Le Parole Stuprate
15 dicembre, 2011 di Daniela Tuscano
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La figlia sedicenne d’una disagiata famiglia abitante a Torino rivela d’esser stata vittima d’una violenza: “Colpa degli zingari”, vale a dire i rom ammassati nel campo della Continassa, periferia profonda, agglomerato di baracche e casermoni in cui annegano uomini e cose. La fiaccolata di solidarietà (?) organizzata dal fratello della ragazzina e dagli abitanti del quartiere si trasforma ben presto nell’edizione 2011 della Notte dei Cristalli: assalto al campo rom, bombe carta, rogo. E i bambini?, osa obiettare qualcuno. Brucino anche quelli, è la ringhiosa replica dei giustizieri di stirpe e verginità.
Di fronte all’irreparabile, la ragazzina crolla: non c’è stato nessuno stupro. Ma non è più intatta. Ha avuto un rapporto sessuale consenziente col giovane fidanzato, ma temeva la punizione dei genitori e della nonna, alla quale aveva giurato di arrivare pura al matrimonio. Per accertarsene, la famiglia la sottoponeva ogni mese a controllo ginecologico. “Siamo di Chiesa”, spiega il padre disoccupato.
E’ arrivata la befana
6 dicembre, 2011 di Eduardo Quercia
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Sembrerebbe che la crisi abbia ristretto tutto, persino la categoria tempo: quest’anno la befana è arrivata con un mese d’anticipo con un bel carico di carbone per i cattivi (soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati) e ricchi doni per i buoni (i più abbienti in genere, a partire dagli evasori). Dalle mie parti si dice: le chiacchiere fanno le chierchie, ma i maccheroni riempiono la pancia (nessuno sa cosa voglia dire esattamente chierchie, ma il concetto resta estremamente chiaro lo stesso).
Ieri sera mi sono ciucciato con l’ingordigia di un affamato bimbo di pochi mesi le copiose chiacchiere di Monti e della sua magnifica, perché magnificata, tecnostruttura, comprese le patetiche lacrimucce della Fornero, una via di mezzo fra libro Cuore e Pinocchio.
Una noia mortale, persino maggiore di quella procurata dai discorsi di fine anno, declinati regolarmente sulla retorica più trita dl Presidente della Repubblica di turno. L’Italia sta per affondare, ecco il decreto salva-Italia. Che l’Italia stesse per affondare lo sapevamo tutti, così come sapevamo che il nostro debito pubblico ammonta a circa 1.900 miliardi di euro e che da 10 anni vivacchiamo nella stagnazione a causa di una crescita pressoché ancorata allo zero.
La Politica, l’Economia e la Finanza, per non parlare dell’Etica.
7 novembre, 2011 di fma
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Politica, Economia e Finanza non sono la stessa cosa, ma questo non vuol dire che non stiano bene insieme, o che si possa fare a meno dell’una o dell’altra. Un po’ come per cuore, fegato e polmoni, che fanno ciascuno un lavoro diverso, ma tutti ugualmente necessari al benessere e alla sopravvivenza dell’organismo.
Parlando dell’organismo fisico a nessuno viene in mente di sostenere la primazia di un organo su un altro. Ma non è sempre stato così, una volta si pensava che il cuore fosse la sede dell’anima e il cervello un semplice radiatore per raffreddare il sangue. La metafisica aiuta a dare un senso alla vita, ma può portare fuori strada. Così, trattando delle varie componenti dell’organismo sociale, molti continuano a parlare del primato di questa su quella. Mentre anche qui, forse, si tratta soltanto di una questione di ruoli.
Gola profonda, Carie Meningee
9 luglio, 2011 di la Donna Cannone
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B2B
Mancava, ieri sera a cena, B., un ragazzo pakistano.
Nell’incavo della sua assenza, un po’ guardinga, si è incuneata la signora B.
L’ho sempre osservata da lontano. Anche perché è bianca. Di un bianco flaccido, che quasi sembra flaccidità dell’anima.
Ahahahahahahaha (risate registrate)
1 aprile, 2011 di dellefragilicose
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In questi giorni tormentati, tra processi e prescrizioni brevi, verbali della camera approvati a colpi di giornali e lanci di tessere, politiche energetiche modificate sull’onda dell’isteria, attricette assunte al ministero della difesa, invasioni di migranti, guerre combattute in quarta pagina fra l’indifferenza generale, case comprate a Lampedusa e casinò promessi come se fossero università, ospedali o case popolari, ci sarebbe tanto da scrivere, indignarsi, rammaricarsi.
Eppure, non so. La contingenza che viviamo mi fa l’effetto di uno di quei banchetti medievali con il desco imbandito di portate magnificenti dove sui commensali torreggiano interi maiali, pernici e vitelli ricoperti di butirro, ova, zuccaro, zafrano, lardo e brodo grasso. Più che fame, e desiderio di scriverne, questo spettacolo sazia di per sé e mi allontana.
L’Insostenibile Leggerezza dell’Avere
25 marzo, 2011 di Daniele
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Oggi Kundera avrebbe intitolato il suo libro così. L’avere è sinonimo dell’essere, la leggerezza dell’avere corrisponde al non essere, all’essere fluttuante, emarginato, sconosciuto,senza coordinate, privo di punti di riferimento. La società attuale considera l’avere come requisito fondamentale del poter essere. Avere prima di tutto denaro, molto denaro. Avere successo, sapersi imporre, saper gestire la maggioranza, usarla per i propri scopi. Avere beni di consumo primari, ma soprattutto secondari, icone dello status, avere donne/uomini. La società del possedere non lascia spazio agli ultimi. Non lascia spazio alla sensibilità, alla poesia del quotidiano, alla famiglia intesa non come monade ma come gruppo aperto sul mondo.
Buon Compleanno Giovine Italia
17 marzo, 2011 di Daniela Tuscano
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“Esce di mano a lui che la vagheggia/prima che sia, a guisa di fanciulla/che piangendo e ridendo pargoleggia,/l’anima semplicetta che sa nulla,/salvo che, mossa da lieto fattore,/volentier torna a ciò che la trastulla” (Purg., XVI).
Buon compleanno, Italia. Giovine Italia. Sei ancora come quella fanciulletta descritta da Marco Lombardo. Sei “un’anima semplicetta che sa nulla”, e che “di picciol bene in pria sente sapore”, smarrendosi poi, come nel giardino dell’Eden dopo il peccato di conoscenza. Così, d’improvviso, prima ancora di diventare adulta, ti sei ritrovata vecchia, stanca, spogliata e sterile. “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”.
Marchionne, il Pene Lungo e le Grandi Tette
12 gennaio, 2011 di Comandante Nebbia
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A noi italiani l’esibizione priapica di virilità e le grandi tette piacciono. Se qualche lettrice dal seno da cerbiatta si è sentita raccontare da un Ganimede che lui preferisce il seno a coppa di champagne, sappia che il losco figuro mente con il solo intento di trombarla. Se così non fosse, la signora Marika Fruscio sarebbe corsa a farsi fare una mastoplastica riduttiva per prevenire prevedibili disagi alla colonna vertebrale.
Per l’ammirazione dell’uomo forte, non è nemmeno il caso di riesumare il mascellone buonanima. Basta pensare, per esempio, al pallido emulo di Arcore, a Umberto Bossi che della consistenza del pene eretto ha fatto una questione politica o a Antonio Di Pietro che nell’immaginario di tanti ha recitato il ruolo del Giustiziere della Notte con la terza elementare. Il che, in molti, ha largamente agevolato l’identificazione.
Monicelli: In Morte d’un Eretico
30 novembre, 2010 di Daniela Tuscano
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La carnosità e la carnalità. La risata, anzi, la risataccia, sapida, polposa, sgangherata. E secca. Secca, sì, affilata, tagliente e schioccante come frusta. Due opposti che si fondevano, nella maschera cisposa di Mario Monicelli. Un italiano aristocratico. Ribelle con una causa. Umanista. Umanesimo “minoritario”? Andiamoci piano. Monicelli discende direttamente dalle costole di Donatello, di Verrocchio e, ovviamente, di Machiavelli. Ma, sotto alcuni aspetti, traluce in lui qualche eco dell’Adriano di Yourcenar, non quello degli ellenistici languori, certo, ma il lucido intellettuale senza dio, il camminatore di sterrati solatii, solo, spettrale, dinoccolato ma umile. Che a quell’humus, a quella terra, torna, perché questo è il suo unico destino, e se ne riappropria e se ne ricongiunge. Non il superuomo che si fa divino, ma l’uomo snudato, che ci conficca lì, sgomberandoci d’illusioni consolatorie e meschine. Che ci rinfaccia la nostra solitudine immensa, e lo fa con la sgarbatezza rude dell’amore autentico, privo d’alibi. E l’amore sempre ferisce.

Lo rivedo avvolto in un cappuccio rosso, d’un rosso pontormiano, e mi rimanda a un’altra immagine a me nota: l’Autocamaldolese del romano Walter Lazzaro, il pittore dei silenzi sospesi, della vita che si umanizza nell’oggetto. Ma l’occhio di Monicelli è ridarello, alchemico, pazzo; quel suo ritratto è bestemmia, l’ultima burla alla mistica truffaldina. Pochi giorni fa manifestava contro i tagli alla cultura; e ieri s’è gettato nel vuoto, da una finestra, scegliendo, per sopprimersi, la maniera più vorticosa, straniante, diremmo: urlata, fottuta. Mi par di vedere quel volo, negli stessi occhi allucinati e folli, nell’ellisse sghemba d’un Pinocchio rimasto ligneo, quindi estraneo a codici e regole. Un estremo grido d’anarchia e d’amoralità. Monicelli ha voluto lanciarci la sua sfida suprema, martire di quella laicità che in Italia non ha mai avuto dimora. E per l’assenza della quale siamo privi di religione, e pervasi di clericalismo.

L’abbiamo sfregiato noi Monicelli. Noi, nella vigilia di Natali dolciastri, spumeggianti di rotondità vuote, e l’abbiamo appiattato là, su quel volgare cortile d’ospedale, disusato, distrutto. Ne abbiamo scardinato l’anima, perché non la potevamo contenere. La morte di Monicelli ci asciuga delle ideologie senza cuore. Ma non ce ne accorgeremo. E proseguiremo a vegetare, in quest’Italia incollata alla sua plebea atemporalità.
Giuseppe Verdi 1813/1901: Un Secolo di Storia d’Italia
29 novembre, 2010 di Marina Garaventa
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Non si può parlare della storia politica e culturale d’Italia senza evocare il volto altero del grande vecchio: con la sua barba bianca. serio, ma con gli occhi brillanti ed ammiccanti, già vecchio, sembra osservare con attenzione i mutamenti della sua amata Italia. Quella patria che, appena nata, 1o fece senatore a vita e che non dovrebbe mai scordare ciò che Verdi ha fatto per lei.
Già dal 1842, da quando le note del Nabucco erano risuonate alla Scala di Milano. l’Italia, quella dei carbonari. quella che aspettava di allontanare gli usurpatori, aveva capito di avere in Verdi un grande alleato e, da quel giorno, il musicista era diventato la bandiera della rivoluzione, entrando pian piano nel cuore di tutti: cosi, nelle piazze si cantava il ”Va pensiero” e sui muri si scriveva “Viva V.E.R.D.I.” per significare “Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia”. D’altra parte, Verdi. uomo pragmatico e sanguigno. musicista e contadino, non poteva non appassionarsi alla vita politica del suo tempo cosi animata e vitale. Eccolo quindi partire “con l’elmo in testa”, come diranno molti suoi detrattori, e dedicarsi anima e corpo a storie guerresche ove, tra i clamori della lotta, s’odono i lamenti degli oppressi: ecco, dopo Nabucco, I Lombardi, Emani, Giovanna D’Arco, Attila
L’Aquila Muore. L’Aquila è Morta
27 agosto, 2010 di Giacomo
Archiviato in Cronache Italiane, Meccanica delle Cose
“L’Aquila è morta”.
Queste le parole dette ai fidi centurioni quell’infausto giorno di marzo del 44 pev in occasione dell’assassinio di Giulio Cesare.
Il 19 scorso ho fatto un altro giro in moto e sono ancora una volta passato per l’Aquila. Stavolta senza a causa di strade principali chiuse per..emergenza!
Proveniendo dall’Aquila Est lungo la statale 80 e poi sulla 17 ovest che attraversa la città si superano le rotonde nuove di zecca allestite con tanto di mosaico a pietre grosse a rappresentare questo o quel simbolo (effetto G8 ovviamente, con buona pace degli isolani de La Maddalena) e si entra in città diretti su via XX settembre, quella de “La casa dello studente”.
Su in salita fino all’incrocio con la strada che fiancheggia i giardini di via Crispi e ridiscende verso la parte est della città.
Sono meno di 2 km e bastano per metterti i brividi addosso. Brividi uniti a quel nodo alla gola che ti assale quando una forte emozione si mischia ad una forte rabbia. La strada passa accanto al tristemente noto edificio de “La casa dello studente” dicevo: non lo sapevo e quello che ha attratto in quel punto la mia attenzione sono state le foto dei ragazzi morti quella notte sotto le macerie di una palazzina che non doveva crollare, quella così come tante altre. La sola vista di quella fetta rettangolare mancante nella pianta complessiva della palazzina a cui ancora si affacciano fin l’ultimo piano, porte, ballatoi, vani scala, riquadri di stanze e vite spezzate, da’ il capogiro.
La strada, tristemente animata da una sorta di macabro turismo della maceria, forse inconsciamente me compreso, con gente che ci cammina e fa foto, che si sofferma a vedere i danni insieme al traffico cittadino di un giovedì pomeriggio d’agosto, nonostante l’assolata giornata da’ i brividi.
Per tutta la sua lunghezza è completamente transennata su entrambi i lati: barriere alte quasi tre metri in rete d’acciao a maglia molto larga, che impediscono il passaggio di incauti pedoni sui marciapiedi; e già, cadono ogni tanto pezzi vari o possono farlo. Le palazzine, da apparentemente robusti condomini in strutture in cemento armato degli anni 60 e 70, a case forse più vecchie di un paio di decenni, sono altrettanto apparentemente sane. Ma osservate senza bisogno di gran dettagli a vista d’occhio appaiono tamponature assenti, intonaci scoppiati a mostrare tramezzi di foratini scomposti, fessure e crepe anche massicce in corrispondenza di luci di finestre, balconi semicaduti, pilastri crepati e via così fino a pilastri di base apparentemente a posto ma a cavallo di serrande di garage o negozi deformate e lesionate. INAGIBILE. E’ la terribile parola per chi ha avuto vita lì dentro fino a quella notte. E sotto, lungo la strada, vetrine di esercizi commerciali, da banche a tabaccherie od umili tutto a 1 € definitivamente abbandonati.
Il motivo conduttore macabro che accompagna la vista è che quelle palazzine, quei palazzotti, quella case così come sembrano esser fatte non dovevano crollare, non avrebbero dovuto nemmeno lesionarsi!
E quelle palazzine con i fantasmi delle migliaia di famiglie che le hanno vissute sono lì, in piedi ma lesionate al punto che nessuno oserà mai anche solo pensare che forse si possono restaurare. Certo non sono mica la basilica di Colle Maggio o lo storico palazzo del comune!
E guai a gettare l’occhio nelle traverse che si arrampicano verso la sommità della città, verso il centro: lo spettacolo è ancora più desolante.
Ed in quei pochi minuti impiegati a percorrere quella strada pensavo a come potrebbe essere ricostruita una città nell’interezza del suo cuore centrale, non solo inteso come centro storico, come patrimonio artistico ma patrimonio umano da esso stesso generato ed alimentato. Quando un terremoto danneggia un piccolo centro lo si ricostruisce, non vale la pena stare a sistemare quando si fa prima a demolire del tutto. E’ una questione di economia, terribile ma spietata.
Ma si può demolire una città? E quanto costerebbe ripristinarla? Che rapporto tra il valore che aveva e il valore che potrebbe avere risanandola e portandola a nuova vita?Come poterlo fare? Con quali mezzi?
E soprattutto con quali soldi? Chi si assume l’onere economico di un simile scempio?
E allora l’Aquila muore. L’Aquila è morta.
Ma contemporaneamente pensavo, di ritorno dal mio terzo viaggio in Germania, che all’alba della fine della seconda guerra mondiale, praticamente tutte le città grandi e piccole di quel paese andavano da stati quali quello del “completamente rasa al suolo” a situazioni via via meno gravi ma pur sempre drammatiche.
Eppure i tedeschi, sia all’est dominato dai russi od all’ovest sotto il controllo di americani, inglesi o francesi, si sono rimboccati le maniche e mattone per mattone, raccogliendoli dalle macerie, confrontando documenti storici, cartoline, vecchie foto e le testimonianze dei sopravvissuti, sono stati capaci di ricostruire i centri delle città esattamente com’erano prima.
A Berlino pochi mesi dopo l’aprile del 45 già circolava il primo tram, a Dresda, inutile scempio esperimento di “” completamente devastata dal bombardamento e dall’incendio, il popolo delle macerie in due mesi aveva liberato la città ed iniziata la ricostruzione e due mesi dopo c’era già l’acqua corrente ovunque. E così Francoforte, Amburgo, Norimberga, Colonia, Stoccarda, grandi città ma anche Heidelberg, Lipsia, Ulm o Lubecca, città più piccole.
Non scrivo questo per dire che c’è sempre speranza ma proprio per distinguere, ancora una volta, che non siamo tedeschi e non sono tedeschi neanche i nostri governi il cui attuale premier, come noto a molti ma i cui tutti sono ciechi e sordi, ha soltanto saputo cavalcare l’occasione elettorale, pittare di bianco a calcina qualche muro come si faceva in Puglia sotto gli Angioini dopo una pestilenza e poi andarsene sfregandosi le mani perché qualcuno per lui avrebbe fatto affari d’oro con la borsa nera.
E l’Aquila muore. L’Aquila è morta.
Synthia: Apologia della Creazione Sintetica
21 maggio, 2010 di Comandante Nebbia
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In un universo che appare estraneo ad ogni concetto di giustizia o di ordine superiore, la figura di Dio è di complessa collocazione.
Ciò deriva dalla propensione, naturale ed insita nel nostro modo di pensare, a trovare una funzione che giustifichi l’esistenza di qualsiasi cosa, compreso quella di un’entità trascendente.
In realtà, il bisogno fisiologico di collocare Dio in uno schema funzionale è anche giustificato dalla semplice considerazione che se Dio non serve a nulla o se il suo fine è del tutto estraneo al nostro, allora il fatto che esista o meno diventa una questione ininfluente.
Resistere e Sopravvivere
31 marzo, 2010 di Comandante Nebbia
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30 marzo 2010
Oggi è una di quelle giornate nelle quali più forte sento di appartenere ad una città di mare. Il cielo è scuro. Solo a tratti si squarcia in rapide schiarite dove la luce calda si riflette sull’asfalto ancora lucido di pioggia. Il vento è fresco, teso, odoroso di paesi remoti ed invisibili. Il mare è livido, spumeggiante, infinito. Come sempre, severo ed indifferente.
Ho passato la mattinata seduto in un ufficio scalcinato. Le sedie sono quelle di formica dove non è possibile poggiarsi senza scivolare. Sull’atrio semivuoto affaccia uno sportello dove un impiegato annoiato fuma pigramente una sigaretta ignaro o inconsapevole di ogni forma di legge e di rispetto.
Fra le mani ho una cartellina piena di certificati dove si dice che mi sono fatto male, che non posso tornare al lavoro “fino a” e che sono in “inabilità con prognosi giustificata”.

Donne
7 marzo, 2010 di Cinzia De Monte
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Donne. Tu non puoi nemmeno immaginare quante storie si imparano semplicemente prestando attenzione ai discorsi tra donne alla fermata dell’autobus.
Le modelle incastrate nel loro corpo magrissimo che insieme è prigione e libertà, perché ingrassare di un chilo significa dover accettare un lavoro al call center a 1000 km da casa.
Le impiegate inchiodate alla scrivania a far un lavoro inutile, mentre a casa il bambino sta con una baby sitter scocciata perché non può avere bambini ed odia quelli delle altre, ma deve occuparsene perché la madre separata non può mantenerla all’università, dove lei volentieri rinuncerebbe ad andare, preferendo un futuro da velina, ma non può nemmeno sognare di fare la velina, perché da sempre le hanno insegnato che le veline sono immonde, ed invece loro sono quelle che hanno meno colpa di tutte, la colpa e di chi le spoglia in televisione perché c’è qualcuno che le guarda.
Delle Anime Perdute
6 maggio, 2009 di Comandante Nebbia
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Ho riflettuto a lungo prima di scrivere di questa cosa. L’esperienza del divorzio non mi è estranea e non la annovero tra quelle che rifarei volentieri. Inoltre, dei fatti di famiglia altrui, specialmente se non ci sono bambini che soffrono, I do not care at all.
Poi non volevo oscurare il bellissimo pezzo di Gilda di oggi, ma questa cosa l’ho risolta con un piccolo trucco tecnologico retrodatando alle 7 di stamattina un pezzo che in realtà scrivo alle 9:45.
Insomma, ne ha scritto Tenebra, persona in gamba. Io non voglio tirami indietro.
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