è successo? Stanotte? Qualcuno mente oggi o mentiva due settimane fa?

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A Proposito di Desaparecidos: Storia di Polda

19 febbraio, 2009 di  
Archiviato in latest, Vere Donne

Il 25 Novembre 2008 è morta, all’età di 86 anni, Polda Barsottini che avevo conosciuto alcuni anni fa.
Polda era emigrata 70 anni fa in Argentina per tentare di uscire dalla miseria e dalla fame che affliggevano i paesi di montagna in quegli anni.
Era nata a Levigliani, in Versilia, a pochi chilometri da S.Anna di Stazzema, là dove i tedeschi spalleggiati dai fascisti locali, solo pochi anni dopo avrebbero fatto una delle stragi più efferate della storia della seconda guerra mondiale in Italia con 560 donne, vecchi, bambini trucidati a sangue freddo.

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