Sul Limitare
3 novembre, 2009 di Daniela Tuscano
Archiviato in Caffè Amaro, Vere Donne, latest
“Sono nata il 21 a primavera”. E sullo straziante inganno di ieri, il crepuscolo di ieri, Alda Merini ha lasciato questo mondo. Perché ieri novembre ha voluto sorridere, inondando di sole la campagna lombarda. Non sembrava, non era, l’estate fredda dei morti, ma un tocco di rinascita. Questo clima così bislacco, che ormai muta pelle, e dipinge inquieti arcobaleni. E invece, semplicemente, lo spirito le stava preparando una casa degna. Una casa felice: debordante, come la felicità troppo invadente per quel fragile corpo. Quanto doveva arrabbiarsi, Alda Merini, nel sentir descrivere i matti come individui tristi.

Lei lo era diventata, matta, dopo il primo parto, gravata dall’eccesso di vita che sentiva scoppiarle dentro. Il suo sguardo, infatti, non era né mesto né dolente. Era uno sguardo di gloria, di vette, di alture. Uno sguardo di viandante, di note orientali. E quindi, nel contempo, umilmente sfrontato, incurante delle contaminazioni umane e culturali. Alda Merini ha affascinato i più grandi poeti, da Penna a Pasolini (anch’egli scomparso, o meglio rapinato, un 2 novembre di 34 anni fa; più in basso, il video dell’ultima intervista), e non si negava agli artisti d’oggi: per lei hanno scritto Roberto Vecchioni e Giovanni Nuti, per lei ha cantato Milva. E nei ricordi di Cosimo, infermiere al San Paolo di Milano e una delle ultime persone ad averla vista viva, Alda era “una donna simpatica, solare, aperta alle battute”. E confessava di essere innamorata di Renato Zero, “ah, che bell’uomo, – sospirava, – le sue canzoni sono davvero poesie”.
Alda Merini ha segnato il limite di Dio. La vetta l’aveva ormai raggiunta, col passo cadenzato e placidamente sicuro. Dio stesso le aveva addobbato quel giorno. Aveva fatto confezionare per lei ingressi di Scritture sacre: l’eunuco redento di Isaia, il padrone di casa che invita storpi, ciechi, mendicanti, folli. Era il Dio dei diversi che aveva sempre cantato, impossibilitata a costringerlo dentro un rito, poiché Egli stesso era rito. Era il Dio escluso e degli esclusi, che in quel fatale giorno, in quello ieri, le lastricava la strada dorata delle nuvole di grano, degli anni miti.
Ma era, anche, il Dio impotente di fronte al dramma dell’umanità. Ben consapevole della tragedia che il suo troppo amore, la sua squassante gelosia, avrebbe prodotto in noi, poveri naufraghi terrestri. Destinati, d’improvviso, a piagge vaste e deserte. Perché senza Alda Merini saremmo stati davvero tutti più orfani, defraudati.
Dio incatenato dal nostro destino di finitezza, che lui pure ha prodotto, è lo stesso Dio della leggenda ebraica, turbato dalle preghiere del suo popolo per l’imminente morte di Mosè, il primo dei suoi viandanti: “‘O Signore e Dio nostro, noi amiamo il corpo puro e santo di Mosè e ti supplichiamo di lasciarlo in vita’. Allora Dio portò Mosè su un monte alto, lo fece distendere a terra, gli susurrò di chiudere gli occhi e, in quell’istante, accostò le labbra alle sue, e gli rapì l’anima. Poi Dio pianse’”. Anche oggi, sul limitare dei santi e dei morti, il cielo si è oscurato. Dio ha trasportato Alda nella sua primavera, e oggi le sue lacrime ci domandano perdono per averla nascosta ai nostri sguardi.
(grazie a Stefano Monti Gianolini)
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Volevo lasciare ieri un pensiero, ma non volevo rovinare una poesia dedicata ad una che la poesia la respirava…
Ho letto poco della Merini, ricordo molti anni, o alcuni, comunque prima di avere mio figlio, la vidi in un servizio, la sua voce, mi colpì, il suo modo di recitare mi colpi’.
La cosa che maggiormente mi colpì, fu il suo aspetto e la sua sigaretta.
Tra la poesia che parla di amore, non la ricordo, ma ricordo che non era tanto dantesca, volendo fare un paragone, per quanto magari in questo senso non ne sarei, non ne ho le basi giuste, era più alla boccaccio….
Per un attimo, molto più di un attimo, visto che comunque mi è rimasta in mente, mi ci sono identificata. Non vorrei offendere nessuno, ma ho visto una donna che per quanto magari non era giovanissima, non più, non faceva nulla per il suo aspetto, non era coperta di trucco, non aveva tinture tra i capelli, per quanto non ne sentissi l’odore, immaginavo che magari odorava di fumo di sigaretta, come capita anche a me, e magari, non so, immaginavo che i suoi vestiti odorassero di fuligine del camino, magari per cucinare, per mangiare buono e gustoso oltre che per scaldarsi, come una donna d’altri tempi, ma come una donna, pensava anche al piacere fisico ed altre volte al dolore che altri procuravano alla sua voglia di piacere e al suo bisogno di essere amata.
Ho visto in lei una di quelle poche donne vere che ogni tanto ultimamnente di rado, la tv ci propinava e ci propina. E quello che vorrei essere io è semplicemente una donna vera e lei mi diede la voglia di continuare ad esserlo!
Spero di non aver rovinato l’immagine di lei, ma e’ quello che ho provato e che provo leggendola, quel poco di lei che sono riuscita a leggere.
anche qui riporto la trascrizione dell’ultima sua poesia
E’ morto l’uomo della canzone veloce,
colui che parlava col demonio,
perchè non toccava la terra,
quando il demonio ubbidiva ed era bello.
Lucifero amava il Padre, Lucifero lo venerava.
E così anche Milano si copre
di una mantiglia d’oro e si brucia le mani;
non vede il suo vecchio antico padrone.
E’ morto l’uomo che fece i miei sponsali,
e improvvisamente divenne cieco.
Perchè il Padre era per lui Padre e Madre.
Per tutta la vita aspetterò il suo ritorno.
E’ morto il Figlio,
alleluja, alleluja,
Tutti i cieli gridano di felicità
rinasce ancora una volta
Il Figlio