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Mario l’Alieno -2-

1 dicembre, 2011 di  
Archiviato in Appunti Italiani, Cronache Italiane

Credo che il marchio FIAT non stia troppo simpatico agli italiani. Per tante (buone) ragioni, che vanno dall’abuso perpetrato da decenni nell’utilizzo della cassa integrazione, ormai diventata parte integrante delle voci di profitto dell’azienda (e altrettanto parte integrante delle voci di debito dello stato), all’immagine dei rampolli succedutisi nei decenni al vertice della casata che ne controlla le quote.
Nondimeno si tratta, nostro malgrado, dell’unico gruppo produttore di automobili di massa su suolo italico. Naturale, quindi, che ogni ordine passato alla casa torinese si traduca in un aumento del prodotto della nazione, che ogni Fiat/Alfa/Lancia in più sulle strade significhi ore di lavoro per la catena italiana che le produce(1).

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Note
  1. Eccezion fatta per la 500. Il simbolo della casa italiana, quello pubblicizzato con la poesia dell’amministratore delegato sui valori nazionali e sul futuro, con la colonna sonora romantica di Allevi, viene prodotto in Polonia. []
Fine delle Note

Senza l’Italia la Fiat Potrebbe Fare di Più

«Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia». Sergio Marchionne, ospite della trasmissione Che tempo che fa condotta da Fabio Fazio e in onda domenica sera, torna ad affrontare molte delle questioni che hanno tenuto banco nelle ultime settimane. In particolare, l’amministratore delegato del Lingotto ci tiene a sottolineare il fatto che «nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010» arriva dal nostro Paese. «Fiat – aggiunge – non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre». «Tra il 2008 e il 2009 – continua Marchionne – la Fiat è stata l’unica azienda che non ha bussato alle casse dello Stato» diversamente da quanto fatto da molte concorrenti europee. «Non voglio ricevere un grazie – spiega l’ad – ma non voglio nemmeno essere accusato di avere avuto aiuti di Stato. Gli incentivi – prosegue – sono soldi che vanno ai consumatori: aiutano parzialmente anche me, ma in Italia sette macchine comprate su dieci sono straniere»

Corriere

Marchionne ha ragione. Ha ragione nel senso che produrre a costi occidentali non ha più senso, specialmente per quelle attività dove la competenza, l’esperienza e l’eccellenza sono superflue. Le Fiat non sono esattamente delle astronavi. Con un po’ di addestramento potrebbero stare alla catena di montaggio anche degli scimpanzé. Figuriamoci cinesi, rumeni o brasiliani che, tutto sommato, sono sicuramente meglio degli scimpanzé. Specialmente dopo aver ricevuto la loro ciotola di riso quotidiana.

Il problema, ovviamente, è più generale e riguarda tutti, compresi gli imprenditori che non godono della ribalta mediatica di Marchionne. La soluzione non è semplice, passa per un doloroso cambio mentale e richiederebbe consapevolezza, forza di volontà e voglia di studiare. Non è roba per noi. Lasciamo fare ai tedeschi.

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Ridicolo a Chi?

25 agosto, 2010 di  
Archiviato in Cronache Italiane

Leggo oggi sul Fatto Quotidiano l’articolo in prima pagina di Marco Travaglio che se la prende con Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa, per l’intervento fatto al meeting di CL: un intervento infarcito di ipocrisie tali da lasciare il dubbio “ma ce è o ce fa?”. Partendo dalla vergogna Alitalia-CAI e del relativo conflitto di interessi (di cui Sua Bassezza, incredibile ma vero, non è l’unico portatore) il passero viene infilzato come un tordo da Travaglio che, con la consueta feroce ironia, ne mette in risalto le contraddizioni. Tutto giusto.
Poi però il Travaglio si fa un paio di domande che, detto sinceramente, stonano un po’: “Che bisogno hanno questi cervelloni di rendersi ridicoli? E non sarà che, al posto dell’ometto ridicolo che ci governa, ne arriveranno altri più ridicoli di lui?

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Interrogazione su esternalizzazione Fiat Pomigliano

7 agosto, 2010 di  
Archiviato in Il Lavoro degli Italiani

Le squallide strategie di esternalizzazioni selvagge hanno raggiunto il livello di massima espressione con la fiat a Pomigliano. Non mi aspetto che il governo intervenga per limitare tali fenomeni, ma almeno adesso non sarà cosi’ facile fingere che il problema non esista. Mi rivolgo soprattutto a quella parte dell’opposizione che avrebbe potuto far qualcosa e non ha mosso un dito e, inoltre, alla lega che promette una società migliore, lontana dalle logiche di “Roma ladrona”: gli imprenditori e i lavoratori onesti del nord lo sanno che i loro soldi sono utilizzati per finanziare speculatori che ottengono fiumi di soldi pubblici per poi andarsene all’estero?
Lidia Undiemi

Atto a cui si riferisce:
S.4/03591 [Trasferimento dello stabilimento di Pomigliano d'Arco della FIAT alla neocostituita società Fabbrica Italia Pomigliano]

GIAMBRONE, CARLINO – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico
Premesso che il trasferimento dello stabilimento di Pomigliano d’Arco (NA) della FIAT alla neocostituita società Fabbrica Italia Pomigliano presenta rilevanti questioni di ordine giuridico, sociale ed economico che richiedono l’intervento urgente da parte del Governo;

considerato che:

  • la dirigenza della FIAT dichiara di utilizzare in modo strumentale la cessione di attività tramite una società neocostituita, con l’obiettivo di aggirare il sistema di relazioni industriali vigente presso il cedente;
  • tale operazione, infatti, non si traduce in un effettivo trasferimento di azienda (dato che l’assetto di governo dell’impresa, l’imprenditore/datore di lavoro e la struttura d’impresa restano praticamente invariati) ma, in sostanza, Fabbrica Italia Pomigliano sarebbe stata creata per aggirare le tutele lavoristiche di natura sindacale;

si intravede, quindi, una violazione diretta della libertà di organizzazione sindacale sancita dall’art. 39 della Costituzione. Non è escluso che possa trattarsi di un vero e proprio atteggiamento antisindacale sanzionabile ex art. 28 della legge n. 300 del 1970, cosiddetto “Statuto dei lavoratori”, e, in ogni caso, non sembra possibile ravvisare un interesse datoriale tutelato dalla Costituzione che possa giustificare tale operazione societaria, dato che il trasferimento non si è concretizzato in una iniziativa economica (art. 41 della Costituzione), ma in un mero passaggio societario prevalentemente (se non esclusivamente) orientato a soddisfare interessi finanziari e non d’impresa;

si ricorda, inoltre, che l’ipotesi di simulazione e di frode alla legge in caso di trasferimento di azienda, attuato nell’ambito dei gruppi di società, si verifica anche quando si attua l’abuso di personalità giuridica ossia della alterità soggettiva che la creazione di una nuova società ha creato entro una entità soggettiva sostanzialmente unitaria;

a tal proposito, secondo la Corte di Cassazione (24 marzo 2003, n. 4274), in relazione al caso concreto bisogna rilevare l’esistenza di alcuni requisiti essenziali, fra cui: l’unicità della struttura produttiva e organizzativa, l’integrazione fra le attività esercitate dalle varie imprese del gruppo e il correlativo interesse comune e, soprattutto, il coordinamento tecnico e amministrativo-finanziario
tale da individuare un unico soggetto direttivo che faccia confluire le diverse attività delle singole imprese verso uno scopo comune;

il trasferimento attuato in favore di Fabbrica Italia Pomigliano, poiché totalmente soggetta al potere di Governo della controllante (avendo addirittura come amministratore delegato lo stesso Sergio Marchionne), supporta in modo determinante il carattere fittizio dell’operazione;

altra importante precisazione circa la genuinità dell’operazione è collegata all’assenza di una definizione giuridica di gruppo di società, cui attribuire dirette ed univoche responsabilità. Attualmente, il gruppo di società è sostanzialmente un’aggregazione di società formalmente autonome e giuridicamente distinte l’una dall’altra, ma tutte accomunate dall’assoggettamento al potere di direzione e coordinamento della società-madre (o capogruppo). Giuridicamente, specie in riferimento ai rapporti di lavoro, il gruppo di società non esiste, e non sussistono reali responsabilità in capo alla società controllante. Ad esempio, se una società controllata fallisce per colpa del mal Governo della controllante, non sussiste in capo a quest’ultima alcuna responsabilità diretta nei confronti dei dipendenti della società fallita, tranne che, appunto, non si dimostri l’intento fraudolento;

attraverso questi medesimi meccanismi è possibile spiegare la diffusione delle cosiddette società “a scatole cinesi” (la cui cellula fondamentale è rappresentata appunto dalla newco), le cui più chiare rappresentazioni sono date dai casi di esternalizzazione Agile (ex Eutelia), Omnia network, Numonyx, Telecom Italia,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente della situazione descritta;

in caso affermativo, se condivida le argomentazioni giuridiche sopra illustrate e, conseguentemente, quali interventi concreti intenda porre in essere al fine di assicurare l’effettiva garanzia dei diritti dei lavoratori, pesantemente compromessi dall’operazione societaria attuata dalla FIAT a Pomigliano;

quali azioni concrete stia ponendo in essere al fine di vigilare sui reali termini dell’operazione, poiché è anche possibile che il trasferimento non riguardi l’intera azienda, ma soltanto parti di essa o, addirittura, elementi passivi della capogruppo o di altre società controllate;

quali iniziative in ambito legislativo intenda porre in essere al fine di attuare una reale politica nazionale di contrasto agli abusi derivanti dalla pratica della costituzione delle cosiddette società “a scatole cinesi”;

se sia mai stata effettuata una indagine volta a verificare l’incidenza della proliferazione dei gruppi societari sulla pesante situazione occupazionale venutasi a creare negli ultimi anni;

quali strumenti di vigilanza stia ponendo in essere al fine di impedire che tali schemi societari siano finalizzati a far ottenere ulteriori finanziamenti pubblici a quegli stessi soggetti economici i quali siano corresponsabili della grave situazione occupazionale in Italia.

Pomigliano – Il Padrone e il Servo

21 giugno, 2010 di  
Archiviato in Chiamiamola Economia

Oggi alla trasmissione “In mezz’ora” su RAI 3, condotta da Lucia Annunziata, si parlava dei problemi dello stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco; e per approfondire degnamente l’argomento, la redazione ha pensato bene di coinvolgere i rappresentanti delle due parti in causa. Quindi era presente Maurizio Landini, segretario della FIOM, l’unico sindacato che ancora si oppone all’accordo (ma sarebbe meglio chiamarlo “diktat”) con l’azienda. E di fronte a lui Sergio Marchionne, amministratore delegato della FIAT… no, non era Marchionne; c’era il capo del personale della FIAT… no, neanche lui; c’era il direttore dello stabilimento di Pomigliano… no.
Chi sosteneva le posizioni della FIAT nel confronto con il sindacato oggi? Maurizio Sacconi, ministro del welfare (lo so, non è bello ricordarlo) dell’attuale governo.

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Crisi Economica: Lacrime, Sudore e Sangue, ma non per Tutti

La mia competenza di economia è minima. Non potrei sostenere un discorso serio. Mi limito a chiacchierare come se fossi al bar a prendere un caffè con gli amici. Perdonatemi.
Iniziamo con un racconto, reale.

X ha poco più di cinquant’anni. Suo padre, un contadino lucano si trasferì a Napoli negli anni cinquanta per combattere l’estrema indigenza nella quale versava la sua famiglia. Nella città trovò un lavoro fisso ed ebbe sei figli. Il papà di X, poi, sì ammalò gravemente, perse il lavoro e la famiglia fu sostenuta dalla madre che faceva la sarta. Ciò nonostante, X oggi ha due figli che studiano, è un bravo musicista, ha una importante laurea tecnica ed un lavoro dignitoso equamente retribuito.
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