Sul perché siamo tutti ignoranti 248



“Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito”.

Antoine de Saint-Exupéry

 

L’occasione per deprimerci un po’ di più ce la offre l’Ocse che, nel pubblicare le sue statistiche,sbatte in faccia all’Italia il triste primato di essere all’ultimo posto, su 24 paesi, in competenze base, come la comprensione di un testo letto, e al penultimo per la soluzione di problemi logico-matematici. L’Ocse chiama queste competenze “literacy” e “numeracy”, e corrispondono più o meno al nostro “alfabetizzazione”. Qui il link per leggere il report relativo all’Italia. Qui il link per il report completo e per il sito ufficiale.

Le statistiche mostrano un quadro, trascurando i dettagli. Perciò è del tutto inutile addurre esempi di eccellenza, in ogni settore, a parziale giustificazione di quel brutto quadro. “Sì, è vero che non capiamo un testo letto, però Tizio ha vinto il Nobel, Caio è docente universitario ad Harvard, Sempronio ha scoperto la cura contro tal malattia”: sono dettagli. La statistica denuncia un trend diffuso e trasversale per età, status sociale, condizioni di lavoro e di cultura. La statistica dice: su 100 persone che incontri, ricordati che più del 60% non ti capirà semplicemente perché non conosce il significato di molte delle parole che usi, non riuscirà a esprimere un pensiero astratto (ad esempio ipotetico nel passato) non riuscirà a proporre una soluzione logica a un semplice problema, che sia matematico o di vita quotidiana. E tra quel 60% potresti esserci tu: che inveisci senza aver capito il senso della conversazione, che non sai cogliere l’ironia, che ti intestardisci su una posizione senza riuscire a trovare soluzioni alternative, semplicemente perché conosci solo una soluzione.

Altrettanto inutile stracciarsi le vesti, inutile maliziare o polemizzare sui parametri scelti (ho dato uno sguardo al manuale tecnico: è impressionante il lavoro svolto per rendere questa indagine veramente indicativa delle medie nazionali), inutile cercare il capro espiatorio di turno (la scuola, gli insegnanti, i tagli, lo Stato, la P2, la macarena),  inutilissimo fingere che i dati Ocse, semplicemente, non esistano e che finché la barca va lasciala andare.

I dati di realtà raccontano, descrivono una realtà, appunto. Se non siamo d’accordo neanche su questo principio evidente di per sé, potete risparmiarvi la fatica di leggere il seguito.

Allora, i dati dicono che gli italiani sono al di sotto di quel punteggio medio considerato necessario per sopravvivere nell’attuale società complessa. Sono incompetenti a livello linguistico (literacy) e a livello matematico (numeracy). Molti (Tiriticco, Ippolito e altri) parlano di analfabetismo di ritorno come di cifra caratteristica della popolazione italiana media, focalizzando quell’attitudine tipica di chi, acquisito un titolo di studio, o anche senza alcun titolo ma comunque lavorando, ritiene di non aver più nulla da imparare. Smette di leggere (ammesso che l’abbia fatto in passato) smette di incuriosirsi, smette di aggiornarsi (cioè di studiare). Nega con l’esperienza di vita il principio che “non si finisce mai di imparare”. Coltiva con una perizia disarmante il suo crescente distacco da tutto ciò che sa anche solo vagamente di cultura. Non ha tempo, non ha voglia, non ha interesse, è troppo difficile: qualunque scusa è buona. Nel frattempo si arroga il diritto di esprimere la propria opinione su tutto, anche se quell’opinione è costruita sul nulla; e mal che vada, una firma sa sempre metterla e una croce nella cabina elettorale è ancora in grado di farla.

E’ quella persona che all’uscita dal cinema dice “Non ho capito niente”perché non sa distinguere la fabula dall’intreccio, un flashback dalla narrazione. E’ quella persona che di fronte a un titolo di giornale scuote la testa: non perché non sia d’accordo, ma solo perché non conosce il significato dell’acronimo utilizzato. E a leggere l’articolo non ci pensa proprio. E’ quella persona, anche professionista, anche laureato, anche politico, che quando parla dice:  “E’ stata sperperata una truffa” (invece di perpetrata) e quando va dal medico non riesce a descrivere se il dolore che sente al fianco è pulsante, fisso, diffuso, concentrato in un punto, lieve ma persistente, a fitte, crescente. E’ quella persona che non riesce a orientarsi nella decodifica del tabellone degli arrivi e delle partenze in stazione. E’ quella persona che di fronte a un grafico assume la stessa espressione di chi osserva un quadro astratto.

La cosa grave è che questa tendenza è significativamente visibile anche nella fascia d’età da 16 a 30 anni, coinvolge cioè coloro che frequentano  scuole superiori, università, corsi post-universitari.

Come si è arrivati a ciò? Questa è la madre di tutte le domande: “Hic sunt leones!”. E aprirebbe un fronte molto complesso di cause e concause, molte delle quali, per alcuni versi, irrecuperabili e la cui analisi lascio volentieri agli “esperti”. Allora, la domanda potrebbe essere: qual è la causa di background più importante e contemporaneamente più facile da correggere?

Finché non scopriranno la mutazione genetica della scienza infusa, l’unico modo che avevamo e abbiamo per ridurre la nostra ignoranza è leggere. Riprendo un passaggio della definizione di “literacy” di cui ho dato il link all’inizio.

(Key to all literacy is reading development, a progression of skills that begins with the ability to understand spoken words and decode written words, and culminates in the deep understanding of text. Reading development involves a range of complex language underpinnings including awareness of speech sounds (phonology), spelling patterns (orthography), word meaning (semantics), grammar (syntax) and patterns of word formation (morphology), all of which provide a necessary platform for reading fluency and comprehension. Once these skills are acquired the reader can attain full language literacy, which includes the abilities to approach printed material with critical analysis, inference and synthesis; to write with accuracy and coherence; and to use information and insights from text as the basis for informed decisions and creative thought).

La chiave di tutta l’alfabetizzazione è lo sviluppo della lettura, un insieme progressivo di abilità che inizia con la capacità di capire parole parlate e decodificare parole scritte, e culmina con la comprensione profonda del testo. Lo sviluppo della lettura  comprende una serie di complesse sotto-abilità di base, tra cui i suoni del linguaggio (consapevolezza fonologica), i modelli di compitazione (ortografia), il significato delle parole (semantica), la grammatica (sintassi) e i modelli di formazione delle parole (morfologia), ognuno dei quali garantisce la piattaforma necessaria per giungere a una lettura e comprensione fluenti. Solo quando queste abilità sono raggiunte, il lettore può conseguire la piena alfabetizzazione linguistica, che include la capacità di avvicinarsi al testo scritto con analisi critica, inferenze e sintesi; la capacità di scrivere con accuratezza e coerenza; e la capacità di usare le informazioni esplicite ed implicite di un testo come base per decisioni consapevoli e per il pensiero creativo.

Leggere quindi non è una questione di emissione di suoni più o meno significativi. Leggere è comprendere: come le parole, unità di senso, si collegano ad altre parole e formano una frase, unità complessa di senso, che si collega ad altre frasi per formare un periodo, unità di pensiero complesso, ricco di connessioni, di rimandi, di intrecci. Non è facile. Bisogna essere addestrati. Brutta parola, voi direte. Beh, peccato: essere addestrati non è un processo brutale, ma un creare automatismi procedurali consapevoli.

Chi guida, è addestrato a farlo.

Chi manovra macchinari, è addestrato a farlo.

Cosa vuol dire essere addestrati alla lettura?

Significa sostanzialmente essere abituati a farlo;  e anche essere spronati a farlo, essere incuriositi a farlo. Si tratta di saper riconoscere consapevolmente segnali e significati dei segnali (una virgola è un segnale, un pronome è un segnale), e saper interrogare ciò che si legge, esattamente come si interroga un segnale stradale o una spia che si accende sul cruscotto.

Ma leggere non è solo comprendere: non mi serve a niente se la comprensione del messaggio e delle idee contenute in quel testo non entrano in relazione con il mio mondo fatto di pensieri, emozioni, concezioni, teorie, credenze.

Mettere in relazione il proprio mondo con il mondo di un altro attraverso la sua scrittura significa darsi la possibilità di cambiare.

Se vedo un cartello che indica la presenza di tornanti, sono addestrato a rallentare, quindi a modificare la mia velocità.

Se leggo: “Felicità raggiunta si cammina per te sul fil di lama” devo poter essere consapevolmente addestrato a rivedere nella mia vita il concetto di felicità, della sua precarietà, del fatto che si raggiunge ma si può perdere facilmente, delle esperienze vissute che posso definire “felici” o “infelici”, che con le lame ci si taglia, che dentro la felicità c’è il presagio dell’infelicità e del dolore, che forse però è il caso di non farsi prendere dalla disperazione mentre si è felici, ma di godere di quei momenti perché nel frattempo ho letto anche “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”.

Non posso però attivare queste procedure (inizialmente guidate, poi sempre più automatiche e autonome) se non conosco bene la mia lingua. Per questo la Lettura è strettamente connessa con la Scrittura. Vanno di pari passo, sono l’una lo specchio dell’altra.

Se incontro una persona che si presenta, cerco di fissare bene nella memoria il suo volto e il suo nome, affinché, quando la incontrerò di nuovo, io sappia riconoscerla.

Stessa cosa per una parola: la incontro, non la conosco; fisso la sua forma e il suo significato nella memoria affinché quando la incontro di nuovo io la possa riconoscere. Per fare questo occorre tempo e addestramento. Sì, addestramento, ripeto.

Addestramento consapevole a scrivere in modo corretto. La correttezza non è un dono del cielo. E’ il risultato di procedure codificate, ripetute e ancora ripetute fino ad acquisire certezza.

Si scrive cieco o ceco? Cielo o celo? Sogniamo o sognamo? Se per ogni parola sorge sempre la domanda, cosa legittima nella fase addestrativa, ma non più in quella operativa, vuol dire che l’addestramento non è riuscito. Se, dopo aver conseguito la patente, ogni volta che svolto a sinistrami domando se sia destra o sinistra e se sia il caso di attivare la freccia di direzione, chi mi ha insegnato a guidare dovrebbe rivedere con serietà come e perché il suo insegnamento non è stato efficace, e io dovrei seguire un altro corso di guida (e interrogarmi seriamente sulle mie competenze pregresse).

E’ una questione di addestramento: nel momento in cui mettere la freccia diventa automatico, non ti sbagli più.

Questo significa sostanzialmente: ripetere memorizzando fino a che l’errore viene eliminato.

Un famoso aforisma dice: Se ascolto, dimentico; se vedo, ricordo; se faccio, imparo.

Quindi addestramento significa abitudine a fare. Per la lettura, è leggere; per la scrittura, è scrivere. Come tutti i processi di apprendimento, si svolge gradualmente, aggiungendo di volta in volta qualche difficoltà in più. E’ un percorso in salita finché non si acquisiscono gli automatismi. Poi è una meraviglia continua, una discesa in carrozza entusiasmante e avventurosa, mille vite da vivere leggendo che moltiplicano la propria insegnando a dare nomi alle emozioni, ai sentimenti, alle idee, alle esperienze.

Addestramento consapevole significa anche perseveranza. Fanno quasi tenerezza gli anziani al bar che con il dito rigidamente puntato sulla riga che stanno leggendo, muovono come in una litania le labbra cercando di leggere a mezza voce, incespicando su parole difficili, ritornando caparbiamente indietro se hanno dimenticato qualcosa, fermandosi a pensare su quello che hanno letto. Fanno tenerezza i bambini del primo anno di scuola primaria che compiono gli stessi gesti per scoprire il tesoro segreto di quei segni. Fanno invece rabbia gli stessi gesti compiuti da studenti di scuola superiore. Perché questi processi dovrebbero essere ormai velocizzati dall’addestramento e dall’esperienza dopo 8-10 anni di scuola, e invece…

La scuola in primis, e poi la vita (il lavoro, le aziende, la formazione degli adulti, i corsi di riconversione, di aggiornamento, eccetera) possono avere tante colpe, ma esiste anche la responsabilità del singolo.Del bambino che non fa i compiti e della famiglia che diventa complice del suo lassismo. Dello studente che non esperisce la fatica quotidiana dello studio e ne fa una bandiera di orgoglio, mentre sfoggia un taglio di capelli tristemente imitativo del calciatore famoso di turno. Del professionista che, nella sicumera di un’ignoranza dilagante, galleggia intrepido nel mare magnum degli strafalcioni. Dell’uomo comune che preferisce impoltronirsi davanti alla tv invece che davanti a un libro.

I dati OCSE non dovrebbero farci dormire. Dovrebbero scuotere coscienze e strategie politiche. Dovrebbero far saltare culi ben incollati su poltrone. E invece, ci rifugiamo nell’italica abitudine (quella sì, ben addestrata) del fatalismo e del “vale più la pratica della grammatica”.

Quando saremo consapevoli del disastro, forse sarà troppo tardi: avremo “perso” intere generazioni, le stesse che fra qualche anno occuperanno posti di responsabilità. Senza saper leggere. E invano ci stracceremo le vesti.

Dalla nostra lettrice eli4never



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