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Sulla Necessità di Riformare il Mercato del Lavoro

9 ottobre, 2008 - 11:30 di  
Archiviato in Il Lavoro degli Italiani




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Vorrei riprendere un post di qualche settimana fa scritto da Ugasoft: «Proposta di riforma del mercato del lavoro».

Per svecchiare il sistema, è buona l’idea di prevedere un contratto unico con flessibilità in entrata e in uscita. E’ un concetto già sviluppato da alcuni studiosi di diritto del lavoro riformisti, Pietro Ichino in testa. In molti Paesi funziona già così, e funziona bene. L’importante è capire che non siamo più nell’epoca del “posto fisso dalla culla alla bara”, e che il licenziamento non è un tabù. Sempre vigilando, beninteso, affinché non avvenga per motivi discriminatori, perché una è rimasta incinta o uno si è ammalato o un altro si è scoperto gay.




Mi piace anche l’idea che, nell’ambito dei contratti “a rischio”, il lavoratore debba essere pagato di più. E’ la logica che dovrebbe soggiacere anche oggi ai contratti a progetto, ma invece sappiamo bene che non è così. Oggi il lavoratore a tempo determinato è cornuto e mazziato: non ha certezze rispetto al suo futuro lavorativo, perché il suo contratto è limitato a pochi mesi e non si sa se verrà rinnovato, e in più non ha nemmeno quella tranquillità che un congruo stipendio – seppure “a tempo” – potrebbe garantire.

Un tema su cui invece sono molto in disaccordo con Ugasoft è quello dell’inutilità degli ammortizzatori sociali. Che invece sono fondamentali: e in effetti in Italia esiste già l’assegno di disoccupazione. Peccato però che il sistema sia fermo a trent’anni fa: il sussidio viene erogato dallo Stato solo dopo anni di lavoro (quindi chi ha contratti atipici più brevi non può accedere a questa forma di aiuto) e soprattutto è completamente sganciato da una concreta ricerca di altra occupazione. Al disoccupato non vengono proposti altri lavori, non gli viene richiesto di fare colloqui, non c’è insomma nessuna connessione tra l’aiuto che lo Stato ti dà e la tua intenzione/possibilità di uscire dalla disoccupazione. Sostanzialmente quindi il sussidio è una “carità” elargita con denaro pubblico, che serve poco al disoccupato (dato che la somma è solitamente modesta) e non incentiva in alcun modo la ricollocazione. Quindi anche il welfare in Italia è un privilegio “in perdita” riservato a chi ha perso un posto di lavoro: sì, ma un posto col contratto “giusto”.

Scriveva anche Marco Biagi nel suo “Libro Bianco” che una delle priorità per riformare il mercato del lavoro era proprio «disporre anche in Italia di un nuovo assetto della regolazione e del sistema di incentivi e ammortizzatori, che concorra a realizzare un bilanciamento tra flessibilità e sicurezza». Ottima per esempio, in questo senso, la proposta radicale di Welfare to work, che prevede – sul modello inglese, per esempio, o su quello svizzero – che una persona senza lavoro venga aiutata con un sussidio economico, con la formazione professionale, con il collocamento e con altre misure, e che in cambio si impegni nella ricerca del lavoro e accetti i posti che gli sono offerti. Nel caso il disoccupato non rispetti questo accordo, è previsto che il sussidio venga ridotto o soppresso.

Ammortizzatori sociali anti-fannulloni, insomma, che forse piacerebbero perfino a Ugasoft!
In ogni caso, credo che la cosa più importante da capire sia che il mercato del lavoro italiano così com’è non va più bene. Bisogna uscire da quella situazione che qualche mese fa sul Corriere della Sera Ichino definiva «mercato del lavoro duale»: da una parte tutti i privilegi, dall’altra tutti gli svantaggi. Ma la soluzione, ammoniva il professore-senatore, «non è estendere qualche brandello di tutela ai cosiddetti “lavoratori atipici”»: bensì svecchiare le norme che regolano il mercato del lavoro, rendendo meno impossibili i licenziamenti, modificando quei contratti anacronistici che rendono le assunzioni simili a matrimoni («finché pensione non vi separi», o giù di lì), e però prevedendo ammortizzatori sociali per permettere alle persone di passare da un lavoro all’altro senza traumi.

Ugasoft poi parla anche di riforma della normativa degli stage, e sul mio blog a questo link, ho dedicato un post all’argomento.

N.d.R. Eleonora Voltolina è una giornalista freelance che sul suo blog si occupa di questioni relative al mondo del lavoro giovanile e dei sistemi utilizzati dalle imprese disoneste per trasformare la flessibilità in precarietà. Del suo lavoro si è occupato anche il Corriere della Sera on Line.

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Comments

12 Risposte a “Sulla Necessità di Riformare il Mercato del Lavoro”
  1. Il Gobb scrive:

    Gli ammortizzatori sociali sono INDISPENSABILI, soprattutto se operati nell’ottica del Welfare to work, (unica sensata sul panorama internazionale che potrebbe – sottolineo il condizionale – fnzionare anche qui)… ma vogliamo parlare del collocamento?

    Sono iscritto da quando ero minorenne e MAI, MAI, nemmeno UNA VOLTA, sono stato contattato per un qualsiasi motivo.
    MAI.
    MAI.
    MAI.
    Mi chiedo se i famosi fannulloni di Brunetta non siano finiti tutti a lavorare lì :D

  2. Caro Gobb
    pensa che in Svizzera (e forse anche altrove, chissà) i vari uffici di collocamento sono messi addirittura in competizione tra loro. I dipendenti dell’ufficio che riesce a ricollocare più lavoratori ricevono a fine anno una gratifica economica! Ed ecco quindi che hanno una motivazione in più per lavorare tanto, e bene, e in questo modo essere davvero utili a coloro che rimangono disoccupati.
    Invece in Italia la situazione è tragicamente statica. Chi percepisce l’assegno di disoccupazione, come giustamente hai denunciato tu, non ha alcun contatto con l’ufficio di collocamento – come se questo ufficio in pratica non esistesse. Un ufficio-fantasma, con dipendenti-fantasma che non ricollocano nessuno.
    E’ chiaro che, se una riforma del mercato del lavoro nel senso da me auspicato vedesse la luce, uno dei primi cambiamenti dovrebbe avvenire proprio in questi uffici-fantasma, per vitalizzarli e renderli produttivi!

    • Il Gobb scrive:

      Me lo auguro.
      Se fossimo in un Paese democratico per meccanismi e mentalità ci potrei anche credere.
      Fa piacere sentirne parlare nei tuoi termini, però, senz’altro: più siamo a pensarlo più sarà facile realizzarlo.
      E comunque evviva la Svizzera :D

  3. Pinocchio scrive:

    Se quella della foto sei tu…sono daccordo su tutto

  4. francy68 scrive:

    sugli ammortizzatori “antifannulloni” sono d’accordo, sulle ricette del professor ichino meno…secondo me sono ricette che calate nella realtà produrrebbero lavoro di m. per tutti invece che solo per i precari.
    La direzione giusta è quella diametralmente opposta…sennò è come dire che per essere competitivi con Cina, Romania e similia dobbiamo dare ai nostri lavoratori lo stesso trattamento dei lavoratori cinesi, rumeni ecc… Stoca!

    Al contrario bisognerebbe battersi perchè questi stati smettano di avvantaggiarsi della sottoprotezione dei loro lavoratori per produrre a prezzi bassi al costo della schiavitù sostanziale di chi ci mette la manodopera.

    E’ la legislazione sociale e non la democrazia petrol-hallyburtonistica che dobbiamo esportare nel mondo.

    • Il Gobb scrive:

      Personalmente sono convinto che non ci sia nessuna legislazione sociale da “esportare”: già abbiamo fatto abbastanza danni insegnando a questi Paesi il capitalismo senza pensare ai livelli globali di consumo (e le risorse del pianeta bruciano semprep iù in fretta, fra un po’ l’overshoot day sarà ad agosto, e via via sempre prima).

      Sarebbe (ma è solo pio desiderio) molto più utile trovare un’alternativa al capitalismo, qualcosa di non fondato sul debito, qualcosa che impedisca di creare valore fittizio nel modo in cui lo facciamo ora (o di crearlo tout court), un’economia che consideri l’ecosistema come la conditio sine qua non si fanno affari di alcun tipo, invece che uan risorsa da consumare per comprarsi lo yacht e danneggiarla ancora.
      Stessa cosa dicasi per coloro che producono la ricchezza che muoverebbe questa “nuova” economia.
      C’è un problema di avidità… ma l’avidità è fomentata dal capitalismo, quindi serve un massiccio cambiamento culturale oltre a una riorganizzazione globale.

      Il capitalismo ha fallito, e lo stiamo vedendo con i nostri occhi: due crisi mondiali in meno di 100 anni.
      Suggerisco la lettura, fra i molti, di Susan George e del suo Rapporto Lugano ^_______^

    • Il Gobb scrive:

      Uhm, mi rendo conto che sembro un po’ acido… sarà l’inquietudine di sapere che il mio stipendio non vale una lira :D

      E poi ho allargato il discorso forse anche troppo… nel caso pardon ^____^

      • francy68 scrive:

        acidità sicuramente comprensibile…
        by the way, comprendo benissimo che il verbo esportare faccia venir l’orticaria…ma in questo caso penso proprio che sarebbe utile; magari non con il napalm bianco degli “amici” americani, ma con qualche posizione forte dei nostri governi (del tipo, nei nostri mercati non entra mezzo prodotto se la legislazione del tuo paese di sfruttatori non prevede per i lavoratori le tutele che io ti dico essere il minimo accettabile…basterebbe questo).

  5. maricrizzi scrive:

    Caro francy68, quanto mai vero ciò che dici… Esisterebbe anche un sindacato europeo, che tralaltro dovrebbe occuparsi proprio dei lavoratori “schiavi”. Ma cosa faccia proprio non lo sò! E ci dovrebbero essere delle sanzioni europee che di fatto dovrebbero vietare l’importazione in europa delle merci prodotte in questi paesi (benedetta Bonino!). Solo che ormai esistono a Prato come in Cina aziende di questo genere… Ma la gente secondo te per “coprirsi” compra tutto Armani, o D&G? No compra cinese che è anche una buona imitazione. Io di cinese non compro nulla, neanche l’imbuto! Non compro pakistano, indiano, tailandese… niente… compro il mady in italy dopo che mi sono accertata se il prodotto è imporatato da un italiano o è prodotto in italia. Che c’è la sua differenza. Ma poi io sono una che campa con poco… Ho ancora la Telefunken del 1995 e funzionante…. Si non vedo molto la televisione! Cellulare svedese ma quello che costa meno di €40,00.. un PC di quelli assemblati con componenti fatti in italia … Sai la fiera dell’informatica? Mi accodo a chi ne sa e compro quello che mi serve.

    • francy68 scrive:

      mi sembra che siano i 2 punti fondamentali:
      -il consumo responsabile (e il riciclo e l’utilizzo di energie rinnovabili)
      -le tutele a livello mondiale per i lavoratori

      2 battaglie una più difficile dell’altra…il problema è che non si è ancora iniziato a combatterle. D’altra parte questo capitalismo morente si sta abbarbicando a Russia e Cina quali mercati delle meraviglie, ti immagini le battaglie per i diritti dei lavoratori…anche e soprattutto perchè la meraviglia sta proprio nella possibilità di sfruttare senza ritegno i lavoratori.

      • maricrizzi scrive:

        Appunto! Ma se abbiamo un pò di senso critico.. come mai stiamo abbabbanati su posizioni del tipo “tanto se non compro io compra qualcun’altro” ..? e io dico :”Intanto inizia che poi da te imparano!”.
        Mò ho deciso che mi faccio anche l’orto: solo verdure e ortaggi di stagione.
        :)

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