Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "Sun Tzu e l’Arte della Guerra" è stato scritto da fma
Martedì 6 settembre la CGIL ha attuato uno sciopero generale in difesa dei diritti dei lavoratori. Qualcuno ha detto che non era il momento opportuno, Camusso ha ribattuto a muso duro che era non opportuno ma opportunissimo, considerato cosa prevede l’art.8 della manovra finanziaria.
Visto dalla parte del sindacato ha sicuramente ragione Camusso: l’art.8 attribuisce ai sindacati locali la possibilità di derogare a quanto stabilito dal Ccnl, che vuol dire svuotare il Ccnl di gran parte del suo valore e di conseguenza privare il sindacato nazionale di gran parte del suo potere.
Ma visto dalla parte dei lavoratori è la stessa cosa?
Si e no.

Da una parte potrebbe recargli danno, nel senso che a livello locale potrebbero essere disattese alcune delle garanzie fissate a livello nazionale; dall’altra, proprio il venir meno di quelle garanzie, le più fastidiose per i padroni, potrebbe essere motivo per mantenere dei posti di lavoro che altrimenti andrebbero perduti. La somma del dare e dell’avere, vista la fame di posti di lavoro, potrebbe pure essere a saldo positivo.
Qualcuno dice che alle garanzie non si rinuncia, che qualsiasi attentato ai diritti dei lavoratori è un attentato alla democrazia e alla costituzione. L’ha detto Maurizio Landini, segretario generale della Fiom.
Ha ragione?
Si e no.
Per avercela dovrebbe dimostrare che i diritti dei lavoratori sono quei tabù che dice, toccando i quali viene giù l’intera impalcatura democratica, altrimenti bisognerà continuare a credergli sulla parola.
Lo so che è un argomento delicato, che susciterà fiere levate di scudi, ma provo ugualmente a fare due considerazioni.
Quanti sono i paesi occidentali in cui i lavoratori non godono delle stesse tutele di cui godono i lavoratori italiani?
Molti.
Sono dittature fasciste?
No.
Questo mi porta a pensare che, lasciando da parte la retorica, i diritti acquisiti non siano altro che benefit che cinque generazioni di lavoratori si sono conquistati sul campo in oltre cent’anni di guerra contro i padroni. Li vedo come la parte sublimata dello stipendio: penso che la remunerazione sia fatta dai soldi in busta paga, più i diritti acquisiti.
Il fatto che non siano monetizzati però non significa che non costino nulla. Altrimenti non si capirebbero gli ostinati tentativi di abolirli da parte di coloro che ne sono i soggetti passivi.
Un costo che non può che scaricarsi sul costo finale del prodotto e dunque concorrere a formarne il prezzo, dal quale dipende se il prodotto starà sul mercato e, in definitiva, se il posto di lavoro avrà ragione di continuare ad essere, oppure no.
Se questa ipotesi è corretta, la limatura dei diritti acquisiti, non è un attentato alla democrazia, ma un taglio alla remunerazione del lavoro. Che non è un fatto meno grave, ma sicuramente di altra natura. Lo stesso risultato, prima dell’introduzione dell’euro, si raggiungeva con la svalutazione competitiva della lira, che di fatto limava ininterrottamente i salari. Questo spiegherebbe perché l’art.8 sia stato inserito nella manovra finanziaria, che si propone, tra le altre cose, di aiutare l’industria italiana a stare a galla, visto che non ci riesce da sé, nelle condizioni date.
Susanna Camusso ha finto di non capirlo, preferendo appellarsi ai valori ideali per scaldare il cuore della sua gente; Emma Marcegaglia l’ha capito, confermando che le stava benissimo.
Ma allora ha fatto bene o male Camusso a proclamare lo sciopero generale?
Quelli che vivono di questioni di principio diranno senza esitazioni: non bene, ma benissimo; mentre quelli che si nutrono di pane e salame non potranno che rispondere: dipende.
Dipende da cosa?
Da come andrà a finire: se l’art.8 sarà cancellato oppure no. Se posti davanti al dilemma prendere o lasciare, lasciando, per una questione di principio, non si trasformeranno altri lavoratori in disoccupati.
Ma cos’altro avrebbe potuto fare Camusso?
Per esempio avrebbe potuto accettare la realtà: sì, i diritti dei lavoratori sono un costo per le imprese. Tuttavia non l’unico e neppure il primo da toccare.
Avrebbe potuto ricordare che sui costi di produzione si scaricano, attraverso le tasse, le inefficienze della pubblica amministrazione, il gigantismo della politica, i privilegi della Chiesa, i conti in rosso delle aziende a partecipazione pubblica dove trovano da mangiare e da dormire i trombati della politica.
Avrebbe potuto dire Camusso: o.k., i diritti dei lavoratori sono un costo, può pure darsi che dovremo rimetterci le mani, prima però tagliamo tutto ciò che pesa impropriamente sulla produzione, poi ne riparliamo.
Se avesse indetto uno sciopero generale per abolire le province, dimezzare il numero di quelli che vivono di politica, privatizzare la RAI, far pagare l’ICI alla Chiesa, io credo che il governo starebbe rinculando ancora adesso. Se l’avesse fatto, surrogandosi a un’opposizione esangue, avrebbe goduto del favore dell’opinione pubblica e avrebbe tenuto insieme le altre sigle sindacali.
È quel che avrebbe fatto un buon generale, che avesse voluto dare battaglia: avrebbe raccolto il maggior numero di forze per colpire il nemico nel suo punto più debole.
Perché la guerra, dice Sun Tzu, posto di volerla fare, non la si fa per questioni di principio, ma per vincerla.

Pensavo di scrivere un commento, ma forse è meglio scrivere un pezzetto di risposta/integrazione.
Grazie per lo stimolo.
Prego. Aspetto di leggerti.
Limare. Complimenti sinceri, hai scelto un verbo fantastico.
Non entro nel merito delle questioni, tutte giuste, ma, a mio avviso, subordinate:
i problemi italiani presentano evidenti peculiarità, ma non ha senso affrontarli, prescindendo da un’analisi seria della crisi internazionale. Ma questo, si sa, non interessa nessuno. Troppo fastidioso.
Che le cose siano legate l’una all’altra non ci piove. Lo so che a New York si può scatenare una bufera soltanto che una farfalla batta le ali a Tokyo.
Ma io, scientemente, non volevo partire da Tokyo, volevo solo capire dove sta andando la CGIL, nelle condizioni date. Se l’azione di Susanna Camusso era il meglio che si poteva fare, oppure no. Nelle condizioni date.
Non mi riferivo alla interconnessione mondiale dei processi economici, che è del tutto ovvia. Penso a domande diverse: perché la crisi? quali le cause? a quale è assimilabile? E di conseguenza: quali i correttivi possibili e più opportuni? In pratica, sospetto che la sostanziale elusione di queste domande induca gli osservatori a concentrarsi sulla “propaggine” italiana, deducendone che è sostanzialmente causata dall’enorme debito pubblico (meglio, deficit) in rapporto al PIL, con il noioso corollario che “siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità”. E’ così? Certo, 120% del PIL è un numero che non lascia scampo. Ma il debito della Spagna (in ambasce come noi) è all’80% (molto vicino a quello della Germania), mentre quello del Giappone è al 200%, ma non desta preoccupazione (anzi consente a quel Paese di mantenere i tassi allo 0%). Insomma, in macroeconomia ognuno prende i dati che preferisce, purché siano funzionali alla tesi che pregiudizialmente s’intende dimostrare, lo sai bene.
Quanto poi alla Camusso ed alla CGIL, dove vuoi che vadano? Da nessuna parte, come tutti gli altri attori in campo. Dove va Rinaldo? ed Agramante? e Angelica? Vanno esattamente dalla parte dove li spinge il burattinaio che ha in mano i fili. Secondo me, per la Camusso (o per Sacconi, Berlusconi, Tremonti e tutti gli altri) non c’era una mossa migliore o peggiore: leggono e recitano tutti un copione del quale sono lontanissimi dal chiedersi il senso. La verità è che siamo sommersi nei posti chiave da gente che non vale niente.
Per quel che riguarda Camusso e CGIL io non credo che siano l’unica possibilità di leader e di organizzazione sindacale che ci fosse dato di avere.
Penso che siano anch’essi frutto della necessità e del caso.
Avremmo potuto avere di peggio, ma anche di meglio.
Nulla ci vieta, come opinione pubblica, di premere perchè migliorino.
Altrimenti cosa ci staremmo a fare?
Argomento debito pubblico.
Il costo del debito non è funzione diretta del volume, ma della credibilità del debitore. Naturalmente se uno è pieno di debiti e continua a farne alla lunga diventa poco credibile
I creditori del debito pubblico giapponese, quasi solo giapponesi, si fidano ancora. I nostri creditori, no.
L’analisi è corretta, ma io mi faccio una domanda, e poi mi do anche una risposta.
Sono circa vent’anni che piano piano cediamo terreno ai “padroni”. Rinunciamo a diritti, a privilegi forse, a parte della retribuzione, che di fatto si abbassa per moltissimi.
La domanda è questa: era necessario? Ne ha tratto beneficio il paese nel suo insieme o solo una parte?
E la mia risposta è questa: Si, era necessario, per permettere a questo paese di stare al passo. E no, non ha raggiunto questo scopo, perché i vantaggi che dovevano servire a rendere più competitivo il sistema sono stati incamerati dalle classi politiche, di potere, ed imprenditoriali. Che infatti ora sono più ricche di prima, specie in termini relativi al resto del paese.
E dunque, davvero la Camusso ha torto ?
Se tu hai ragione, io penso che tu ce l’abbia, allora Camusso, se fosse stata anch’essa d’accordo con noi, avrebbe dovuto cercare di far mollare l’osso a coloro che se n’erano indebitamente appropriati. Invece s’è limitata a difendere la sua (in parte nostra) ciotola. Oltretutto, nel primo caso, avrebbe avuto sicuramente più alleati di quanti non ne abbia trovati, dunque sarebbe stata più forte, cioè avrebbe avuto maggiori probabilità di vincere.
In questo senso non ha avuto ragione.
Tutto giusto, ma a proposito della Camusso e di cosa avrebbe potuto fare ho un’altra risposta.
La Camusso dovrebbe dire una cosa del genere: “Chiedo scusa ai lavoratori italiani. Da troppo tempo non ci occupiamo più di diritti ma di privilegi. Abbiamo lasciato che governi di destra e di sinistra saccheggiassero lo stato e i cittadini, facendo finta di niente. Abbiamo accettato in cambio una fettina di potere e qualche affaruccio che ci ha permesso di prosperare senza fare il nostro mestiere. Questo paese è andato in malora anche per colpa nostra.”
Ecco, se la Camusso dicesse una cosa del genere sarei pronto a mettermi al suo fianco e ad aiutarla a ricostruire il sindacato che non c’è. E a fare sciopero con lei.
Sono un dipendente pubblico, con il contratto bloccato da due anni e ancora per altri due (se non saranno sei), con un lavoro non certo entusiasmante e dei superiori incapaci ai quali ogni tanto mi tocca anche spiegare le cazzate che fanno.
No, la settimana scorsa non ho fatto sciopero, un po’ perché sono incazzato con questi sindacati ipocriti e un po’ perché non me lo posso permettere. Ma la Camusso tutto questo non lo sa, o fa finta di non saperlo.
Se ciascuno difende la sua ciotola di riso non andiamo da nessuna parte.
Non sto difendendo la mia ciotola di riso. Sto dicendo che la Camusso deve come minimo fare un mea culpa se vuole essere credibile.
Se le sue controproposte sono, in parte, analoghe a ciò che propone il governo, mi spieghi che senso ha un sindacato così?
M’era parso.
[...] di euro senza contare la ricaduta di immagine). Tralasciando la questione serissima che è tempo che la RAI sia ceduta o, se non si trova un compratore, cosparsa di benzina e bruciata perché non se ne può più di [...]
Forse hai letto troppo velocemente.
Qui non si sta discutendo dell’abrogazione dell’art. 8 dello statuto dei lavoratori, che poi, immagino, tu abbia confuso con l’art.18, quello che non consente di licenziare senza giusta causa, ma dell’art. 8 della finanziaria attualmente in parlamento, che consente di derogare localmente a quanto stabilito dal ccnl.
Era chiaramente detto nella prima parte dell’articolo, quella che hai giudicato superficiale.
Anche per come la vedo io i lavoratori dovrebbero essere gli ultimi a rinunciare ai propri benefit.
Anche questo era scritto chiaramente nell’articolo.
Ma tu l’hai letto troppo velocemente.
Peccato.
Sarà per la prossima volta.
Questo l’ho scritto io:
Questo lo hai scritto tu:
L’articolo forse lo hai letto, ma nella foga di scrivere poi te lo sei scordato.
Capita.
Stai bene
Ho capito che avevi capito male a fin di bene!